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Il rapporto tra gli spazi cittadini (interni, esterni, funzionali, de-funzionalizzati, residuali, densificati) è un interessante punto di vista per comprendere lo stato dell’arte del rapporto tra il progetto e la città, dopo che la cultura architettonica ha (forse) metabolizzato i cambi di paradigma imposti dalla globalizzazione circa 15-20 anni fa. Cercherò di spiegarvi come la penso su come oggi conti di più la narrazione piuttosto che il valore assoluto di un progetto. Forse attraverso la narrazione stiamo arrivando ad una diversa concezione della temporalità e del peso che l’immaginario collettivo (e il consenso pubblico) ha nelle logiche progettuali contemporanee.

Per essere vagamente didascalici (e al solito in estrema sintesi) possiamo dire che la globalizzazione ha rappresentato dal punto di vista economico e politico la fine della Postmodernità. Parlare di ‘fine della Postmodernità’ è peraltro abbastanza inutile, poiché essa non ha mai avuto una storia (o un’evoluzione interna), ma aiuta senz’altro a capire che negli ultimi anni si è consumato un transito (per molti versi passivo, ovvero privo di spinte avanguardiste o di manifesti culturali degni di nota) che potrebbe essere definito trapasso.
Abbiamo consapevolmente (e metaforicamente, sia chiaro!) ucciso o lasciato morire ogni aspirazione, ogni lotta culturale, ogni corporeità, ogni biologia, per la semplice consapevolezza che era impossibile l’aspirazione al nuovo, alla singolarità, alla differenza di potenziale. Ogni traccia era già stata tracciata, ogni pensiero era già stato pensato, ogni forma era già stata realizzata (o immaginata). La globalizzazione ha mostrato come la completa traduzione del mondo in codici (incluse le sue ricchezze, le peculiarità locali, le singolarità civili) potesse costituire un impulso notevole ad un mercato diffuso, affiancando comunicazione e merce in un sistema di senso planetario.
Comprendo solo ora (nei miei trascorsi) che la mia personale ricerca (dalla tesi di laurea su un Centro Studi sulla Globalizzazione alla tesi di dottorato su Forma e Monumento, passando pure per le collaborazioni alle mostre MIR-Arte nello Spazio e la Grande Svolta-Gli Anni Sessanta) ha inteso ricostruire un percorso sul rapporto tra il linguaggio, i suoi codici, i suoi paradigmi e la sua capacità di dare e comunicare valore al mondo. Mi ero convinto del fatto che il problema fosse la creazione di valore, dato che le dinamiche sociali e culturali (e ovviamente anche quelle economiche) si basano su questo motore. La merce culturale ben rappresenta la convergenza di capitalismo, postmodernità e globalizzazione, ed è un prodotto recentissimo (sul quale si basano alcuni dei più interessanti paradigmi di rifunzionalizzazione di aree cittadine dismesse, mediante la creazione di cultural quarters).

Oggi, purtroppo per me, questa fiducia nella creazione di valore sta conoscendo strani (e affascinanti) sviluppi, vacillando di fronte ad alcuni esempi di progetto contemporaneo. Dall’incertezza possono nascere grandi idee, per cui procediamo in questa nostra indagine.
Siamo tutti consapevoli (inclusi i non addetti ai lavori) che in architettura il genio (oggi detto archistar in italiano e starchitect in inglese) è un concetto ancora molto radicato e difficilmente superabile. Esso rappresenta l’incapacità strutturale di realizzare appieno l’aspirazione collettiva e partecipativa dell’architettura. Anzi, la distanza tra l’opera dell’archistar e il senso comune costituisce forse l’ultimo baluardo (strenuamente difeso) di un urban marketing un po’ ottuso e che poteva funzionare solo in determinati casi (come accadde col Centre Pompidou e con il Guggenheim a Bilbao), ma solo a patto che le condizioni al contorno accettassero l’opera nelle proprie dinamiche di sistema; l’estetica (la forma) non aveva una correlazione diretta con i risultati ottenuti, ma ad alcuna critica interessò che fosse così.
Purtroppo questo portò ad un errore interpretativo e strategico: confondere la causa con gli effetti, pensare che il progetto d’architettura generasse (da solo) il rinnovo urbano. Certamente questo conveniva a tutti per molti versi: le amministrazioni potevano ridurre i tempi di intervento (progetto puntuale, con costi più o meno certi, possibilità di project financing, un po’ lavoro a imprese locali – forse….) senza operare cambi strutturali di paradigma. Si è contato molto sul turismo d’architettura e sulla capacità (come detto) della merce culturale di generare indotto senza venire mai consumata. Dunque: tempi certi (tranne che in Italia) di realizzazione dell’idea ed efficacia sul lungo periodo nella generazione di indotto (anche tolti i costi di manutenzione continua dell’opera d’architettura contemporanea).

Queste le ragioni che hanno condotto ad una fiducia troppo ampia nei confronti di alcuni architetti di fama mondiale. L’investimento collettivo è apparso sicuro, efficace, ottimo. E se la città fosse rimasta la stessa di qualche anno fa (connessa a condizioni globali di generale equilibrio) non saremmo qui a porci domande in merito all’efficacia di questo logica di rifunzionalizzazione urbana attraverso una generica gentrification culturale dei centri cittadini.

Cosa è cambiato dunque? Un brevissimo elenco (in ordine sparso, come sempre):
– meno soldi
– meno capacità pianificatoria (dovuta ad un generale caos)
– più consapevolezza da parte dei cittadini (soprattutto per la parte dei diritti)
– meno interesse alla partecipazione da parte dei cittadini (quando si parla di doveri)
– dispersione dei portatori di interesse e dell’immaginario collettivo (non si riesce a condividere idee forti di futuro nella pianificazione urbana)
– impossibilità di coordinare orizzontalmente progetti di grande scala (macroregioni o distretti)
– indebolimento delle istituzioni (che dovrebbero coordinare verticalmente i progetti di grande scala)
– ridotta attività economica (assenza di surplus da rivolgere ad investimenti su medio e lungo periodo)
– intensificazione delle migrazioni cittadine e dei fenomeni di nomadismo sociale (la città si sta rendendo conto che senza una stabilità della popolazione per ceto, etnia e localizzazione le vecchie logiche di pianificazione non sono più attuabili ed efficaci).
In questo scenario risulta evidente che la creazione di valore entra in crisi in merito alla valutazione del valore stesso, ovvero non riconosciamo in modo universale il valore. La moneta (il vecchio token simbolico della modernità avanzata di cui parla Giddens) non è più in grado di uniformare i sistemi di valutazione (abbiamo paradigmaticamente perduto fiducia in essa, pur non negandone l’efficacia operativa), mentre i ‘beni’ non monetizzabili stanno riacquistando un valore che percepiamo ma non sappiamo quantificare (la condivisione, la partecipazione, il legame sociale, il team-working, il fare artigianale). A questi valori si affianca però anche un nuovo tipo di valore (che avevamo imparato ad apprezzare in piena Postmodernità), ovvero il sentirsi partecipi di una narrazione condivisa, quel lato pop postmoderno che aveva terrorizzato le elitè ma entusiasmato il pubblico (che tra l’eccesso di citazioni e di ironia sentiva finalmente che la cultura gli era vicina). E’ un valore totalmente relativo, ovvero si rafforza in modo comunitario, e non acquista mai una propria autonomia. La massificazione ha lasciato il posto alla socializzazione, e la critica delle arti dovrà tenerne conto, poiché conterà sempre di più lo story telling piuttosto che i contenuti (già disponibili nei gigabyte di archivi opensource del pianeta, che hanno annullato il valore basato sull’unicità e sulla lontananza spaziale e temporale).

Ma cosa sta facendo l’architettura, adesso?
Siamo sicuri che l’archistar sia ancora un concetto attivo nella produzione di valore, secondo un vecchio assunto romantico che si basava sul confronto tra natura e artificio? O è un blando residuo di giornalismo popolare?

Il complesso di Amager Bakke sarà completato nel 2017 e avrà una vasta area ricreativa sul tetto e nelle colline circostanti
(Photo: BIG / Amagerforbrænding)

Ho riflettuto sulla cosa dopo aver visto (pubblicato) il progetto di BIG per Amager Bakke a Copenhagen, la rifunzionalizzazione di un inceneritore mediante un involucro smart (con grandi terrazze verdi), un meccanismo di produzione di anelli di fumo connesso ad un sistema di illuminazione dedicato e un tetto dedicato allo sky. Mr Ingels è un gigante del marketing (che ha molto a che vedere con la produzione di valore), è un progettista che ha capito perfettamente che ai committenti mondiali (abituati da decenni ad una visione pragmatica) manca il futuro. Ha capito poi che gli Emirati non sono gli unici committenti disposti a investire su opere immaginifiche, anzi, è più utile dimostrare che tutti possono realizzare un pezzetto di futuro senza per forza pagare un progetto di Zaha Hadid. Ingels ha mostrato poi a noi progettisti che è indispensabile per primi credere ai propri progetti come si crede ai propri figli (e come si è disposti a tutto per vederli crescere, anche a considerare il senso del ridicolo come un’opzione). Ha mostrato che l’estetica green non è l’unica metafora in grado di portare consenso attorno ad un progetto. Ha ricordato al mondo che l’architettura contemporanea è fragile, effimera, costosa, volatile, divertente, pop, inutile e che, nonostante tutto questo, le storie che essa racconta (come accade per molte graphic novels, di cui Mr Ingels è appassionato) sono ancora letteratura.
BIG sta trasformando il mondo con progetti che ingialliranno quasi subito, ma ai quali saremo affezionati in modo intimo, perché ci fanno sentire giovani e sconsiderati. Se poi il loro business plan funziona pure allora tanto meglio. Ma noi vogliamo sentire la loro storia, come ce la raccontano, facendoci sognare di andare appositamente sul tetto di un inceneritore di rifiuti a fare dello sci e poi scriverlo sui social network come fosse estremamente cool e smart. E guai a chi non cliccka I LIKE!