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Non c’è dubbio in merito al fatto che un (altro) sentiero nella ricerca architettonica stia volgendo alla sua meta naturale: la (voluta e perpetuata) (con)fusione tra IL design e l’architettura.
Lo sviluppo (dalla fine degli anni ’50) della riproduzione tecnica delle forme è stata una rivoluzione culturale determinante, tanto quanto, qualche decennio prima, era stata anti-avanguardista l’esperienza del Bauhaus: l’industrializzazione delle forme ha reso possibile una diffusione capillare dell’estetica nella vita quotidiana, anche se oggi gli stessi oggetti stile bauhaus sono molto richiesti e quotati tra i cultori del gusto (annullando quindi le intenzioni dei loro stessi progettisti originali).
La confusione di paradigmi è tale che spesso per design si intende una sorta di bello funzionale, e non la prassi del progetto attraverso il disegno. Il verbo inglese to design, infatti, indica proprio questa prassi, fatta di dubbi, ricerca, tentativi, assunzione di responsabilità nel problem solving, ecc… Ma nel design non c’è più traccia di tutto ciò. I designer propriamente detti sono molto più vicini alla moda (e alla sua istantaneità paradigmatica), proponendo oggetti che cercano di coniugare l’eternità del bello alla temporalità dell’oggetto di consumo.
Il design industriale sembra nascondere il ruolo ancora necessario dell’artigiano (mai parola tanto desueta e resa potenzialmente obsoleta dal recente filone dei makers, per i quali la materia sembra essere costituita da un indifferenziato substrato tecnologico, iper-artificiale), sottintendendo il fatto che oggi la materia è secondaria, omologata globalmente e priva di quella tensione tra eidos e morphè che la cultura greco-classica aveva posto così sapientemente in risalto.

Protohouse da singularityhub.com

Nella forma di cui parlava Platone si metteva in dubbio il rapporto veritativo con quel mondo fantastico di idee immutabili ed eterne (ma non certamente finite) che, dopo Aristotele, avremmo chiamato metafisica.
E’ da un po’ che Dio è morto, che la metafisica non ci interessa più, e che alla verità è subentrato il valore (grande medium tra il mercato dei beni e le filosofie estetiche). L’arte di creare valore è il marketing, per cui la creatività (ovvero l’attività più umana dell’umano, seconda solo alle prassi metaboliche) è divenuta anche bacino (inesauribile?) per un sistema di produzione di indotto completamente relativo, nel quale (non essendoci necessariamente né materia, né verità, né manodopera) tutto ruota attorno al risultato e non al processo.
In altre parole: mentre la verità era una battaglia continuativa, una tensione procedurale che dilatava e condensava le materie e le forme, racchiudendo frammenti metafisici negli oggetti, il valore è completamente astratto e fisso; esso rende la forma un risultato chiuso e immediatamente obsoleto. Questo è il prezzo nascosto dell’istantaneità.
E quando l’architettura si avvicina, sedotta, a IL design, cosa succede? In molti preconizzano (e a ragione) che i medesimi processi in grado di tradurre forme (senza scala) virtuali in (piccole) forme tangibili potranno essere applicate anche alla costruzione di interi edifici, con grande plauso per le economie di manodopera e di materiale che questo risultato comporterà. E si accetta la logica dell’ineluttibilità del progresso (come quando le Rivoluzioni Industriali promuovevano il treno e l’automobile), per cui ‘il limite della forma risiederà solamente nell’immaginazione dei progettisti’.
Qui potrete vedere un bel video descrittivo dei processi in fase di studio http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=EfbhdZKPHro#!

In pochi, tuttavia, sembrano conoscere le ragioni strutturali dell’architettura, cosa, in altre parole, la renda ancora indiscutibilmente differente dal design. Fondamenti indispensabili solo a poter ancora dire che si tratta di architettura (e non di ‘stampe 3d da abitare’). Immagino che suoneranno i pensieri di un retrogrado, ma la seduzione della forma non ha più lo stesso appeal con me…
Lasciate quindi che le elenchi in ordine sparso, a modo mio:
1- l’architettura produce tendenzialmente un numero limitato di oggetti (per ragioni, appunto, di costo, di tempo e di spazio). Quando ne produce solo uno alla volta allora accede di diritto alla sfida contro il tempo, potendo accedere alla nomination per monumento o per masterpiece (e con giuria popolare, per giunta);
2- l’architettura mette insieme materiali distinti e distinguibili, a volte riuscendoci e a volte no. Per tale ragione, anche in caso di errori, è possibile per i posteri imparare dalle opere eseguite;
3- l’architettura è costosa, quindi richiede solitamente procedure condivise e strategiche;
4- l’architettura richiede il contributo di manualità, di dialogo e di strutture logiche di pensiero (prima la struttura, poi il tamponamento, poi gli impianti, ecc…), senza necessariamente dare alla forma il compito di risolvere ogni prassi: il sapere tecnico, umano ed estetico faticano per accordarsi, ma quando ci riescono il risultato è una bella macchina per abitare;
5- l’architettura è uno strumento utile per misurare il tempo (tutto, sia il passato come storia, sia il presente come design, che il futuro come temporalità, invecchiamento, obsolescenza). Nel rapporto con il tempo l’architettura tende a perdere la propria funzione, ma il suo codice genetico le permette solitamente di essere strutturalmente disponibile al cambiamento;
6- l’architettura che venga sottomessa alla forma (magari anche parametrica) nasce già obsoleta, e la sua capacità di essere oggetto rifunzionalizzazione sarà genericamente limitata. Nei casi peggiori ci troveremo nel prossimo futuro a dover gestire ulteriori nuovi rifiuti;
7- l’architettura che nasce come pensiero formale puro senza alcun confronto con la tangibilità del corpo e della mano rischia di essere simbolo di un’arroganza antropica ancora più grande di quelle che hanno caratterizzato l’opera umana sul pianeta: fare per fare è una prassi adottabile solo in unione ad un paradigma socio-cultural-economico di grande forza e stabilità;
8- l’architettura ha da sempre mostrato come l’ergonomia e la forma vadano addomesticate in funzione del territorio e della città, introducendo la scala di progetto come elemento fondante di ogni pensiero sul pianeta;

A questo punto sottolineo solo i due punti che a me sembrano irrinunciabili, ovvero il n.5 e il n.7. Poiché il tempo, il cambiamento e la forza del paradigma sono ingredienti necessari a spingere questo pianeta su una strada differente, per la prima volta non basata sul dominio ma sulla condivisione. Ma sarebbe un errore accettare ingenuamente ogni novità come salvezza, senza accorgersi che ogni evoluzione deve essere faticosamente consapevole, e che l’accelerazione contemporanea limita in modo pericoloso il tempo del pensiero.