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Ho deciso, da qualche tempo a questa parte, di coinvolgere i tirocinanti che transitano per il nostro Studio in una riflessione complessa su vecchie e nuove strategie di colonizzazione dell’immaginario urbano. Il mio obiettivo è quello di indicare ai tirocinanti temi universali e contesti locali per la realizzazione di concept progettuali sulle prospettive per la futura urbanità.
Confesso che all’inizio del percorso (che dura da circa 18 mesi) la mia idea di città futura era strettamente legata al riciclo delle vecchie strategie urbanistiche, ponendo tuttavia una maggiore attenzione al funzionamento generale dell’impianto urbano (dunque intendendo delineare strategie per un migliore rapporto tra aree verdi, aree centrali, sistemi insediativi e infrastrutture). Naturalmente non c’era nulla di innovativo in questo atteggiamento, tranne una rinnovata sensibilità nei confronti di un pareggio di bilancio tra costi, benefici, input e output. L’obiettivo di allora era esplicitamente quello di consolidare delle procedure di approccio progettuale che riuscissero a tener conto simultaneamente dei costi e dei benefici a scale differenti (da quella territoriale a quella esecutiva).
Ciò che è emerso con forza da quel primo periodo di applicazione pratica è che il suolo ha una un valore estremamente più complesso del semplice dato quantitativo della rendita fondiaria (ne ho parlato anche in un altro post dedicato esplicitamente alla smart city). Il suolo ha una capacità naturalmente produttiva che l’edificazione cristallizza e limita nel tempo. Solo questo basterebbe a far desistere dal proporre interventi mirati al consumo del suolo.
Il passo successivo è stato allora quello di indagare un utilizzo produttivo del verde urbano, approfondendo il concetto (estremamente pratico) dei Continuous Productive Urban Landscapes (aka CPUL). In questo acronimo troviamo parole chiave come produttivo e paesaggi urbani. Da un lato l’agricoltura urbana pone l’accento sull’ovvio: il suolo è produttivo (spesso anche dopo esser stato cementificato). Ma la novità è probabilmente spostare la questione della sostenibilità dall’emergenza all’estetica geografica dei paesaggi. L’urbanistica (e qui intendo l’intero corpus teorico e pratico che ruota attorno al progetto di città vecchie e nuove) è in una fase di transito (lunga e faticosa) da un paradigma fordista/funzionalista (descritto nella Carta di Atene dei primi CIAM degli anni ’30) ad un paradigma postcapitalista/ludico/estetico. In altre parole mentre in precedenza il tempo del lavoro produttivo (e la sua organizzazione spaziale e temporale nella città)  era il tema principale della progettazione urbana, oggi il tempo libero acquista un valore e un significato nuovi: si riconosce al tempo libero il compito di ristabilire l’identità urbana e sociale, anche attraverso l’utilizzo di strategie di marketing e di promozione urbana per acquisire nuovo capitale umano nelle città.
Anche l’agricoltura ne viene trasformata: prima era isolata come suolo disponibile al di fuori della città e della sua periferia, ora rientra come prassi strategica per la colonizzazione del terzo paesaggio intraurbano.

Questa strategia green si è però mutata rapidamente in metafora sottile e nascosta, mentre della strategia iniziale rimane solamente un’abbondante dose di verde nei progetti. Si è nuovamente piegato il verde ecosistemico ad essere ornamento dell’architettura.
Sostengo che il green sia diventato metafora e non più strategia per alcune evidenze:
1. si descrivono facilmente nuovi modelli di città utilizzando, come ritualità sciamanica, le parole del campo semantico green, segno che la metafora svolge senza problemi la propria funzione di ricircolo logico;
2. tutti i nuovi modelli di città tendono alla città-edificio, autosufficiente, con verde babilonico, con strutture meravigliose e abitanti felici (e ricchi); come una pianta anche la città-edificio è favolosamente STATICA, con un equilibrio interno molto complesso, molto chiuso e molto fragile;
3. gli interventi di rifunzionalizzazione interni alle vecchie città usano spesso la metafora green per celare vecchie strategie dietro a nuovi colori (fattorie verticali, boschi verticali, tetti giardino, pareti verdi).

In Shaping Things (La Forma del Futuro, di B. Sterling) la sostenibilità intesa come equilibrio bucolico tra uomo e natura è dichiarata una strategia fallimentare, poiché nulla dice su come affrontare le sfide future (con cause globali) con risorse locali. La strategia vincente (secondo Sterling) è invece una città ibrida, una augmented city, che abbia una spazialità, un tempo e una socialità locale e concreta potenziata da una elevata connettività globale, per accedere a strategie, soluzioni, proposte condivise su grande scala. La Rete è già divenuta il più grande monumento immateriale che la nostra civiltà abbia prodotto, vale la pena di sfruttarne al pieno le potenzialità.

Sulla scorta di queste riflessioni ho ritenuto più interessante (e più aderente) un’altra metafora, non più green ma blue. Ovvero l’acqua. E’ la banale traduzione per l’immaginario della società liquida di Baumann, ma indagando la metafora si scoprono dei livelli di senso con grandi potenzialità:
– l’acqua è la base della vita, dunque il blue precede in qualche modo il green;
– l’acqua ha una resilienza infinita, si adatta perfettamente ad ogni spazio e tempo;
– l’acqua ha legami fisici (e regole interne nei passaggi di stato) semplici, ma ciò non è un limite, anzi;
– l’acqua non è statica ed ha applicazioni innumerevoli;
– l’acqua è estremamente preziosa e va trattata con cura, poiché non si rigenera, al contrario del verde;
– l’acqua va raccolta, altrimenti si disperde con grande facilità;

Sto indagando i risultati progettuali di questa metafora blue, tra qualche mese ve li mostrerò e potremo continuare questo nostro ragionamento.