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il prof. Antonio Caronia nel 2003

Antonio aveva un piano. Quando uscì di casa e si intromise nel flusso caotico della realtà ipermetropolitana lasciò che il senso di vertigine lo attraversasse come una lastra cosparsa di idrogenuro d’argento. Accadeva ogni volta: volti, mani, marchi, acconciature, suoni, colori, odori. Ma soprattutto dispositivi, che come nuova bigiotteria agghindavano i corpi senza età che si raddensavano tra veicoli e spazi. Niente bellezza, solo composizioni tecno-organiche e potenzialmente connesse in un eterno presente che abbracciava ipertroficamente tutto il reale sensorio.
Poi si concentrò sulla sua direzione, sforzandosi all’opacità sensoria. Aveva un piano, appunto.
L’Istituto lo attendeva, come ogni mattina. Le telecamere di sorveglianza valutarono i marker del suo corpo, inviandone i dati biometrici al IT centrale, confrontando la sua impronta corporea con il database scolastico. Un bip lo avvertì che si trattava effettivamente del suo corpo, quindi lui era lui. Il senso di identificazione con i marker in archivio gli strappò un vago senso di bilocazione, un accesso momentaneo all’ubiquità, novello santo della comune istantaneità aumentata.
La routine prevedeva una pausa nel suo studiolo per la consultazione delle altre sue emanazioni virtuali: l’infosfera pretendeva la attenzione, almeno un paio di volte al giorno. Gli oggetti spime che avevano percepito la sua presenza si configurarono in base ad altre rilevazioni biometriche. La temperatura della sedia e la superficie della scrivania mostrarono la loro versione di sensibilità surrogata, adattandosi a quello che ritenevano fosse il suo stato d’animo. Le emozioni portavano a biometrie codificate, dunque potevano essere tradotte in protocolli e configurazioni. Il comfort era il più subdolo stratagemma per una violazione consensuale alla privacy.
Nel corridoio echeggiava un mix autoprodotto di suoni e rumori. Alla misantropia di qualche decennio prima era subentrata la sovraesposizione delle scelte individuali. Ciascuno ascoltava le proprie playlist on air, mentre cuffie e auricolari erano stati relegati ad essere strumenti dei necessari momenti di intimità. Ma il gusto doveva necessariamente essere espresso, come tutti gli altri surrogati di identità personale. Niente più spirito, solo emanazioni creative dirette, più o meno collettive. Le scelte culturali si mostravano attraverso i trend topic.
Antonio doveva concentrarsi sul proprio piano. Quello rappresentava una scelta reale, non codificata, ancora profondamente corporea. Memorie dal passato prossimo si confondevano e confutavano nelle emanazioni dirette e invadenti del basso futuro. Quella mostra a Bolzano, la cena con quell’artista cipriota che aveva creato una protesi per la deambulazione a sei zampe, le questioni ancora aperte sulla bodyart. Erano passati più di dieci anni, ma l’accelerazione del tempo li facevano sembrare cento. Si accorse di aver ancora il cappello, quello con la tesa alla Burroughs, e il vecchio loden. Che cazzo, si era sempre ripromesso di non finire in loden, ma le proiezioni culturali spesso ci conformano e perdiamo il senso di ciò che vorremmo essere a favore di ciò che ci si aspetta che siamo. Il loden e il cappello non erano spime, resistevano al consumo, come fossero un’estensione off-line del suo corpo. Toglierli era una sottile violenza, una sorta di autoamputazione rituale che compiva più volte al giorno. Per questo amava l’inverno e soprattutto camminare al Sempione: sempre vestito della sua armatura, che per gli altri era disindividuante, mentre per lui era un urlo alla realtà aumentata del presente.
Si alzò, nel completo di velluto. Capelli bianchi, denti ingialliti dal fumo attivo e sconclusionati da classe operaia. Le tracce della sua provenienza erano altrettanti marker nel database, probabilmente. Forse i dati sul suo conto dicevano molto di più delle sue memorie personali. Tolse dalla borsa i tre libri paperback che stava rileggendo, Le tre stimmate di Palmer Eldricht, Neuromante e Schismatrix. Libri del suo tempo, quando il tempo esisteva ancora, e le sovrapposizioni tra reale e virtuale appartenevano ancora ad una prospettiva potenzialmente ideologica, uno spazio in cui immaginario e critica si confondevano magicamente.
Oggi tutto si era diffuso ed ogni critica era mero esercizio letterario. L’estetica non era più un recinto a cui accedere, ora abbracciava il pianeta, e senza un altrove era impossibile qualsiasi distanza.
Il suo piano era semplice, e avrebbe funzionato alla grande….(continua?)

In memoria di Antonio Caronia (1944, 30 gennaio 2013), autore del saggio Il Cyborg, (Theoria, 1985). Un signore appassionato, per quanto posso ricordare. Rest In Peace