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Vorrei discutere qui brevemente di un post pubblicato da PopUp City (l’indirizzo è http://popupcity.net/2012/01/trend-6-the-city-as-an-interface/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter&utm_campaign=popupcity , City as an Interface, di Jerome Breekmans). Mi sembra un buono spunto per iniziare a parlare di come vediamo le città oggi, in un momento (che dura ormai da quasi un decennio) in cui la digitalizzazione delle connessioni umane (un’estensione della comunicazione, così come si intendeva negli anni ’60 e ’70) spinge alcuni a parlare (come qui sotto) di città come interfaccia. Ora (ma ne parleremo in alcuni post, a seguire) il termine interfaccia sembra racchiudere alcuni concetti base, come

  1. – la continuità (l’interfaccia è un tramite tra due facce che si toccano, anche metaforicamente),
  2. – la virtualizzazione simbolica (l’interfaccia rappresenta una faccia all’altra in modo simbolico, come la   freccetta del mouse e le icone, per intenderci),
  3. – la causalità come principio unico d’azione (ad un click corrisponde un preciso atto/volontà), e, infine,
  4. – una generale sostituzione di ciò che viene rappresentato con la sua rappresentazione.

Senza queste basi concettuali e funzionali l’interfaccia non può nè sussistere (ovvero non si può parlare di interfaccia ma di qualcos’altro) nè funzionare. Ora la città (o l’idea che possiamo avere di essa) ha principalmente un generale principio di esistenza autoreferenziale. Mi spiego: la città esiste, brutta o bella che sia, storica o contemporanea, persino Las Vegas è una città (se no non avrebbero potuto strutturare su di essa, come fondale, la narrazione del primissimo CSI!), e non basa questa sua esistenza nè sul suo aspetto funzionale (la città può essere anche mal gestita, mal progettata, ecc…) nè sulla sua risposta emotiva/rappresentativa ai propri cittadini. La città può certamente essere vista anche come interfaccia, ma lo è sempre stata: interfaccia tra le professioni per vicinanza, interfaccia tra sistemi di potere locale e quelli nazionali/internazionali, interfaccia intermodale con i suoi aeroporti e stazioni. Tuttavia dovremmo ragionare, eventualmente, sull’augmented reality della città, piuttosto che vederne (o prevederne) il suo annichilimento nella cloud googliana o melensa.

La città non è, infine, una tecnologia, per la quale si possa parlare di obsolescenza o di upgrade. Essa è piuttosto un sistema dinamico che funziona principalmente per accumulo e per interazioni critiche, ogni sua risposta dipende da un precedente stato di crisi (abitativa, funzionale, commerciale, industriale, infrastrutturale, ecc…). E il risultato continuo di questo sistema dinamico è l’attribuzione di valore ai macrosistemi insediativi, determinanti per spingere al city renewal che ciclicamente coinvolge pezzi della città.

Ora leggete pure il post…