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Qualche mese fa avevo deciso di partecipare ad una call for papers sull’illegalità urbana. L’unica indicazione: leggere in modo positivo l’illegalità come sintomo delle reali necessità urbane. Si trattava di indagare la scarsa resilienza delle normative urbane vigenti, per recuperare una maggiore aderenza alla realtà urbana.

Il tema sotteso era il peso di una progettualità intesa non come processo chiuso e vincolato alla definizione di una morfologia stabile (di edificio o di parte di città), quanto piuttosto come apparato concettuale in grado di operare anche sulla gestione ex-post delle trasformazioni urbane.

Confesso che dopo innumerevoli tentativi mi sono reso conto di un problema strutturale del mio pensiero: occorreva uscire dalla mia disciplina (l’architettura, ovviamente) per ampliare la capacità di comprensione e lettura dei fenomeni emergenti. Purtroppo uscire dalle discipline non è mai cosa semplice: si rimane come sperduti, preda di dubbi metodologici costanti, con un vago senso di panico misto ad agorafobia compulsiva.

Senza arrendermi cercai oltre, ma scoprii solo un abisso più profondo: inciampando su Foucault mi convinsi che le discipline sono gli strumenti culturali della Modernità, e l’obiettivo della Modernità è il dominio del pianeta. Dunque, per parlare di illegalità si doveva andare (addirittura) oltre la Modernità, superare le discipline e (vertigine) la stessa definizione di legalità.

A quel punto mi arresi e non partecipai alla call, ma mi rimase appiccicato un vago senso di inadeguatezza, poiché mi pareva (ancora una volta, una volta in più) di non riuscire a comprendere la complessità della realtà con i soli strumenti in mio possesso, quelli dell’architetto.

La prima intuizione (ovvero che illegale e illeggibile fossero in qualche modo lati di una stessa medaglia) rimaneva lì, inamovibile.

L’architetto ha un passato glorioso (molto passato, purtroppo) di mediatore tra il pubblico e il privato. L’architettura è dunque un’arte (o per lo meno lo è stata) fortemente ibrida, poiché ricopre (seppure con intensità diverse) un ruolo privato e un ruolo pubblico. Lo sappiamo tutti, non è certo un segreto. Eppure l’architettura non può da sola superare la pretestuosa dualità (che tutti riteniamo profondamente democratica) tra proprietà pubblica e proprietà privata. Eppure, bergsonianamente, confondiamo (sempre più frequentemente) le differenze di intensità con le differenze di qualità: l’architettura, in altri termini, sembrerebbe essere convenzionalmente vincolata a produrre beni immobiliari. Questo è il risultato di decenni sprecati senza proporre alcuna rielaborazione critica di quello che il paradigma vigente ha imposto alle professioni progettuali, senza recuperare un senso di libertà come partecipazione, preferendo ad esso, attraverso i potenti e autoreferenziali strumenti delle tecniche e dei linguaggi, un solipsismo onanistico ammantato di universalità.

Parlavo di aderenza alla realtà. Eccola: costruire, per un architetto, equivale a guadagnare qualcosa. Eppure la sua expertise genetica è rivolta al progetto e al project management, per le quali purtroppo solitamente non gli viene riconosciuto quasi nulla, in Italia. I reali committenti di un architetto sono i costruttori, sempre più raramente i fruitori delle sue opere.

Il mercato dell’urban developing è fortemente asimmetrico e monopolistico poiché in esso si concentrano i reali residui paradigmatici del paradigma uscente: rendite, separazione tra mezzi di produzione e forza lavoro, scarsa disponibilità del bene (terreno edificabile), costi di produzione sempre più elevati, tassazione in perenne crescita. Si aggiunga a tutto questo il fatto che l’apparato normativo è stato predisposto principalmente per opporsi allo sciacallaggio piuttosto che per agevolare un processo pubblico-privato di crescita (o rifunzionalizzazione) intelligente dell’urbanità.

Leggendo la disanima di Jeremy Rifkin sui commons collaborativi, tra le righe si percepisce l’auspicio che le asimmetrie del mercato immobiliare siano, nel futuro prossimo, la causa stessa della sua rovina. La stampa 3D di case (o pezzi di casa) a prezzi proporzionalmente irrisori sarà, negli auspici di Rifkin, un vero scacco matto alla filiera dell’urban developing. Teniamo presente che Rifkin (da buon statunitense) considera la costruzione edile come un processo di semi-industrializzazione misto al bricolage. E’ dunque idealmente semplice transitare ad un ulteriore processo di semi-industrializzazione (quello appunto della stampa 3D).

 

Può avere dunque una qualche rilevanza una professionalità come quella dell’architetto, in un paradigma come quello dei futuri commons collaborativi? I commons (per chiarire il concetto secondo gli studi di Elinor Ostrom, prima donna nobel per l’Economia) sono sostanzialmente beni comuni, senza asimmetrie di rendita o di proprietà, e hanno le loro radici nel periodo pre-capitalistico, dunque feudale. In tutto il pianeta esistono commons (i più vicini sono in Svizzera, tra le comunità montane), e le loro chiavi di successo sono sostanzialmente:
– la condivisione delle finalità e della gestione del bene comune
– il controllo reciproco rispetto ai free riders (gli approfittatori)
– l’autoregolamentazione
– l’elevata comunicazione trasversale
– il riconoscimento da parte delle istituzioni.

Questo ultimo punto ci riporta alla questione della legalità. Se le istituzioni riconoscono le regole che i commons stabiliscono nel proprio recinto allora i commons possono costituire un valido aiuto per la governance dei beni comuni. Uscendo (virtualmente) dall’illegalità, i commons operano come laboratori di creazione di comunità attive, in cui la condivisione delle responsabilità è l’elemento chiave della loro capacità di resilienza (anche economica). Ecco quindi che la legalità diviene nuovamente occasione positiva, poiché raccoglie le esperienze bottom up come compendio ad una più razionale gestione del territorio.

E quindi che ruolo può avere l’architetto in tutto questo? Può tornare ad essere un consulente nel management territoriale? Può assumersi il compito di essere una risorsa nella formazione di strategie collettive? Personalmente credo sia possibile, a patto che si compiano due fondamentali passi di avvicinamento reciproco (tra gli architetti e la società civile): da un lato gli architetti dovranno vedere riconosciuta la loro professionalità progettuale da parte della società, uscendo dalla sudditanza dalla costruzione; dall’altro (passo altrettanto complesso) noi architetti dovremmo recedere dall’ideologia della forma e imparare a vedere un orizzonte più ampio.

Considerando il fatto che il futuro del pianeta è sempre più urbano, credo che ci sia ancora molto da fare, lì fuori.