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Windows on the Highline, NYC (E. Lain)

Temo sempre la facilità della metafora, così come la violenza della verità. Il valore sembra stare nel mezzo, in qualche modo: deve poter essere massimamente condivisibile (con il rischio di divenire convenzionale e dunque virtualmente inattivo) e non essere imposto apoditticamente.
Il valore è processuale, ecco la soluzione!
Si dovrebbe poter prefigurare il valore, al contempo, come fine e mezzo di ogni azione collettiva (o con un orizzonte condiviso).
Ogni fissità o concretizzazione di questa processualità crea inevitabili incrostazioni, soprattutto interpretative. Perché ogni valore uscito dal suo ricircolo processuale chiede asilo, protezione, una critica positiva che ne sancisca l’immutabilità. Ora la questione è semplice: è più importante riattivare il processo di valorizzazione o preservare invece quei valori che stanno scivolando nell’inattività?
E qui l’architettura si è inesorabilmente persa, sia come disciplina attiva che come strumento di salvaguardia storica dell’esistente.
Nonostante le peculiarità dell’urbanità (nella quale le trasformazioni sono massimamente in atto in modo continuativo) si è preferito valorizzare un paradigma di accumulo memoriale piuttosto che di riattivazione del valore. L’inganno paradigmatico di base è che ogni accumulo memoriale presuppone una espulsione del valore storico dalla vita urbana. Dunque il rischio di ogni salvaguardia convenzionale è di sospendere ogni rapporto tra i possibili monumenti e la città a cui appartengono.
A ben vedere questa logica è tipica di una certa tradizione filosofico-critica (un divide et impera che ha sempre sostenuto che le differenze di quantità fossero da privilegiare rispetto alle differenze di qualità), ma anche di una maggiore semplicità di gestione dell’urbanità e dei suoi sistemi di valore interni.
Il museo ha costituito un ottimo esempio di questa strategia di valorizzazione inversa: la limitazione all’accesso pubblico, la specificazione di un limite di visibilità, la traduzione in valore economico dell’arte e dei reperti, hanno costituito un sistema condiviso di controllo sociale. Perché lo Stato (oltre a controllare i sistemi fiscale, educativo, detentivo, insediativo, ecc..) ha assunto il ruolo di contenitore e garante dei valori urbani, a partire dalle opere (d’arte e d’architettura).
Sia chiaro che questa strategia è la conseguenza di quella tradizione filosofico-critica che permea la gran parte della cultura occidentale, la quale, in ultima analisi e in estrema sintesi, pretende (inglesismo, nel senso di far finta) che il valore sia sempre altrove.
Né io né voi potete tenere in mano del valore, potete solo esserne informati, sapere che c’è, ma è sempre non qui. Anche quando vi trovate davanti ad un dipinto sapete che esso è di valore in base ad una quotazione generata da un sistema di valorizzazione a cui voi non potete partecipare.
E io e voi saremmo sempre grati del fatto che qualcuno ci dica che quel valore esiste, poiché è in quella distanza inaccessibile che io e voi saremo di fronte all’arte, all’architettura e alla città in religioso rispetto, immaginando che ogni valore sociale sia, alla stregua delle regole del vivere civile, una questione alta, a cui accedere solo grazie ad altri.

Dunque il paradigma in uso ci porta ad una banalità: che il nostro paese sia così ricco di valore artistico e storico, da poter considerare tale valore una risorsa, soprattutto turistica. Eppure questo implicherebbe un altro tipo di paradigma, ovvero quello di cui parlavamo all’inizio: riportare il valore all’interno di una processualità urbana, in cui le differenze di qualità siano privilegiate rispetto alle differenze di quantità. Implicherebbe poi di rinunciare ad un modello di salvaguardia per separazione e di adottare una condivisione del valore a partire da un sistema educativo che non fosse più nozionistico (e dunque ancora quantitativo) ma mirato a costruire sistemi di pensiero e amore per una cultura attiva.
E l’architettura in tutto questo?

Essa fatica moltissimo, soprattutto quando intravvede un’incrinatura nella solidità secolare del paradigma classico, e del suo specifico rapporto con una verità immutabile. Un edificio è evidentemente oggettuale, materico. Nella sua materia risiede la sua solidità, la sua verità. La sua forma (che gli permette di essere distinto nell’urbanità) è rischiosamente intrisa di temporalità e vaniloquio; oscilla pericolosamente tra la scultura e il design industriale: oggetti da consumare piuttosto che impronte civili. Ma ogni tentativo di sottrarsi al confronto con l’urbanità emergente in modo paritetico condanna l’architettura all’afasia: la materia e il logos sono paradigmaticamente affini, entrambi operano a giochi fatti, lo ha spiegato bene Bergson. In definitiva noi siamo condannati a pensare sempre ad un ‘già stato’ materico, mentre il rifluire del mondo ci passa attorno. E lì risiede il valore attivo. Per Bergson occorrerebbe riattivare l’istinto per corroborare il nostro raziocinio, pensando un po’ di meno e agendo un po’ di più.

In tutto questo, il rapporto tra architettura e temporalità e memoria diviene cruciale. Ecco che se continuiamo a considerare il vuoto solo come spazio non potremmo ricostruire un senso comune per una nuova urbanità. Il vuoto è in definitiva anche quella distanza tra noi e la città (e le sue opere) che in tanti ci dicono di non attraversare o riempire; è il diaframma per la contemplazione (in cui tutto ha lo stesso tempo, dunque nessun tempo), in cui preferiamo parlare del valore piuttosto che viverlo.