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Il 13 febbraio 2012, a conclusione dell’ottima iniziativa Superurbano organizzata sotto l’egida del Premio Barbara Cappochin, si è tenuta la lectio magistralis dell’architetto Alejandro Zaera Polo, già conosciuto come fondatore dei Foreign Office Architects. L’oggetto della lectio era l’envelope degli edifici di grandi dimensioni e tipologicamente pubblici, o comunque per i quali il rapporto con il pubblico e la città diviene non solo parte del programma funzionale ma anche ragione specifica del carattere architettonico.
Naturalmente le premesse culturali e concettuali della riflessione di AZP hanno riguardato la città, la quale non gioca solamente un ruolo contestuale all’architettura ma diviene il vero principale obbiettivo della progettazione degli edifici a vocazione pubblica. In altri termini il dibattito decennale sul rapporto tra edifici di grandi dimensioni e la città che li ospita viene definito da AZP secondo il principio per il quale la città è la rappresentazione del modello capitalista e tardo-capitalista, nel quale avviene l’accumulo di beni (infrastrutturali ed economici) che rendono possibile la stessa architettura e ai quali essa può accedere grazie alla città. Anche AZP è sembrato dunque leggere il rapporto tra architettura e città secondo il principio funzionale dell’interfaccia (attraverso la quale avviene uno scambio di energie e potenzialità, al più di informazioni), postulando, tra le righe, che la città e l’architettura non siano più vincolate da obbiettivi formali comuni.
Per tale ragione la rappresentazione formale di un’architettura intesa in questi termini non può che essere virtualmente fluida, e, citando il sociologo Baumann, liquida. Uno dei risultati più noti di questa interpretazione/intenzione progettuale è il Terminal di Yokohama, che tenta di cristallizzare ‘la realtà liquida della città tardo-capitalistica’.

Terminal di Yokohama, AZP e F. Moussavi.

Anche Koohlaas si era soffermato, negli anni ’90, sul tema della Grande Dimensione (Bigness), nel corso del progetto di OMA per Euralille. Tuttavia la sua riflessione era la conclusione del dibattito internazionale che, dagli anni ’60 fino agli anni ’90, divise gli architetti tra chi declinava che l’architettura potesse definire la città (il nostro Aymonino era tra questi) e chi invece sosteneva che tale atteggiamento, nel caso delle città storiche, andasse rivisto a favore dell’egemonia dell’architettura della città. Per Koolhaas la questione dell’archeologia cittadina (quella magica sovrapposizione tra spazio e tempo) era superata dalla funzionalità resa necessaria dalle grandi reti di comunicazione intermetropolitane, interstatali, internazionali e, last but not least, globali. Certamente Koolhaas registrò l’autonomia (e indifferenza) dell’envelope sia dal contesto (fanculo il contesto, citava il suo Bigness) che dal proprio interno (e in questo K. si dimostrava ancora una volta grande lettore della tradizione eroica lecorbusieriana), e forse tracciò in anticipo una via di fuga dalla questione del rapporto tra architettura e città.

OMA – R. Koolhaas, Gran Palais a Euralille (modello).

L’intervento di AZP aggiunge tuttavia uno step successivo, poiché la storia dell’architettura, in questi ultimi 20 anni, ha mostrato un notevole interesse alla definizione dell’envelope piuttosto che al carattere degli edifici, ma anche perché il post 11-09-2001 ha tracciato un solco indelebile nelle coscienze mondiali: la globalizzazione è un dato di fatto fisico per il quale il villaggio globale è reale. Ovviamente non si tratta solamente della comunicazione, ma soprattutto dei futuri delle nazioni, connessi in modo complesso ma pur sempre legati da un principio reciprocità.
L’architettura contemporanea, essendo oramai da tempo priva di ordini, stili, linguaggi e tradizioni (nemmeno dal punto di vista strutturale), si dedica ad essere il più possibile rappresentazione di una realtà aumentata, ovvero di quella sovrapposizione del dato oggettivo/materiale/reale con il suo layer soggettivo/immateriale/virtuale.

Progetto per la stazione di Birmingham di AZP.

L’architettura, essendo per suo statuto costruita, sembra avere l’intenzione generale di smaterializzarsi concettualmente (ovvero divenendo un ossimoro, una sorta di costruzione virtuale). Questo atteggiamento, anche se da un lato rinuncia agli strumenti tradizionali di trasformazione della città, permette di trasformare l’immateriale in sublime, ovvero in continua sorpresa estetica per il cittadino.
AZP, infatti, ha sottolineato come l’envelope (che noi potremmo tradurre come la sovrapposizione di inviluppo, pelle, bordo, interfaccia) sia in realtà un apparato complesso, che raccoglie il know-how di discipline differenti, dovendo essere al contempo:

  1. apparato climatico
  2. volto dell’edificio verso l’esterno
  3. sistema di interfaccia con la città e i suoi cittadini

infine ‘the envelope is not the surface but surface+its attachment‘, ovvero l’envelope ha uno spessore in termini di tecnologia strutturale. AZP ha sottolineato questo dato costruttivo per superare un certo atteggiamento che intende ridurre l’envelope a puro rivestimento. In altri termini, secondo AZP, è nell’envelope che l’architettura (e gli architetti) si gioca la propria eccellenza.