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Santiago Villanueva, Untitled #27, serie Touch Therapy 2011, foto E. Lain 2014

Mi è capitato di riflettere sulla nuova (e vecchia) dualità ereditata dagli anni ’80 che sta riemergendo nell’ormai stanco dibattito sulla stampa 3D: conta di più il modello/forma o il dato ‘materiale’ che esce dalla stampante? La tecnologia della stampa 3D è di per sé un ottimo tool per la creatività (e per la sostenibilità, per certi versi) ma il dibattito è ancora viziato da vecchie contrapposizioni che rivelano tutta la stanchezza dei paradigmi ‘moderni’.
Ci si impantana così in un cluster che ricombina da secoli teoria e prassi, la cui sintesi, lontana dall’essere sistemica, è stata affidata nel tempo ad alcune figure singolari: l’artista (salvato dal mecenatismo); poi il genio romantico; poi il designer post-modern; quindi il guru imprenditorial-newage; e infine il maker, nostro contemporaneo. Possiamo rendere (invece) strutturale questa sintesi, riportando la ricerca ‘pratica’ nel grembo (stanco e spesso sterile) della ricerca ‘teorica’ italiana?
Devo aggiungere, per dovere di cronaca, che ho una certa ritrosia nel mettere tra le ‘figura singolari’ anche l’archistar, poiché dal punto di vista idealtipico non ha rappresentato in modo compiuto la medesima sintesi della ‘genialità’ romantica. Quando parliamo di ‘archistar’ (in Italia) o di ‘starchitect’, ci riferiamo ad una semplice invenzione linguistico/mediatica, un’emergenza dovuta ad una diffusa crisi disciplinare, essendosi recentemente logorato il rapporto tra Capitale e sviluppo urbano. Forse non avremmo stars se  le governance dei territori avessero sviluppato nuovi paradigmi (e strategie economiche) basati sull’inclusione sociale piuttosto che sull’esclusione (ghetti, sobborghi e favelas) e sull’esclusività (enclave di lusso con guardie armate).
Per l’architettura la questione materica (ed economica) è peraltro determinante: costituisce una difficoltà anche strutturale all’evoluzione sistemica della disciplina. Ricordiamo, su tutti, il ‘no money no detail’ e la formula ‘¥€$’ di Rem Koolhaas, a dimostrazione del rapporto diretto tra economia-finanza-sviluppo urbano.

Ma torniamo alla questione iniziale, ovvero la pretestuosa dualità tra la forma virtuale e il materiale. C’è chi sembra affermare che l’aura di ottimistica innovazione che aleggia sulla tecnologia di stampa 3D dovrebbe acquisire maggiore materialità (ovvero, forse, consistenza strutturale). Forse, per alcuni, dovrebbe assomigliare un po’ di più ad esempi più tradizionali di business, come l’artigianato o la piccola impresa industriale. Essere troppo leggeri viene preso come un difetto strutturale…

L’opera di Villanueva che ho trovato recentemente ad Artefiera a Bologna mi sembrava interessante in quanto rappresenta questa sorta di resistenza nei confronti della novità: la serie Touch Teraphy allude ad una cultura in cui l’eccesso di visivo ha condotto alla passività nella visione, e la cura consiste nel rieducare il tatto (a sua volta sempre più confinato nel digitale e nella tecnologia touch-screen). Tuttavia quelle pieghe e curve sono spesso troppo digitali (controllate, senza fratture o discontinuità), segno che anche la mano dell’artista, ricercando il bello e il conforme, opera con risultati parametrici. Il risultato è l’indistinguibilità allo sguardo, dunque occorre chiudere gli occhi.

Sembra che l’emergente critica all’innovazione stia decidendo cosa mettere in un cassetto che per sua stessa natura risulta indefinibile. L’innovazione, infatti, è in continuo movimento, non si può arrestare e forse nemmeno rappresentare. Chi si pregia del titolo di innovatore, infatti, non riesce a di-mostrare l’efficacia della propria attività: la novità, per definizione, non s’è mai vista, e quando si vede non è più nuova. Come rappresentarla, dunque? Le prime rappresentazioni di ‘città ideale’, in cui si utilizzò la prospettiva, adottarono due strategie specifiche: crearono finzioni ragionevoli (portando la rappresentazione pittorica ad una accelerazione concettuale e tecnica notevole) e contaminarono rappresentazione e progetto. Non si poneva la questione di esistenza materica, quanto di possibilità logica. Tipico del condensato culturale rinascimentale, per cui tutti i tempi (della storia e del progetto) precipitano in una nuova idea. Non si poneva la questione della materia, poiché la novità consisteva in forme e stili, non certo nelle prassi artigianali.

Ma oggi, nella cultura, non sussiste alcuna densità, quanto una diffusione orizzontale e tendenzialmente non territoriale. Ecco quindi che la pretesa materialità potrebbe essere presa come rappresentazione necessaria atta a creare raddensamenti. Ma si tratta di pigrizia culturale, di un tentativo di rinsaldare la stampa 3D come fenomeno main stream, insomma di marketing, non certo di una riflessione filosofica e culturale.
Ben più utile, a mio avviso, sarebbe sollevare la questione del passaggio da paradigmi ideal-tipici (e di radici platoniche e dunque tendenti all’universale e all’immutabile) a paradigmi creativi (e accetto consapevolmente di rischiare l’ossimoro!). Dal punto di vista del rapporto tra forma e umanità, infatti, ci troviamo di fronte ad un bivio che va affrontato consapevolmente: da un lato la forma costituirebbe (platonicamente) la speranza di un rapporto con l’universale e l’immutabile (dunque con una validità per tutti gli spazi e tutti i tempi); dall’altro la forma garantirebbe la sintesi finale di un flusso creativo che accetta di calarsi nella temporalità (con il rischio di un’estremizzazione nel simultaneo, dove il progetto, come procedura, salterebbe definitivamente). Esiste una via mediana? La forma accetterà di essere ricollocata nel mondo abitato? Forse dovremmo attendere la prima abitazione stampata ed abitata per capire cosa sta cambiando, fuori dalle nostre grotte.