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http://futuresgroup.wordpress.com/2008/10/22/foreign-policy-2008-global-cities-index/

Sono nato nel 1973. Nel corso del tempo ho maturato la consapevolezza di essere parte di una generazione nata da un decennio caratterizzato da conflitti planetari, mediatici, economici. Gli anni ’70 sono stata la curva discendente delle aspirazioni degli anni ’60, ma anche la conseguenza planetaria di un crollo generalizzato dell’ordine mondiale.
Il DNA della mia generazione si forma lì, nel mix tossico di aspirazioni tradite, allucinazioni di gruppo e conflitto continuo e transnazionale. E’ un DNA in cui tutto è pop, postmoderno, bionico, rimescolato, transumano, inizia l’esposizione mediatica, la TV a colori, le serie televisive, la crisi energetica… da qui la nostra difficoltà di proporvi (nuovi) maestri e guide per le generazioni successive. Siamo nati nel fallimento delle prospettive di crescita continua, dei socialismi, della bontà comunitaria come derivata della ricchezza oligarchica.
Siamo nati già geneticamente falliti, e questo è il nostro punto fermo.

Nel 1975 venne conclusa la guerra con maggior esposizione mediatica planetaria che la storia ricordi. Si consumarono (oltre a tutto il resto) 165 miliardi di dollari. Probabilmente non sapremo con esattezza quale sarà invece il conto di questa crisi (iniziata nel 2006, ma le cui cause sono precedenti), eppure il suo (unico) risvolto positivo è che ha unito almeno tre generazioni di vittime-viventi (fatto ancora una volta anomalo).
La crisi in cui ci troviamo è un gigantesco purgatorio planetario volto alla consapevolezza emergente. E affondiamo amnioticamente  in un’esposizione mediatica oltremodo superiore a quella esperita fino ad ora, giornaliera, minuziosa, istantanea.

Questo miscuglio (che costituisce il nostro settimo senso, segreto, occulto) potrebbe portare a molto, a un cambiamento di cui i nostri ‘padri’ del ’68 sarebbero felici. Molti quarantenni stanno agendo, reagendo, aggiornando il proprio firmware. Ma occorre trovare nuove radici, imparare a vedere in modo diverso il mondo. Niente new age, niente spiritualismi, è sufficiente dismettere una volta per tutte la pretesa di dividere ogni cosa in ‘bianco’ e ‘nero’, e già si sarà fatto molto. Come si riporta nei migliori post di Facebook “l’inizio del cambiamento è cambiare il punto di vista”. Banale, efficace, radicalmente deprimente. Eppure è l’ostacolo più insormontabile, più fastidioso e più negato: dirsi chiaramente di aver fallito, fino in fondo, senza nessuna redenzione (se siete cattolici) e senza rivoluzioni catartiche (se siete marxisti).

Questa logica ‘duale’ è quella che ha intasato per anni la scienza, la filosofia, la matematica, l’urbanistica, l’architettura. E tutto per una sola ansia, ancestrale: l’identità. Identità personale, nazionale, religiosa, formale, tutte strategie utili per sottrarsi alla collaborazione e alle sue possibilità. La differenziazione (che voleva il molteplice al posto dell’1) è stata succube di questa ‘ansia da identità’ troppo a lungo (e per la quale l’1 pretendeva di essere altro dal 2), secondo un moto d’animo ancora acerbo, adolescenziale, costruito solo su negazioni.

Ma quando si tratta di ricostruire occorre divenire emozionalmente adulti: non basta negare, occorre proporre.

Leggendo il Manifesto sulle Smart City di Carlo Ratti (lo trovate qui), al di là delle solite cose (c’è molto da fare, si dovrebbe/potrebbe fare, la tecnologia è utile, ecc…), ho scoperto (ancora una volta) quanto la geografia inglese (proprio da quell’Inghilterra che, avendo rifiutato il Piano Marshall, lavorò alacremente per uscire da sola dal tunnel di povertà del secondo dopoguerra) sia fonte di bibliografia e studi applicati in materia di pianificazione urbana e territoriale. L’ing. Ratti cita Peter Hall (altro gigante, assieme al noto Charles Landry), geografo inglese che ha dedicato la sua attività all’indagine sul territorio e alle proposte operative per riattivarlo.

Hall propose, su tutti, il concetto di Zona di Impresa, ‘l’idea, adottata a livello mondiale, secondo la quale il declino urbano può essere prevenuto demarcando le aree fatiscenti delle varie città e dando loro la possibilità di aprirsi all’iniziativa imprenditoriale. (Pubblicò poi) The Containment of Urban England (1973), un’analisi del sistema di pianificazione delle città britanniche e del Paese basata su una formidabile quantità di ricerche e di dati statistici. Il testo è incentrato sui processi di crescita urbana in Inghilterra e nel Galles a partire dalla seconda guerra mondiale e descrive il modo in cui il movimento di pianificazione urbana tentò di contenerli e guidarli. Dimostra inoltre che gli urbanisti hanno contenuto con successo la crescita delle aree urbane e hanno resistito alle megalopoli, evitando la coalescenza fisica di città e metropoli. In questo processo, però, hanno inavvertitamente incoraggiato la suburbanizzazione e una crescente separazione di casa e lavoro. Restringendo la disponibilità di terreni edificabili, hanno causato un aumento dei prezzi dei terreni e delle proprietà e una diminuzione della qualità delle case disponibili’ (tratto da http://www.balzan.org/it/premiati/sir-peter-hall).


Dunque, se fossimo così colti da partire dalla realtà per ricostruire le nostre teorie di pianificazione urbana e territoriale, potremmo verificare che le dicotomie più consolidate (città/campagna, residenza/fabbrica, pubblico/privato) hanno mancato finora di capacità di lettura sul medio-lungo periodo. La conseguenza di questa incapacità strutturale (di fatto l’impossibilità scientifica e disciplinare di poter adottare una logica fuzzy in luogo di quella bianco/nero) è che non abbiamo più la capacità di trovare una strategia universale per affrontare la pianificazione. L’illusione di poter ordinare e distinguere il territorio secondo una strategia fordista è palesemente svanita. Questo è un dato positivo, almeno per il sottoscritto. Significa nuovo spazio per la sussidiarietà, non solo come azioni ma anche come paradigmi. I saperi che gravitano attorno alla pianificazione dovranno potersi collegare agilmente in funzione di un localissimo problem solving, simultaneo. Le discipline avranno bisogno di un sostegno specifico per poter essere ricodificate secondo questa necessaria efficacia.
Ecco che l’ing. Ratti sottolinea che: “(smart city) needs a new kind of university. (…). In an urban world, universities can no longer see themselves as mere ivory towers. They are our most important and well-financed social enterprises.” Dovremmo tuttavia ricordarci che i saperi disciplinari (di fatto tutelati dal mondo accademico) non sono sufficienti per garantire l’efficacia della sussidiarietà sul territorio. Al più ne curano l’efficienza. Perché la sussidiarietà attecchisca (generando cittadinanza attiva grazie a progetti concreti) occorre educare cittadini consapevoli, cominciando dalle scuole primarie e medie inferiori. Lì risiede il vero patrimonio sociale, le università curerebbero ancora una volta solo il business, ma non la cultura maker!

Solo con questa miscela oculata (università+scuole primarie e medie) sarà possibile rinvigorire le dinamiche territoriali di medio-lungo periodo. E finalmente giungere al segreto del successo: “(…) a pop-up Smart City that combines the creativity and permissiveness of civic hacker culture, a new set of rules to promote creativity, and the scientific infrastructure and talent of an entrepreneurial university”.

Vedete, il successo è un po’ il tallone d’Achille della mia generazione. Quando ce ne saremo liberati (mentalmente, non operativamente) saremo forse più liberi di pensare, connettere e fare.

Si chiama creatività, credo….