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Si dovrebbe dedicare più tempo all’esplorazione urbana per comprenderne soprattutto i meccanismi che assegnano (o sottraggono) valore alle cose.
A lungo si è posto l’accento sui significati dei fatti urbani, mentre il processo della loro valorizzazione è rimasto in delega al mercato immobiliare e commerciale. Il valore di scambio è rimasto così la leva dominante per le trasformazioni urbane, relegando al contempo i significati di tali trasformazioni (estetici, storici e tipologici) in una zona accessibile solo tramite specifiche chiavi di lettura (istruzione superiore e gusto, in primis).
Così le trasformazioni urbane hanno spesso mancato ad una loro naturale vocazione, chiarissima nella ricostruzione post-bellica e nei famosi 9 Punti sulla Monumentalità di Léger e Sert (1943): esse devono corrispondere alla collettività civile e alle sue aspirazioni, alimentandone il percorso formativo ed educativo. In sintesi: al valore delle trasformazioni urbane deve poter (almeno in parte) corrispondere il significato condiviso dai cittadini.
E questo è il punto nodale su cui da qualche tempo si stanno concentrando attori di diversa estrazione e provenienza (progettisti, sociologi, amministratori, imprenditori).
Il risultato dei primi tentativi di rigenerare le città senza cittadini (fino alle costose smart cities di nuovo impianto) non ha mostrato nulla di sostanzialmente diverso dalla gentrificazione che già conoscevamo. Per cambiare meta occorreva cambiare sia direzione che percorso.
Nuova meta: progettare e realizzare trasformazioni urbane che alimentino altre trasformazioni, a cascata. Il valore di mercato (valore di scambio, soprattutto degli spazi privati) trarrà beneficio dal valore d’uso (principalmente degli spazi pubblici o di quelli privati ad uso pubblico). Pregi: riduzione delle conflittualità, riduzione dei costi sociali occulti, minore rischio negli investimenti immobiliari, maggiore appetibilità per i capitali. Difetti: processi di valorizzazione un po’ più lunghi.
Nuova direzione: processi di maggiore collaborazione tra pubblico e privato.
Nuovo percorso: alimentare le occasioni di sperimentazione in loco per testare la costruzione collettiva di valore urbano (composto da valore di scambio+valore d’uso).

Relativamente a quest’ultimo punto ho riscontrato che emergono due figure chiave in grado di predisporre e alimentare la sperimentazione urbana: il presidio e il laboratorio.
Il presidio (come quello di Nuit Debout a Parigi, riportato in una mia foto del maggio 2016) recupera e codifica i processi dell’occupazione politica e fisica dello spazio. Place de la Republique è divenuto così un prototipo contemporaneo di quell’archetipica agorà di cui tanto si parla nei cenacoli più colti. Le manifestazioni (gruppi di riflessione, arte pubblica, performance musicali, ecc…) che hanno conferito nuova vita all’altrimenti sterile plateau sopraelevato della nuova Place de la Republique erano guardate con un misto di sospetto e ammirazione poiché sollevavano il velo della conformità. La pericolosità di quell’assembramento (tipico di ogni presidio) era palpabile: occupare uno spazio pubblico virtualmente rappresentativo significava dare atto alla sua identità pubblica. E questo atto passava anche attraverso la significazione del basamento della statua dedicata alla Repubblica francese: scritte, graffiti, segni tracciati sul biancore del basamento mostravano lo scontro tra due mentalità urbane, una astratta e ipotetica, l’altra attuale e sperimentale.
Il laboratorio urbano (che spesso emana dalla stessa radice del presidio) è invece rivolto alla costruzione di sintesi e negoziazione nella costruzione collettiva dei valori urbani. Il laboratorio si occupa di tracciare traiettorie condivise di apprendimento, tentando di costruire al contempo processi di adeguatezza (che potremmo leggere qui come l’opposto dell’universalità). Il laboratorio urbano sembra essere per questo la risposta più concreta allo stato di emergenza in cui versano oggi soprattutto le istituzioni e le università, anche a causa di una certa lentezza nel proporre soluzioni applicabili al rapido declino delle periferie costruite sul pianeta negli ultimi 50 anni.
Per dirla con le parole di Morin il laboratorio diviene utile laddove “la coerenza logica impedisce l’adeguatezza e l’adeguatezza impedisce la coerenza logica”.