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L’affannosa ricerca dell’architettura per un’autoreferenzialità di carattere estetico e tecnico sembra aver causato oggi, e come conseguenza forse inattesa, l’isolamento delle opere dai loro contesti urbani.
Dico “sembra” perché è una critica che si usa rivolgere alle opere di architettura contemporanea, e che rientra nella tradizionale critica a tutte le opere della contemporaneità.La contemporaneità, infatti, è normalmente fuori contesto, e oggi, digerita la sbornia ironico-ludico-depressiva della postmodernità, essa può finalmente liberarsi del fardello più critico del design: il presente.
Il prezzo di questa libertà condizionale, in cui l’architettura ha perduto la sua spinta politica, è la costrizione a ripetere gli stilemi estetici della prima metà del novecento, sdoganando tetti piani e facciate stereometriche e bianche fin nella profonda provincia extraurbana.
Quando anche l’ultima villetta a tetto piano sarà costruita avremo finalmente compiuto l’opera di dissoluzione culturale del patrimonio razionalista novecentesco.

Questa generale assenza di ricerca al di fuori dell’estetico, come cercherò di mostrare, non dipende solo dal percorso interno alla disciplina (o dall’egoreferenzialità di alcuni architetti), ma da un complesso di pulsioni che faticano sempre più a prendere corpo nell’architettura contemporanea, lasciandola così alla periferia dei dibattiti globali. La questione, come detto, non si esaurisce nelle forme delle opere (più curve o più spigolose), e nemmeno nel loro rapporto coi contesti (con opere più memoriali o più aliene, più energivore o più sostenibili): ne emerge anche un lento indebolimento della progettualità, di quel processo di sintesi delle pulsioni, interne ed esterne, che, poco tempo fa, l’architettura cercava ancora di includere nei propri processi compositivi e costruttivi.

 

Ma facciamo un piccolo passo indietro, torniamo a quanto scriveva, in piena postmodernità, il grande architetto Rafael Moneo (critico, studioso e progettista d’eccellenza, vincitore del Pritzker Price nel 1996): “sembra che al tipo, oggi, si accompagni la frammentazione. E’ questa, in ultima analisi, la sola arma rimasta all’architetto da quando, abbandonato l’oggetto in quanto tale, ha fatto del progetto la ragione d’essere dell’opera d’architettura“.

diagramma della ricerca dell’unità interna dell’architettura nella modernità (E. Lain)

La sintesi finale di Moneo nasceva da una breve analisi della ricerca di unità da parte dell’architettura moderna, partendo dal [tipo+idea] di De Quincy (XVII secolo), passando per il [tipo+spazio] del Movimento Moderno, transitando per Venturi e la sua architettura automimetica e dunque caratterizzata dal [tipo+immagine] e arrivando, infine, al [tipo+memoria] di Aldo Rossi.
La ricerca di unità attraverso i secoli, secondo Moneo, aveva purtroppo portato l’architettura a indebolire il tipo (che potremmo delineare come la sottile metafisica interna dell’architettura, il suo quasi-DNA, abbastanza presente da impedire che il delirio della forma qualsiasi e abbastanza articolato da permettere il progetto di qualsiasi forma), dovendolo così affiancare ad altre forme di universalità, ovvero la natura, la funzionalità, l’estetica e la tecnica.
La modernità e la postmodernità hanno da parte loro dimostrato come il tipo architettonico non potesse ricucire quel perturbante senso di straniamento che l’uomo prova come conseguenza stessa della formalizzazione delle Discipline, delle Culture e dei Poteri, dunque a partire dalla Rivoluzione francese e dall’Illuminismo. Come riporta Vidler “lo straniamento urbano era una conseguenza dello stato centralizzato e della concentrazione del potere politico e culturale, dove le consuetudini locali e i legami comunitari erano brutalmente recisi” (Vidler, 1992). Da allora ogni avanguardia dovrà così porsi in equilibrio tra la rimozione della storia (il passato prossimo) e il recupero di quella dimensione pre-storica (originaria) capace di colmare momentaneamente il senso di straniamento in cui la classe borghese è (secondo Vidler) destinata a vivere dal XVIII secolo in poi.
La rimozione del passato prossimo e il primitivismo originario, in campo urbano, porteranno allo sgombero dei territori occupati. “Il compito di colmare tali vuoti diviene appannaggio dell’architettura, la quale è costretta, in mancanza di un passato vissuto, a cercare un terreno poststorico su cui basare una autentica dimora per la società”. (E. Bloch, 1959).

In tre secoli l’architettura aveva lottato strenuamente per la propria unità, fino alla resa silenziosa delle opere di Aldo Rossi, in cui l’architettura della città si riduce a ‘testimone muto’ di fronte alle perturbazioni morfologiche e sociali. Di lì a poco il destino dell’architettura sembrava quello di rimanere lingua morta o di divenire completamente autoreferenziale.

Passate le contaminazioni postmoderne, all’alba del XXI secolo l’architettura ritrova l’urgenza di consolidare la propria unità, sia disciplinare che estetica. Gli scritti (e le affermazioni pubbliche) di Patrik Schumacher, soprattutto dopo la recente scomparsa di Zaha Hadid, lasciano trapelare questo struggimento interno ad una disciplina che oggi più che mai ha bisogno di alleati forti. In fondo, in epoca pre-globale, il binomio unità-identità consentiva alle opere d’architettura di essere media tra i ‘corpi-identità’ (fisici e culturali) e le metafisiche in lotta per il dominio sul mondo (il Potere, l’Estetica, la Natura, la Società, la Scienza, la Cultura, la Tecnica, le principali). In questo ruolo mediale l’architettura si manteneva in una sorta di equilibrio dinamico, abile maestra della trattativa del dare-e-prendere-corpo, sempre al servizio di una metafisica contro le altre. Idee sociali venivano mutate in tipi edilizi, principi igienici divenivano regole estetiche, tecniche costruttive divenivano occasione per realizzare edifici prima di conoscerne le funzioni: la modernità ha prodotto occasioni di negoziazione e sperimentazioni (e fallimenti), consumando al contempo il DNA stesso dell’architettura, corroso nella continua negoziazione tra populismo ed estetica, arrivato esausto in piena epoca globale.
L’equilibrio dinamico tra le forze centrifughe (le metafisiche rivali) e centripete (tese a sostenere e alimentare la costruzione dell’unità disciplinare nell’opera di architettura) era garantito proprio dall’estrema resilienza del tipo, la vera pietra filosofale dell’architettura moderna, capace di mutare rimanendo sempre identico a se stesso, dunque radicalmente conflittuale e indefinibile. Di fronte all’esaurimento della capacità unificante del tipo, passando attraverso il breve periodo degli/delle starchitects, siamo giunti oggi a non avere più alcuna teoria unitaria della disciplina dell’architettura, al punto che un critico (Schumacher) ha dovuto fondare e alimentare, in solitaria, una corrente estetico-critica (il Parametricismo) nel tentativo di raccogliere i residui di ricerca formale della nostra disciplina in epoca contemporanea. Il Parametricismo si pone come unica alternativa teorica possibile al vuoto critico, trasformando le opere in corpi tecnicamente unici e irripetibili, realizzabili solo grazie a un controllo serrato dei processi compositivi e produttivi con software programmabili, nega il ruolo mediale dell’architettura (e in questo è radicalmente oltre la modernità, definitivamente autoreferenziale), senza riuscire a garantire alla disciplina un valido sostituto al tipo.
In altre parole, mentre l’architettura della modernità lottava per la propria unità, mantenendo in vita la propria identità oltre la matericità delle opere realizzate, oggi, in piena globalizzazione, l’architettura si fonde sempre più intimamente con le opere di architettura. Oggi chiamiamo ‘architettura’ sia la disciplina che l’opera che essa produce, e ogni opera d’architettura anela ad essere la ‘prima’, cosa che non accadeva, ad esempio, un secolo fa, con l’International Style, in cui un altro critico e progettista, Philip Johnson, aveva raccolto in una mostra opere di differenti architetti di nazionalità diverse, progettate in quegli anni e con caratteri sostanzialmente identici.

architettura e mondo globalizzato: dimensione glocale del progetto contemporaneo (E. Lain)

Se i corpi delle architetture a firma ZHA sono ormai riconoscibili in tutto il mondo (certamente con l’esclusione di Tokyo) dobbiamo comprendere che la ‘solitudine’ degli edifici di cui parlava Moneo è divenuta, se possibile, ancora più radicale. In piena globalizzazione, l’opera di architettura è un ibrido sperimentale, e, dunque, privo di un DNA in grado di renderlo riproducibile. La ricerca di Le Corbusier per l’industrializzazione derivante dall’uso del calcestruzzo è storia passata, superata da possibilità produttive capaci di materializzare (quasi) qualsiasi forma grazie al sostanziale cortocircuito tra processi di design e processi di produzione: tendiamo ad usare gli stessi software per il design e per controllare la produzione degli edifici (si veda ad esempio il webinar sul Morpheus Hotel di ZHA).
Questo anomalo ripiegamento dei processi tende dunque ad elidere la durata del processo di design, spingendolo ad essere simultaneamente processo produttivo. Ne emerge così la condizione contemporanea che (altrove) ho definito, per l’appunto, simultaneo: non esistendo più forze centrifughe e centripete poste in equilibrio dal rapporto duale dei processi di design e di produzione, il design di architettura si trova immerso in un indistinto orizzonte degli eventi senza alcun potenziale ordine metafisico (nemmeno la società sembra avere più un reale peso in questo).
In tale condizione globale, la possibile alternativa all’autismo progettuale, sembraessere, per l’architettura, un ritrovato interesse per la sperimentazione progettuale, costringendosi alla durata come alternativa al simultaneità, ibridando i fondamenti disciplinari senza ibridare le forme, in modo che tornino ad essere occasione di apprendimento e diffusione di idee.