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Nel 2006 siamo andati a conoscere (ed apprezzare) le architetture portoghesi: Siza, Mateus, Byrne e De Moura hanno configurato (tra gli altri) una peculiare cultura architettonica che tenta di raccordare la tradizione con le forme più plastiche della contemporaneità.
Questa connessione non avviene certo nella composizione (il Portogallo è storicamente molto moresco come colori e decori) ma in un atteggiamento di fondo nei confronti della temporalità nelle proprie architetture. Anche le forme più contemporanee (come quelle di Mateus) sono rivestite di una patina temporale che ne sporca le linee più minimali, rendendole domestiche.

Ecco il punto, secondo me: gli architetti portoghesi delle ultime due generazioni sono riusciti a trasformare anche gli edifici pubblici in abitazioni. Dall’Expo di Lisbona, passando per l’Università di Architettura di Porto e arrivando al campus universitario di Aveiro (ma anche quello di Coimbra) tutte le architetture pubbliche sono declinate secondo un abitare, una modalità user-friendly per il cittadino. Non vi è l’algido distacco di un’architettura olandese, così solipsistica e individualista.

Al contrario, pur adottando un linguaggio compositivo similare (non identico, però) le architetture portoghesi si misurano con l’uomo. E con esso invecchiano, mostrando la propria caducità e la fatica interiore di non cadere nell’obsolescenza.

In questa domesticità diffusa (ovviamente è una mia personale opinione) la Casa Da Musica di Koolhaas non poteva che inserirsi come un innesto alieno. Un meteorite che, precipitato dal cielo come solo un’opera pubblica può fare, riconfigura spazialmente una piazza simulando la dinamica cristallizzata dell’impatto.

Io sono un estimatore di Koolhaas e del suo percorso volutamente border-line. Rimane infatti tra i pochi al mondo che non si sono curvati al parametricismo, memore del fatto che il programma è ben più importante della forma. E nel caso della Casa Da Musica l’olandese Koolhaas ha forzato la mano come non era mai accaduto prima (e questo è dovuto a quel contesto portoghese di cui parlavo prima).
Per sua stessa ammissione la Casa Da Musica nasce da due ragioni programmatiche:
– nascondere all’interno la sala da concerti (che per necessità tecniche sembra non poter essere altro che una ‘scatola’)
– utilizzare un progetto (commissionato e mai realizzato) per una casa singola, il cui programma funzionale era opposto a quello tradizionale del ‘focolare’ domestico. Si trattava di una casa in cui lo spazio collettivo centrale era di fatto occasionale, mentre tutto attorno gravitavano gli spazi ‘singoli’. Un programma analogo a quello di Villa Dall’Ava, per certi versi.

Casa Da Musica, ingresso principale.

Casa Da Musica – Ristorante sulla piazza.

La proposta di Koolhaas è quindi un luogo non-pubblico, in cui l’esterno è difficilmente percorribile (poiché ondeggia su varie quote), in cui i prospetti sono privi di carattere e di simmetria, in cui la distribuzione interna non accoglie il visitatore con grandi hall piene di luce, ma accompagna all’interno dell’oscurità sacrale. Nella Casa Da Musica la solarità portoghese viene negata. L’edificio non è pubblico, ma elitario, indisponente. Arrogante e rivolto al cielo piuttosto che alla decadenza dell’intorno storico.

Casa Da Musica – Lounge Bar.

E questo è evidente nel luogo più importante della Casa Da Musica: il lounge bar. Il bancone è di legno invecchiato (memoriale del passato marinaresco in cui il Portogallo era ricco e prospero), la finestra a nastro è alta (impedisce la  vista della città), i tavolini circolari sono piccoli (adatti per bevande) e a specchio. Ed ecco la magia del colto Koolhaas: la parete di fondo è in tessuto dorato, cosicché gli avventori, guardando lo specchio sul tavolino, si vedono in guisa di icona, ovvero con un’aura dorata attorno al mezzo busto.
Bisognava ricostruire l’elite per dare un pubblico alla Casa Da Musica, e la santificazione dell’individualità è forse il primo passo per vedersi ancora colti.