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Uno dei miei diagrammi olistici, stavolta sullo sguardo…

Suppongo si tratti di una sorta di impossibilità evolutiva del pensiero, ma invano abbiamo cercato di superare culturalmente il linguaggio attraverso la visione. Forse si trattava di un’illusione delle utopie filosofiche e progettuali degli anni ’50-’60.
Abbiamo confuso immagine ed immaginario, preoccupandoci troppo di cosa piuttosto che del come. Intuitivamente ogni sguardo/inquadratura è potenzialmente l’inizio di un paradigma interpretativo, se solo avessimo la forza di lasciare che la forza di quell’intuizione emanasse attorno a sé, sospendendo l’intelligenza e il capire a favore di un diffuso sentire.
Comprendiamo solo ora che il filosofo si sente solo. La sua Torre non è più un osservatorio, ma una tana, un rifugio. In pochi hanno avuto il coraggio di lasciarlo, di entrare nel mondo come esploratori, con mappe abbozzate e uno sguardo attento.
Tutto il lavoro di Deleuze, ad esempio, tiene conto di questo tipo di ricerca, non certo a caccia di omogeneità e sistematicità, ma di differenze, indizi-inizi possibili, di nuove tendenze di pensiero. Perché con Deleuze la sfida era di riuscire a pensare nuovamente il pensiero, possibilmente senza un soggetto. Tutto il suo lavoro è mirato alla condensazione, nel tentativo di restituire creddurata bergsoniana e spostare nella vibrazione  e nel mutevole l’attenzione dei filosofi.
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La durata deleuziana (più degradata e immersiva rispetto a quella bergsoniana) si affranca sia all’azione finalizzata dalla costruzione/fabbricazione che dalla speculazione sul possibile. Nella durata la mente non è né teatro né fabbrica. Essa è rivolta, distolta dalla finalità pura e dalla speculazione pura. Nella durata è possibile uno sguardo intenzionale o una ricerca, intesa come azione senza fabbricazione, ma non ancora abbastanza strutturata in speculazione pura. Questa differenziazione di sguardi hanno il compito di decostruire l’intelletto, ponendolo in una stasi vorticosa. L’indagatore-filosofo non può mettere a sistema la propria mappa, al più potrà consegnarne una bozza, con mille annotazioni, al limite della comunicabilità. Perché egli, essendo nella durata, e egli stesso mappa della propria ricerca. Ecco che il nostro Deleuze, pur negando il soggetto non ha potuto negare la soggettività dell’esplorazione.
Certamente Deleuze ha avuto il merito di violare il linguaggio per condurlo dalla rappresentazione alla presentazione. Le sue indagini filosofiche hanno cercato di affrancare la filosofia dalla scienza, per darle l’aspetto della ricerca continua, dell’insinuazione, del linguaggio non politicamente corretto, tipico di una poesia teatrante e crudele.
Gli scritti di Deleuze sono quindi la negazione (in senso propedeutico e pedagogico) del linguaggio stesso, ma, come è tipico nella negazione, essa non può affermare il nuovo, può solo sospendere il vecchio (come si trattasse di una vibrazione di Nietzsche sul fondo).
Il questo sussiste il nocciolo ‘storico’ della spinta del ’68 francese: aver negato il presente, senza aver affermato un futuro. Mancava, nel collettivo, un aggregatore delle pulsioni dei singoli soggetti, tutti rivolti al cambiamento ma senza uniformità di visione. I tempi non erano ancora maturi, forse.

Il nostro Postmoderno ha dimostrato come la vibrazione negazione-sospensione possa diventare una stasi perfetta, lo sviluppo di un eterno presente smemorato (non si darebbe il Postmoderno senza tener conto dei numerosi riferimenti all’amnesia, soprattutto nel cinema e nella narrativa della sua fase più matura e conclusiva, ovvero quando la cultura accademica si è mutata in senso comune e pop).
L’eterno presente postmoderno è fatto solo di forme.
In questo senso esso costituisce l’apoteosi culturale delle nostre radici greco-classiche. Il postmoderno è attualmente stabile e immutabile, fatto di continue ripetizioni e totale assenza di mutamento (o, meglio, di simulazione di tale assenza). Il Postmoderno è dunque un gioco senza finalità, negazione dell’azione, pura e assoluta comprensione intelligibile poiché si applica all’immutabilità della forma.
Il Postmoderno è stato terribile e angosciante proprio per questo: esso preteso di annullare ogni durata, ha esplicitato culturalmente l’immutabilità senza vie d’uscita, ha preteso una falsa rappresentazione del reale, negandone poi ogni mutamento, ogni creazione, ogni evoluzione.

La transarchitattura (di cui abbiamo già parlato) è culturalmente l’inizio della fine del Postmoderno, poichè ha mostrato l’inconsistenza della forma, e, più ancora, ha mostrato come la visione fosse il punto chiave per mutare la coscienza del reale. Infatti la transarchitettura non ha prodotto forme mutevoli (si tratterebbe peraltro di un rischioso ossimoro), ma ha mostrato come sia possibile un altro tipo di visione, per indicare forse un altro tipo di intelligenza. Tuttavia l’intelligenza stessa, non potendosi applicare alla materia (poiché molta transarchitettura è composta da bit o da pixel) è rimasta sedotta dalle nuove forme,.
E’ infatti la modalità di visione il vero moto rivoluzionario, non tanto il suo contenuto. Tuttavia poiché ogni immagine è un atto rivoluzionario e non certo per il suo specifico contenuto. Essa è delimitante, ma al contempo non dice nulla di più di ciò che mostra.
La transarchitettura aveva riconosciuto in Bergson un rivoluzionario, soprattutto nella sua disanima delle scienze naturali e la filosofia greco classica, dichiarando che anche l’architttura è un mero strumento. Essa non può più essere occasione del pensiero, al più potrà essere manifestazione dell’intuito.
Purtroppo l’architettura (come disciplina) sembra non  poter negare la materia di cui è composta, non fino al limite a cui l’hanno trascinata la decostruzione e la smaterializzazione. Materia e intelligenza sono, secondo Bergson, un sistema binario, per cui l’intelligenza vede la materia e viceversa. La struttura logica di materia e intelligenza è peraltro simile (entrambi sono composti di sostantivi/sostanze, predicati e oggetti/soggetti).
Se il disordine è un ordine senza finalità, allora la transarchitettura è scomposta e disordinata, ma con l’obbiettivo di ricondurre l’intelligenza all’istinto, fosse anche attraverso una vertigine sublime derivata dall’ibrido mecca-organico, o da orizzonti pericolanti.
Per questo la transarchitettura tende al biologico (non come forma, anche se a volte accade, ma come sistema autorganizzato dotato di finalità interna, cioè non strumentale), aggrappandosi al suo modello come massima metafora evolutiva. Solo tramite la metafora formale l’architettura può eludere momentaneamente la propria matericità.
Nonostante quanto affermi Masiero nel suo Estetica dell’Architettura ci sembra che l’architettura non possa essere un sistema di pensiero, tanto meno apparato filosofico (in questo ci sembra di cogliere il senso del rapporto tra Derrida e Tschumi per la Villette a Parigi). La filosofia decostruisce a priori l’intelligenza, ma non appena si fa azione la composizione architettonica scivola nella metafora: la materia svilisce l’intuizione, il pensiero si attua. Al contempo però l’atto si carica di virtualità (espresse o inespresse), in un vorticoso parallelo al tentativo di Gadamer di indicare la possibilità di tale accumulo anche per l’essere. 

In altri termini un pensiero metafisico sul mondo imporrebbe una finitudine delle durate e delle virtualità (ecco a cosa porta l’eternità: al mortifero). Mentre un pensiero indagatore e vitalistico terrebbe conto dell’ordine solo come eccezione momentanea di un continuo rifluire. La progettualità del mondo sta esattamente nel mezzo.