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Ho finalmente letto l’Architettura del Continuo di Lars Spuybroek (per il quale ringrazio il bel progetto di Deleyva Editore e E.J. Pilia, in qualità di curatore), un libro che aspettavo di leggere da qualche tempo, un tassello nella mia personale storia (della critica) di architettura contemporanea. Spuybroek è certamente un architetto molto colto (ebbi modo di conoscere a Barcellona nel 2001 anche Marcos Novak – che a quanto ne so è uno dei coniatori del neologismo transarchitecture –  e pure lui mi sembrò ben consapevole delle questioni di allora, dalla fine della body art all’esplosione, in ambito accademico, della Transarchitettura). 
Per chi non comprese a pieno la profondità della sfida culturale di quel manipolo di trans-accademici,  la novità rimase limitata alla straordinaria rivoluzione nell’ambito specifico della rappresentazione in architettura (anche se le trasparenze, le riflessioni, i wireframe, le spline, le NURBS mostravano già da qualche anno la loro potenza immaginifica al grande pubblico).
Ma per quelli che nel 2000 avevano circa 40 anni (come noi, ora) le questioni erano ben più radicali.
Io stesso mi trovavo casualmente a Barcellona su invito di un vecchio amico, l’architetto croato Marko Brajovic. Mi aveva convinto a frequentare un corso all’Hangar, sul soft per Mac Max e il suo plug-in NATO, un’interfaccia che seguiva la programmazione per oggetti, ideale per realizzare performance in real-time, e dunque predisposta alla comunicazione midi con il mondo esterno (dai sensori a grandi scatoloni colorati in red, green e blue). Eravamo architetti, videomaker, performer, programmatori e dj, pronti a realizzare interazione. Ci fosse stato Arduino forse io non avrei realizzato un’imbarazzante installazione in cui un pesce rosso, sospeso a mezz’aria nella sua boccia di vetro grazie a cavetti d’acciaio, mixava alcuni video clip con il solo movimento. Non c’erano ancora i social, e il mio Nokia 6110 di allora non scattava foto, fortunatamente.
Ma c’erano stuoli di visionari (più o meno convinti) che saturavano le università e i centri di ricerca interdisciplinari, con un’atteggiamento votato alla sperimentazione di alterità non paradigmatiche, volte principalmente all’emancipazione di un nugolo di nuove tecnologie pronte a liberare l’emotività e la creatività di prosumer in ambito artistico. Allora la Spagna aveva un trend di crescita impressionante, e a Barcellona l’età media era piuttosto bassa, anche nel corpo docente….
Se leggete quindi l’Architettura del Continuo per approfondire tali questioni avete trovato il testo giusto. Infatti è accuratamente trasversale (mostrando come l’architettura sia una inevitabile conseguenza, in certi casi, o una splendida occasione per chiarire alcuni transiti culturali notevoli, in altri), rivolgendosi sia alle neuroscienze che agli studi di morfogenesi, per evidenziare, mi sembra in modo vagamente strumentale, il fatto che l’architettura poteva avere un’altra origine ideal-tipica rispetto a quella mimetico-costruttiva della capanna originaria
Questa origine alternativa è infatti il tessile, per il quale la prima realizzazione architettonica è il tappeto, non certo la capanna. Per i non addetti ai lavori la questione sarà piuttosto banale, ma per alcuni di noi è come appurare che l’uomo non discende dalla scimmia ma da una vibrazione di fase nel vuoto quantistico: di colpo crollano paradigmi e storiografie, ma soprattutto critiche e dispositivi per l’interpretazione dell’esistente.
Le riflessioni di Spuybroek, in questo, sono estremamente affascinanti, ci mostrano una sorta di realtà alternativa, fatta di continuità invece di elementalità, per la quale la comprensione stessa dei fenomeni (e, di contro, la loro progettazione) risulta accuratamente vaga, fuzzy, in continua instabilità.
Per chiarire la principale differenza tra i due ideal-tipi (capanna e tappeto) basti evidenziare il rapporto che queste proto-architetture hanno con il corpo del soggetto-utente. 
Da un lato la capanna differenzia spazi potenzialmente duali (interno, esterno, coperto, scoperto, privato, pubblico), individua paesaggi, artificializza il terreno, si pone al contempo come strumento di lettura e di progetto del mondo intero (il bosco diverrà fonte di materiale da costruzione, gli elementi che compongo la capanna diventeranno idealmente degli universali della costruzione – pilastro, trave, catena, puntone, ecc…). Il corpo diviene estensione del soggetto da proteggere e tutelare con un riparo, l’architettura si configura quindi al contempo come strumento funzionale e come interfaccia, lanciando strali sul lunghissimo periodo, giungendo, ad oggi, a mostrarsi ancora come conditio sine qua non per l’esistenza umana.
Dall’altro lato il tappeto non copre, non protegge, non tutela. In esso trama e ordito (composti di filamenti) sono indistinguibili (a volerli separare per distinguerli il tappeto non esisterebbe più). Il tappeto è estensione (non interfaccia) del corpo del suo utente (un nomade, in rapporto diretto con il mondo che attraversa), può essere usato indifferentemente come pavimento, come parete e come copertura. In questo senso il suo essere vago è la ragione fondativa della sua specifica non-specificità funzionale. Il tappeto, poi, è aptico, ovvero estende il senso del corpo, diviene espansione ricettiva, non protesi funzionale, ma 
Il tappeto è una sorta di coltellino svizzero:  lo trovi sostanzialmente inutile (perché funzionalmente vago) fino a quando non arriva l’imprevisto che ti coglie senza strumenti. O, se preferite, è come uno smartphone, per il quale esisterà certamente quella app che possa rendervelo utile in quel preciso e specifico frangente temporaneo. 
Il tappeto risponde funzionalmente grazie alle sue pieghe e grinze (vesciole e blister), ma rimane un tappeto. Il continuo di Spuybroek invece trascende, rimuove la propria materia per rendersi riconfigurabile (il momento esatto in cui la deformazione diviene trasformazione, accantonando il sottile rapporto fisico tra elasticità e plasticità). Ecco che da tappeto diviene potenzialmente tessuto vivente. E qui sta la magia: il tessuto ha ragioni morfologiche intrinseche, mirate all’efficienza per la sopravvivenza. La vita è il grande mistero indagato da D’Arcy Thompson nel suo Crescita e Forma attraverso i paradigmi della biologia, e ancora la vita era il profondo interesse di Bergson prima e di Deleuze dopo. L’emergenza delle forme e del molteplice sono spinte culturali necessarie che ciclicamente riequilibrano il determinismo illuminista diffuso. E Spuybroek ha davvero voglia di attivare l’architettura, risvegliandone la componente emozionale, tattile e visiva.
Per questo anelito l’Architettura del Continuo presenta anche momenti di rara ‘scrittura utopica’, in cui Spuybroek (da cultore di un ibrido architettura-arte) lancia frammenti di un manifesto della continuità in architettura: ‘(…) Riassumendo, la visione architettonica che stiamo proponendo prevede la costruzione di una geometria topologica capace di vivere in maniera simbiotica con determinate tecnologie, e il cui fine è quello di riuscire a connettere tra loro azioni alle immagini. Questo implica un’architettura che cerchi di connettere tra loro qualsiasi tipo di azione, inserire un virus nel programma (funzionale), in modo che ogni oggetto e ogni evento possa dar luogo a effetti imprevisti e non programmati. Nulla, nessun oggetto o funzione, può rimanere isolato. Ogni cosa è coinvolta in un processo di trasformazione continuo. Ogni cosa è necessariamente aperta a ciò che è esterno. Una tale architettura liquida non ha nulla a che fare con il bello, la piacevolezza o le forme scultoree. Dal momento che la forma è figlia dell’azione e l’azione è figlia della forma, c’è sempre un certo rischio. E questo include il rischio che le forme siano inghiottite nell’abisso dell’informe. Ma senza questo rischio, fare architettura sarebbe qualcosa di completamente inutile’. (p. 55-56)
Emerge poi una peculiare insofferenza per il programma funzionale (che si esplica, secondo Spuybroek, principalmente nelle piante), a critica di una prassi architettonica (quella olandese) basata su raccolta di dati, creazione di scenari e creazione di uno specifico programma funzionale. Per un olandese il programma funzionale èl’architettura, tanto quanto per un italiano possono esserlo il carattere costruttivo o il tipo architettonico. Spuybroek, scalzando l’univocità del programma funzionale, introduce alla vaghezza dell’intero edificio, alzando ancora di più la tensione nel rapporto tra forma e funzione già messo a dura prova da Koolhaas. Certamente Koolhaas ha costruito di più (molto di più) di Spuybroek, ma quella freschezza utopica tipicamente transarchitettonica è comunque molto interessante, anche quando intuisce la propria estrema fragilità. Mi riferisco infatti all’altro rimosso del libro: la città, intesa come corpo di edifici-corpo e soggetti-corpo. Il tappeto, infatti, è una splendida origine ideal-tipica per il nomade, ma nel caso dello stanziale (e del cittadino) il tappeto ha un limite di efficacia nell’accessibilità ad uno spazio collettivo. Il continuo, quindi, sembrerebbe ottimo per un soggetto singolo (ancora molto olandese), ma non si comprende fino in fondo cosa accadrebbe nel caso di un soggetto collettivo. A ben vedere questo era pure il limite strutturale della deriva di De Bord, per cui la soluzione proposta dalla filosofia post-strutturalista era un ritorno (filosofico) al nomadismo, all’indifferenziato molteplice, escludendo l’1, costruendo corpi senz’organi (ancora un filosofema del continuo). Le gerarchie ostacolano la liquidità del sistema, pur garantendo, a ben vedere, una certa ridistribuzione (ovviamente imperfetta) delle energie.
Frei Otto, esempio di struttura auto-organizzata attorno a ‘vuoti’.
In altri termini Spuybroek non ci racconta (al di là delle sperimentazioni Formfindung di Frei Otto) come sarebbe la città del continuo. Ma ci regala comunque un’altra splendida riflessione teoretica: ‘(…) L’innesto del movimento nel sistema è esso stesso un’azione, e ogni variazione della struttura ha effetto direttamente nel range di variazione dei comportamenti che si è applicato (…). Questi movimenti riguardano contemporaneamente un singolo corpo, un gruppo, una forza e dei carichi. La postura del corpo (che coordina visione e azione) è essa stessa un’azione costruttiva, ma dovremmo osservarla in tutte le sue variazioni legate alle morfologie sociali – di singoli individui, di coppie, di linee, di righe, di code, di folle, di gruppi di qualsiasi genere – (…). Ogni morfologia sociale corrisponde alle morfologie formali che abbiamo sviluppato (superfici profonde, vesciche, sfoglia e spugna) dove il piano viene trasformato da uno stato regolare a uno stato più complesso capace di affrontare un maggior orientamento percettivo e una maggiore connettività. Un edificio non è che la continua distribuzione di movimento e di vita’. (p. 230) Ora, la vita e il movimento sono spinte nell’istante , modificando (funzionalmente e formalmente) il continuo, secondo un processo morfogeneratore determinato (a seconda del tipo di continuo) dalla maggior efficacia o dalla maggior stabilità strutturale. Tuttavia la vita e il movimento sono auto poietiche, ovvero si comportano come causa necessaria e sufficiente di sé stesse, e una volta completato il processo di morfogenesi, esso rimarrà invariato all’invariare delle cause che ne hanno determinato la morfologia. Il continuo vitale è dunque adattativo e responsivo (in questo senso Spuybroek richiama le affordance di Gibson, ovvero le sfide sensoriali che il mondo ci propone continuamente), al punto che il suo stato morfologico singolo tenderà a perdere di significato. Estremizzando (nemmeno tanto) le riflessioni di Spuybroek potremmo quindi giungere ad un nuovissima condizione anti-paradigmatica per l’architettura. Infatti se un paradigma tende generalmente ad unificare interpretazione e progetto del mondo (come strumento del soggetto), esso non sarebbe più necessario di fronte a processi completamente autoreferenziali, autopoietici e adattativi.
Probabilmente, per queste stesse ragioni, il nostro Spuybroek rinnega il ruolo dell’architetto, scrivendo ‘(…) Perché dovremmo accettare l’intervento divino in architettura quando già abbiamo smesso di accettarlo in natura?’. 
E in effetti le nostre sono continue variazioni sul tema, legate, anche, all’economia, ai materiali, al capitale sociale e agli altri ecosistemi. In definitiva Spuybroek non sembra tenere in considerazione il fatto che il suo continuo ideale (se si potesse realizzare completamente) non è unitario, né omogeneo, ma corrisponde alla mutua contaminazione (nidificata) di numerosi altri continui. Poiché, nella promessa interazione istantanea odierna, ogni soggetto ha un proprio continuo. E il reale rischio significativo è la loro frammentazione finale…