Seleziona una pagina

Abbiamo pensato a lungo che il cambiamento nascesse da un’intima necessità vitale di rigenerare le forme attraverso una revisione ontologica del concetto di novità.
In altre parole cercavamo un fondamento alla negazione del fondamento. Perché ciò che è nuovo è ovviamente diverso da tutto ciò che è stato. E dunque il nuovo non trova facilmente radici, tanto meno in un ordine immutabile, metafisico, classicista che impregna come un retrogusto gran parte della ricerca compositiva occidentale.

Abbiamo tuttavia affrontato la questione nel modo sbagliato, nell’illusione che la vera definizione di novità risiedesse nella differenza con quanto era stato prima. In altri termini abbiamo tradotto la questione in termini temporali e classificatori, con una pulsione che era tutta nella direzione della continuità. Anche di fronte a forme apparentemente nuove, la nostra comprensione di esse era finalizzata appunto ad una sorta di certificazione documentale della loro differenza dagli archivi consolidati, i quali mantenevano la loro prevalenza ontologica, il loro essere fondamentale punto di riferimento.

Di fronte a questo loop (per il quale non esisteva davvero alcuna novità, ma solo un gioco infinito di stratificazioni documentali e storicistiche) l’obiettivo è stato quello di mantenere una continuità di fondo, mirata a garantire una medesima procedura creativo-compositiva, ma anche una stabilità nella lettura-comprensione del dato reale.

L’architettura ha goduto a lungo di questa condizione per la sua caratteristica fondamentale e intrinseca: essa è disciplina materica. Nella sua realizzazione risiede la (pretesa) prova scientifica della sua stabilità strutturale e ideal-tipica. L’architettura mescola pensiero e prassi costruttiva, ma non sempre questo è un bene. Essa infatti (e nonostante le sue convinzioni) è una delle discipline umane meno scientifiche (anche se estremamente tecnica), poiché procede con pezzi unici, sartoriali, irripetibili (e su questo fonda gran parte del suo valore di mercato), dedicando d’altro canto molte energie per garantirsi al contempo un’aura di universalità. L’architettura è sempre stata insofferente di fronte a questa sua non-scientificità, soprattutto perché ad essa è stato affidato parte del progetto sul mondo: come pretendere, infatti, di affrontare il progetto in termini oggettivi (per i quali dalle premesse derivano le conseguente in modo prevedibile) quando questa coerenza interna non è affatto garantita?

Dirò di più: per molti versi questa incoerenza sistemica dell’architettura è pure garanzia di un certo inaspettato, un’imprevedibilità che dona guizzi incontrollati di creatività sul pianeta. E sono questi frammenti sublimi che possono portare all’umanità sia il capolavoro-monumento che lo scempio-mostruoso. In entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una epifania nella quale l’architetto è al contempo autore, vittima, carnefice, genio romantico, poeta e tecnico.

A questo punto ci poniamo alcune domande:
– la ricerca della novità è davvero necessaria?
– l’architettura deve forse essere ripensata?
– chi si dovrebbe occupare del progetto?

La novità è senz’altro necessaria, anche nella composizione di forme. Essa rappresenta, con tutte le sue contraddizioni, una delle espressioni del cambiamento. Senza cambiamento esiste solo l’equilibrio perenne (che per alcuni è detto anche morte). Ma al contempo sembra essere necessario, per i poetes (e dunque tutti coloro che lavorano poeticamente con forme e strutture), approfondire il processo, includendo in esso un momento fondamentale: la comprensione del cambiamento.
J. Dewey scriveva che: “oggi se una persona, un fisico o un chimico, vuole conoscere alcunché, la contemplazione  è  l’ultima  cosa  che  fa.  Non  sta  a  guardare  un oggetto,  per  quanto  a  lungo  e  in modo  intenso,  sperando  così  di scoprirne  la  forma  stabile  e  caratteristica.  Non  si  aspetta  che  un esame  siffatto  gli  riveli  alcun  segreto.  Procede  col  fare  qualcosa, imprimere una qualche energia all’oggetto per vedere come reagisce; lo pone in condizioni insolite per indurvi un cambiamento. […] In breve, il cambiamento non è più considerato la perdita dello stato di grazia, un  errore  della  realtà  o  un segno  dell’imperfezione  dell’Essere.  La scienza  moderna  non cerca  più una  forma o  un’essenza  stabile dietro ogni processo”.
Arriviamo così al secondo punto: l’architettura non deve essere necessariamente ripensata. Anzi. Dovrebbe tornare ad essere sperimentale, radicale ricerca del nuovo. E smettere di fingere di essere scienza. Interrompere con grande sapienza quella faticosa ricostruzione delle proprie nobili radici, percorso tortuoso tipico di ogni sine nobilitate. Abbiamo inconsciamente spostato la questione dall’architettura agli architetti (archistar), poiché dopo gli anni ’60 non è stato più possibile mentire e ingannare se stessi: l’architettura è una prassi colta, opposta alle scienze, molto più simile alla parola piuttosto che ad una lingua. La sua comunicabilità infatti risiede non tanto nell’applicazione teorica e teoretica della composizione, ma sul fatto che essa è espressione d’uso del mondo da parte dell’uomo.

E’ dunque l’ultima questione quella più aperta di tutte: se l’architettura non fosse abbastanza scientifica per garantire l’obiettività del progetto, chi se ne occuperà al suo posto? Non ho una risposta precisa, in merito. Ma intuisco che il mondo (e dunque la cultura) stia spostando il baricentro della progettualità dal tecno-scientismo all’ umanesimo. Questo significa che il significato di prevedibilità  e di futuro stanno perdendo capacità strutturante, a favore di un presente che appare sempre più esteso e coinvolgente, denso e profondo.
Insomma, sta cambiando l’idea di progetto. E sarà interessante vedere come…