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Inevitabilmente questa Biennale di Venezia 2016, curata dall’architetto Alejandro Aravena, ha suscitato molte polemiche tra i critici (forse un po’ meno di quelle che hanno fatto seguito al conseguimento da parte dello stesso Aravena del premio Pritzker 2016).
La mia opinione è che si tratti di una finta disputa, strumentale alla distrazione dal vero nocciolo del problema esposto in chiaro a Venezia: l’architettura è cambiata e non ce ne siamo ancora resi pienamente conto, oppure non vogliamo farlo (anche se ne siamo costretti).
Così lo scontro tra i sostenitori delle ragioni delle ‘estetiche’ e quelli  delle ‘politiche’ mi sembra essere solo un tema mediaticamente più appetibile e comprensibile al grande pubblico dei ‘non addetti ai lavori’. In altre parole affermare, come fanno alcuni, che in realtà la Biennale non mostri opere di architettura e faccia (addirittura) confusione, come ha recentemente dichiarato P. Schumacker, che chiede di “chiudere la Biennale”, significa ritenere l’architettura sostanzialmente fuori dal proprio tempo. Purtroppo questo sembra essere uno degli esiti del fatto che, nei secoli, molto è stato taciuto e nascosto dall’architettura-prassi all’architettura-disciplina (i suoi costi, le negoziazioni, i conflitti urbani, gli insuccessi nello sviluppo delle città, l’essere spesso ancella dell’economia e della partitica, per dirne alcuni). Questo nascondimento è stato convenzionalmente accettato da architetti e società civile, che hanno preteso di vedere solo il lato migliore dell’architettura, considerandola dunque come espressione alta della nostra civiltà nel turbolento corso della storia. Purtroppo ogni nascondimento impedisce l’apprendimento, l’alfabetizzazione e l’educazione, imponendo indirettamente la reiterazione dei medesimi errori. E, iterazione dopo iterazione, purtroppo le fratture emergono, quasi insanabili.

E’ certamente comprensibile che, in nome di una tutela disciplinare ed estetica, sia complicato rinunciare all’autonomia dell’architettura. Ecco che la posizione di molti (critici e architetti) si radicalizza, inevitabilmente. Tenere la posizione è alquanto condivisibile, soprattutto da chi mai immaginerebbe di rinegoziare, ad esempio, la triade vitruviana (utilità+solidità+bellezza), considerandone la consunzione alla luce dei più di 2000 anni passati dalla pubblicazione del De Architettura.
E’ evidente quanto la triade sia ontologicamente affascinante, in quanto i suoi tre elementi, considerati singolarmente, sono sostanzialmente porosi alla società e alla tecnologia, mentre, raccolti insieme, permettono all’architettura di divenire la propria stessa ragione d’essere, indipendentemente dai contesti e dalle società in cui si trova. La triade vitruviana è così divenuta occasione di autoreferenzialità, laddove l’architetto pretendesse di esiliarsi dalla realtà.
Se consideriamo infatti tutte le estetiche che si sono susseguite in 2000 anni (dal classicismo al parametricismo il salto è notevole), o le tecniche costruttive (dal trilite, all’arco, fino agli elementi sottili e al BIM), o le variazioni nel concetto di utilità (di cui abbiamo avuto grande esperienza in questo decennio di crisi economica), non riusciremo davvero a ricostruire un’idea di quale sia l’architettura migliore. Senza contesto, purtroppo, queste valutazioni rimangono soggettive, avvicinandosi pericolosamente al gusto (per quanto possa essere colto e a sua volta ben educato). In questo delicatissimo equilibrio la critica ha ricavato per sé un ruolo di arbitro (che spesso scivola in quello di giudice), stampella connettiva all’autoreferenzialità dell’architettura. E’ un compito ingrato, da affrontare con la giusta dose di severità e coerenza, che deve sempre rimanere sottomesso, per importanza, ai contendenti dell’arbitrato: architettura e società civile. Il critico d’architettura dovrebbe poter essere così autonomo e responsabile, libero e massimamente civico nel suo agire, senza dimenticare che tra architettura e società è in corso un negoziato continuo, ineludibile nemmeno in nome delle estetiche. Il rischio, per la critica, è di affiliarsi a una delle due parti contendenti, potendo addurre, sofisticamente, più di una ragione per questo tradimento.

Come scrive severamente Latour, riferendosi ai moderni e alla forza del loro apparato critico: “che enorme vantaggio si trova nel poter rovesciare i principi senza nemmeno le parvenza di una contraddizione!”. Ma perché dovrei richiamarvi ad una diafana e spesso disattesa coerenza e ad una certa onestà intellettuale? Non c’entrano la verità o i fondamenti disciplinari di questa nostra amatissima arte. Piuttosto si tratta di una ragione assai più semplice e terrena: l’architettura sta abbandonando molti degli architetti (e molti dei critici) per procedere in altra direzione, complici forse i numerosi ‘mantra’ di percentili, riportati dai report sulla crescita della popolazione inurbata nei prossimi decenni. La città è in stato di emergenza, tanto quanto l’ambiente. E questa cosa comincia ad interessarci un po’ tutti, non solo gli architetti…

Così, in parte spaventati dal corso veloce dei nostri tempi, ci si dimentica facilmente delle premesse e degli etimi, incluso quello greco per architettura, ovvero ‘creazione del fondamento’ (un ossimoro che terrorizza e che affligge l’architettura con la sua perenne problematicità storica). Pare che Aristotele, nel suo Metafisica, abbia indagato a fondo la definizione di arché (il fondamento, il principio), tanto quanto era stata indagata la forma (coi suoi noti cinque etimi, in greco). La questione del rapporto conflittuale tra universalità e località temporale è dunque la principale problematica per l’architettura, dopo l’altra questione universale del rapporto tra idee, forme e le sue estetiche.
E’ dunque straordinario quanto una critica moderna di architettura si appelli, all’occorrenza, all’universalità delle forme (platonicamente fuori dal tempo) per ricostruire su di essa la validità storica delle opere. Oppure si appelli ai caratteri e ai tipi architettonici (il DNA della costruzione dell’architettura) per sostenere che in essi (ancora una volta invisibilmente universali) è possibile cogliere l’essenza delle funzioni e dei valori sociali che, nel tempo, hanno configurato il codice genetico dell’architettura.
La critica moderna, che usa abilmente immanenza e trascendenza per giustificare la propria simultanea propensione all’universale e al particolare, sembra oggi assai disorientata, divenendo spesso, in mancanza di valide argomentazioni, semplicemente iconoclasta e luddista. Così, in mancanza di meglio, per sviare l’attenzione dall’inevitabile ibridazione di estetiche, tecniche e politiche nella produzione architettonica contemporanea, si abbraccia la negazione come extrema ratio per un rinnovato nascondimento dell’architettura stessa.
Scrive ancora Latour “in questo duplice linguaggio sta la potenza critica dei moderni: possono mobilitare la natura nel cuore dei rapporti sociali, pur lasciandola infinitamente lontana dagli uomini; sono liberi di fare e disfare le proprie società, pur rendendone le leggi ineluttabili, necessarie e assolute”.
Aggiungo che spesso la critica diviene strumento maldestro nelle mani dei ‘non critici’. Recentemente Zumthor e Piano si sono spinti nel campo della critica, sostenendo che la fabbricazione digitale (stampa 3D) e la rappresentazione digitale (rendering) siano pericolosamente fuorvianti per il rapporto tra progetto, manifattura e architettura. Ecco che di colpo, nelle esternazioni dei due noti architetti, l’architettura è stata rimessa nel cantuccio isolato in cui una certa visione oligarchica e ben organizzata della società civile (nonché della produzione e del potere politico) pretende di rinchiudere l’architettura il più a lungo possibile. Purtroppo questa nostalgia paternalistica non può essere più accettabile, e l’architettura non può più essere alibi a sostegno di visioni inattuali, usata al fianco di metafore sedative (come il rammendo, che non aggiunge alcunché alla nostra comprensione della reale gravità della situazione urbana).
Urge reclamare dunque, al fianco di una critica responsabilmente libera, anche un’architettura in grado di assemblare le istanze emergenti (dalle esigenze delle società umane alle potenzialità dei nuovi mezzi di produzione), richiamando con forza la responsabilità diretta degli uomini, siano essi progettisti, produttori, amministratori o fruitori. Urge reclamare il reale valore educativo della progettualità, prima ancora di verificarne l’efficacia, poiché senza educazione (di utenti, di progettisti, di amministratori) sarà improbabile che riusciremo a raddrizzare il destino dei territori urbani.

E quindi cosa è accaduto alla Biennale di Architettura curata da Aravena? Senza volermi ulteriormente ammantare di un ruolo critico (non ne ho la preparazione, lo avrete notato) vi lascio qui alcune possibili personalissime intuizioni:

Foto di E. Lain.

1- PLURALITA’ –  innanzitutto credo (spero?) che l’architetto cileno abbia deciso consapevolmente di abbandonare ogni universalità critica, evitando di dare rappresentazione unitaria dello stato dell’ars costruendi nel mondo. Esistono dunque MOLTE ARCHITETTURE, non solamente UNA;

Foto di E. Lain.

2- VISIBILITA’ – si è cercato di rendere VISIBILI molti dei processi INVISIBILI che permettono ai progetti di divenire realtà. Gli uomini, i materiali, i contesti urbani, le demografie, le politiche, e anche le guerre vengono chiaramente rappresentati nella loro cruda presenza nei processi di costruzione. Certamente la forma architettonica ne risulta parzialmente corrotta, perde i suoi connotati universali, tuttavia si umanizza e diviene nuovamente accessibile all’intelligenza collettiva;

Foto di E. Lain.

3- IBRIDAZIONI – si è cercato poi di mostrare quanto gli strumenti INVISIBILI e IMMATERIALI siano altrettanto determinanti nel processo di produzione dell’architettura (e non solo limitati funzionalmente alla sua rappresentazione). Qui mi riferisco a Greg Lynn e all’uso degli holovision della Microsoft, che superano la comune idea di render come rappresentazione;

Foto di E. Lain.

4- PROCESSUALITA’ – si è cercato, infine, di mostrare quanto il tempo (quello umano, non storicizzato e assoluto) sia il vero (nuovo?) alleato dell’architettura. Le fornisce le occasioni di ricostituirsi come processo umano, laddove la crisi economica ne ha inevitabilmente segnato l’essere strategia universale (e spesso disinteressata ai costi riversati sulla società civile).