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Il rapporto tra uomo, architettura e città si è ridotto al dato funzionale e al dato estetico (inteso non solo come bellezza ma come totalità del rapporto percettivo tra i sensi dell’uomo e il corpo dell’architettura). La reciprocità tra la naturalità della forma umana e l’artificialità della forma architettonica e urbana sembra aver perso oggi il senso della misura.
Infatti se questa può esser descritta come un medium geometrico tra le dimensioni umane e quelle dell’edificio e della città, allora lo smisurato che emerge come evidenza nel progetto architettonico è forse indice di un processo di separazione tra i due principali attori dell’urbanità.
E’ pur vero che gli anni ’60 sono stati caratterizzati da progetti utopici di città/territorio, ipersmisurate e protese provocatoriamente verso una radicale rivisitazione dei ‘capricci’ settecenteschi, nei quali si riconosceva al disegno la forza di spingere l’immaginazione verso altri lidi, ancora sconosciuti. Dal Campo Marzio piranesiano a New Babylon di Constant la linea rossa è la capacità di immaginare una città smisurata e di dimensioni territoriali rivolta alla funzionalizzazione su grande scala, ma in grado di costituire anche spazi pubblici di grandi dimensioni, per una collettività attiva e consapevole. Le città/territorio non potevano infatti essere immaginate senza questo nuovo modello di civiltà, vasta e interconnessa, della quale i nuovi modelli di città erano rappresentazione e controparte.

Campo Marzio, Piranesi.

Un Settore della New Babylon di Constant (1954-1974).

Probabilmente il progetto realizzato più noto e di maggiori dimensioni (un edificio/città) e inseribile in questo contesto culturale è l’Unitè d’Habitation di Le Corbusier.

Unitè d’Habitation di Le Corbusier.

L’Unitè ha un programma funzionale complesso, comprensivo di funzioni collettive (tetto-giardino, negozi, asilo, ecc…) e le sue misure sono basate sulle dimensioni fissate nel noto Modulor dell’architetto franco-svizzero: era una dichiarazione di intenti secondo cui la misura deve precedere il progetto e l’antropometria (seppur fondata sul numero d’oro) è il principio logico-geometrico che uniforma città ed edifici.

Il Modulor di Le Corbusier e le successioni numeriche blu e rossa.


Uomo Vitruviano, Leonardo Da Vinci.



La differenza sostanziale tra il Modulor di L.C. e l’altrettanto noto Uomo Vitruviano rappresentato da Leonardo Da Vinci è nella razionalizzazione dell’antropometria. Mentre il secondo assumeva come principi geometrici il quadrato e il cerchio come summa dei rapporti dimensionali umani, il primo legge tali rapporti come misura non come forma. In tal modo riconsegna il progetto ad una misura che si fa forma di volta in volta, potendo artificializzare completamente geometrie e tracciati regolatori. Il Modulor apre la strada del disegno come principio di razionalizzazione sistemica, in grado di formalizzare i processi compositivi in modo autoreferenziale, affermando che la natura, l’uomo e l’artificio sono sottoposti al medesimo numero aureo. Nulla di più classico, nulla di più dirompente. Da qui il disegno divenne la ragione interna al progetto, necessaria ma sufficiente, e il carattere estetico degli edifici si mutò in dato addizionale, legato al gusto e non alla necessità.
Il carattere dell’architettura è per certi versi un analogo del carattere umano. In entrambi i casi costituisce un bagaglio culturale e soggettivo che indirizza i rapporti tra il soggetto e i suoi simili. Questo vale anche all’interno del contesto urbano: un edificio dichiaratamente pubblico ha un envelope differente da quello privato, deve poter dichiarare alla città la sua funzione sociale. E’ possibile sublimare il carattere architettonico solo se la civiltà che è in rapporto con esso possiede altri strumenti di lettura della funzione dell’edificio, attraverso le reti di comunicazione immateriali che permeano la città contemporanea.
Tuttavia, in tale processo di sublimazione, si è dato per scontato (e per troppo tempo) che l’evoluzione della società fosse naturalmente positiva, ovvero progredisse verso livelli sempre maggiori di coesione e di consapevolezza. Purtroppo l’uomo si evolve solo per differenti stati di necessità, attraverso risposte a stimoli e disequilibri nei suoi processi di decisione/azione nel mondo. Un’eccessiva astrazione di tali processi (tra cui il principale è l’andamento globale dell’economia) comporta un differimento temporale tra disequilibrio (globale) e stimoli (locali), con il risultato che il soggetto e la sua autodeterminazione sono stati alla fine relegati in un ambito poetico/creativo immateriale. La sua azione diretta sul mondo è virtuale, scollata dalla realizzazione diretta della realtà.
Questo processo generale è in corso da circa 50 anni, e l’arte ha spesso posto l’accento su questa schisi, affermando il ruolo fondamentale della soggettività e della corporeità in ambito politico e non estetico.
Ricordiamo le antropometrie di Yves Klein, ma anche la terna più famosa della body art mondiale, Stelarc, Orlane e Antunez Roca, che tentarono di piegare la tecnica e l’azione teatrale verso una sorta di globalizzazione del corpo.

Antropometrie, Yves Klein.
Stelarc.
Misura urbana, una delle prime performance di Orlan.
Antunez Roca.

L’atteggiamento sperimentale e politico della body art degli anni che vanno dalla fine dei ’70 alla fine dei ’90 va affiancato a pieno titolo al Decostruttivismo in filosofia (e in architettura) e alla Transarchitettura. Gli obiettivi appartenevano al medesimo filone, ovvero immaginare nuovamente un tipo di soggettività/corporeità non più astratta e geometrica, ma ibrida, in cui natura e artificio smettessero di essere lette in contrapposizione e potessero finalmente cooperare per spingere l’umano al di fuori della prigione concettuale in cui era stato relegato.
L’architettura è stata probabilmente l’ultima disciplina a rielaborare la propria misura in funzione di tale obiettivo. Il suo dato oggettuale rappresenta infatti un limite strutturale determinante. La dipendenza dell’architettura dal mercato globale e dalla rappresentazione delle oligarchie transnazionali spesso spingono la nostra disciplina ad essere ignorante verso l’umana collettività, o a rappresentarla in modo sottilmente ironico (come accade, per puro esempio, in alcuni progetti di MVRDV).

Silodam, MVRD. Un’unitè reinterpretata come composizione di  scatole per merci.

In altri casi questo atteggiamento si è tradotto in isolamento poetico e metastorico, come è accaduto per la Città Analoga di Aldo Rossi e per la Città Uguale di Franco Purini.

Città Analoga, Aldo Rossi 1976.


Città Uguale, Franco Purini 2000.



Per questo riteniamo che altre antropometrie sorte internamente al paesaggio urbano siano ben più interessanti e potenzialmente in grado di rifondare una misura tra soggetto e città. Il Volo di Klein è forse la radice culturale del parkour urbano contemporaneo (ma senza fratture, possibilmente). Nella ginnastica la misura si fa completamente corporea, la città è vissuta come palestra per fisici estremamente atletici, e l’ergonomia statica si sgretola di fronte all’interpretazione performativa dell’atleta urbano. Gli elementi funzionali della città vengono stravolti e mostrano altre potenzialità, anche sociali.





BIG architects di Copenhagen hanno recentemente realizzato un parco per il parkour, mostrando come il paesaggio urbano non sia più solo una questione estetica e funzionale, ma anche ludica, e che forse solo il gioco (che è talmente serio da essersi meritato da tempo un’attenzione particolare da parte della matematica) è un paradigma in grado di tenere insieme funzioni, obiettivi, divertimento, socialità e strategie di lettura della realtà.
Gioco e ginnastica sono nuove strategie di condivisione degli obiettivi tra soggetti ed edifici, attività umane antropizzanti ma dinamiche. Poiché è l’interpretazione attiva la prima forma di antropizzazione, ma anche la strategia ottimale per raggiungere, forse, quel grado di civiltà che gli Architetti Radicali degli anni ’60 attendevano dal futuro prossimo.