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Il Lego Bridge dell’artista MEGZ, Wuppertal (Germania).

Torno ad un vecchio tema che serpeggia nel background della progettazione, ovvero il modo in cui vediamo il mondo e la realtà. Ricordo come con l’esplosione planetaria del World Wide Web ci fossero alcuni che vedessero nella promessa virtualizzazione del pianeta e delle sue relazioni socio-economiche una pericolosa deriva anti-spaziale, in grado di annullare la socialità a favore di un solipsismo diffuso. Si metteva in discussione l’archetipo dell’agorà classica, del tipo spaziale e sociale della piazza intesa come luogo principale delle conurbazioni (classiche e moderne). Oggi questa prospettiva nichilista non sembra corrispondere al dato reale: le relazioni sociali sono mutate in modo resiliente grazie a fattori intrinseci (nuova sensibilità e nuove prospettive da parte dei soggetti) ed estrinseci (evoluzione del ruolo dei social network e della blog-sfera come strumenti orizzontali di condivisione e creazione di massa critica transnazionale).
Non vi è stata rivoluzione, quanto evoluzione resiliente, ovvero adattamento flessibile del soggetto e degli oggetti, del modo di produrre nuova realtà, del modo di interpretare e leggere il pianeta e i desideri dei suoi abitanti. Data la complessità del sistema non è più data la possibilità di ricostruire paradigmi e narrazioni complessivi, ma solo frammenti di racconti e analisi, caratterizzate da glocalità e estemporaneità.
In tutto questo apparato di condivisione globale sembra esserci comunque traccia dei vecchi paradigmi della modernità, ovvero l’alfabetico e il formale. Entrambi lavoravano in modo totalizzante e uniformante, al fine di poter codificare l’esperienza in insiemi di elementi condivisibili e oggettivi. Tutta la modernità si è mossa in quella direzione a puro titolo di dominio sul pianeta, in nome di un sistema di valori esterno (e superiore) al mondo. Tale sistema è stato denominato in vari modi (iperuranio, metafisica, essere), ma mirava positivamente a garantire la coerenza tra i diversi progetti e piani sul pianeta grazie ad una oggettività veritativa superiore, in modo che venisse ratificata la bontà di un generale determinismo e di una particolare idea di progresso.

Il paradigma alfabetico implica, da parte sua, la possibilità stessa di strutturare il pensiero secondo le categorie dello spazio e del tempo. L’alfabeto funziona in modo sequenziale e posizionale, i fonemi si compongono in modi predeterminati al fine di tradurre il pensiero in parole dal significato univoco. L’alfabeto (di invenzione greca) permette quindi di parlare di un oggetto in sua assenza, e la sua esistenza al di fuori del campo visivo e sensibile è un atto fiduciario che necessita appunto di una garanzia metafisica. Questa ‘rappresentazione linguistica’ è estremamente potente, poiché al contempo astrae dalla presenza dell’oggetto rappresentato e raccoglie, in sintesi, le tracce e le memorie d’uso dell’oggetto nel tempo (faccio riferimento qui allo splendido lavoro filologico compiuto da Benveniste e al suo Dizionario). La rappresentazione linguistica è stata un medium perfetto, osmotico e astratto.

Il paradigma formale (derivato dallo Strutturalismo degli anni ’50) forza invece sull’autonomia delle procedure alfabetiche. Le strutture formali non producono necessariamente ‘parole’, quanto ‘teoremi’, la cui funzione è ancora la descrizione del mondo, ma l’aderenza al mondo si è disciolta nelle regole secondo le quali i teoremi vengono formulati. Le strutture formali non sono necessariamente legate ad un senso compiuto per il soggetto, poiché la loro ragione d’essere non è la comprensione quanto la rappresentazione completa del mondo, anche quella parte che non rientra nei canoni antropici. Per comprendere questo scollamento tra le strutture formali e il soggetto basta rileggere il classico ‘La Biblioteca di Babele’ di Borges, la quale contiene tutti i libri scrivibili con le lettere dell’alfabeto. La distanza tra la Biblioteca e l’uomo sta nell’incommensurabilità tra la sua estensione (essa è finita) e la possibilità da parte dell’uomo di leggerne tutti i volumi (non è sufficiente una vita, poiché i volumi sono eccessivi).
L’obiettivo di ogni sistema formale è infatti quello di sostituire il mondo con una sua rappresentazione completa (satura). Se per un istante ci spostassimo nel campo dell’informatica diremmo che questo è potenzialmente possibile, si tratterebbe solo di un’adeguata potenza di calcolo per sostenere tale rappresentazione ‘virtuale’.

Borges stesso, nel suo racconto sul pianeta immaginario di Tlon, recupera la tradizione letteraria e artistica del ‘simulacro’, indicandoci appunto la capacità del linguaggio alla produzione di ‘finzioni’. Il simulacro, la copia perfetta di un originale mai esistito, è un’estensione positiva delle ombre platoniche, in cui l’interesse si sposta dalla verità alla veridicità.

Laddove la rappresentazione ottiene la sua autonomia in astrazione, si giunge rapidamente e inevitabilmente all’autoreferenzialità. Il mondo, allora, per i paradigmi alfabetico e formale rimane sul fondo, come scena o come magazzino da cui poter attingere (concettualmente e materialmente). Sostenere che la lettura del mondo è stata alfabetica e formale significherebbe allora indicare che l’interpretazione e il progetto sul mondo si sono indirizzati verso la produzione di una sovra-realtà simulacro, potentissima e spesso talmente astratta da risultare imprevedibile nelle ricadute sul piano della realtà. Fino a quando non si è usciti da questi paradigmi ‘moderni’ il mondo è stato dimenticato e sovra-rappresentato. Questo ha portato certamente ad una maggiore efficacia nel breve periodo (ricordiamo che l’alfabeto ha permesso alla cultura greca di sviluppare la filosofia, la geometria e il teatro), ma anche ad una mancanza di aderenza al reale sul lungo periodo.

Eppure ci sembra, tra i resti di questi paradigmi moderni, di scorgerne una ricchezza nascosta. Hofstadter, nel suo splendido Godel, Escher e Bach, ci ricorda di una backdoor procedurale attraverso la quale è possibile uscire dal sistema formale e dalla sua saturazione logica. Si tratta della funzione metalinguistica, una specie di metafisica linguistica antropica, ovvero della capacità solo umana di vedere e modificare il sistema formale dall’esterno. Da Schopenhauer, passando per P.K. Dick e arrivando alla nota trilogia dei Wachowski Bros il tema dello scontro tra funzione metalinguistica e inganno/finzione diviene via via determinante per definire non solo la libertà del soggetto ma anche la sua capacità/possibilità di definire la realtà in modo attivo/progettante. Poiché la realtà non è etimologicamente un postulato, ma un accumulo continuo di azioni sul mondo. Il termine reale deriverebbe infatti dal greco krainein, che indica il gesto assertivo del cranio della divinità in risposta alla prece dell’uomo. Dunque la realtà diverrebbe l’insieme dei desideri esauditi dal divino, quindi un concetto dinamico, con tracce metafisiche ma mediali tra l’uomo e il mondo.

Ma se i paradigmi della modernità (ma anche della Postmodernità e della Transmodernità degli anni ’90) si sono conclusi e sublimati nella nostra contemporaneità, cosa sta accadendo oggi?
La funzione metalinguistica in grado di creare finzioni è certamente esplosa negli ultimi vent’anni del Novecento, con obiettivi legati alla riapertura dei sistemi logici e linguistici. Nella Transmodernità la funzione metalinguistica ha generato metalinguaggi in grado di descrivere e rappresentare l’inesistente ma potenzialmente attualizzabile, mondi non sostanziali, definiti genericamente virtuali. Oggi i metalinguaggi sembrano essersi sublimati grazie ad un ritrovato rapporto tra soggetto e mondo reale. Crediamo infatti che il superamento della modernità (come insieme di paradigmi generalmente metafisici) vada vista come rottura del principio di astrazione per simulacri. La rappresentazione non è più il fine ultimo dei paradigmi dominanti, è tornata ad essere medium, senza più essere simulacro.
Oggi il mondo non è più visto come magazzino o come teatro (e Deleuze, nell’introduzione del suo Anti-Edipo, già anticipava che il mondo è una fabbrica in cui la produzione diviene fine principale). Il rapporto fiduciario con le parole è stato contaminato nella sua astratta autoreferenzialità; esse sono tornate ad essere strumento di comunicazione e condivisione, ma non sono più un sostituto del mondo.

La complessità della rappresentazione è forse giunta ad un collasso per estensione (e terabyte occupati nei server del pianeta), per diffusione e per rapidità di feedback e condivisione. Il mondo ci appare, di conseguenza, nuovamente sostanziale, tangibile, sobriamente concreto, più semplice dei sistemi astratti che lo descrivono. Poiché è il mondo ad ospitare il villaggio globale, in cui la compressione di spazio e tempo diviene propedeutica alla percezione locale e istantanea, un rinnovato qui ed ora.
Il ‘ritorno al mondo’ è possibile anche grazie alla percezione di potenza delle masse critiche che si formano istantaneamente e globalmente attorno a grandi temi. Il nuovo sistema nervoso globale ha trasformato l’opinione pubblica in un magma massificato dotato di mente collettiva e autonoma, sulla quale il quarto potere non riesce ad esercitare (direttamente) la propria influenza.

Il ‘ritorno al mondo’ gode infine di un’esperienza metalinguistica (e metaprogettuale) accumulata nel grande periodo della modernità. Il passaggio dall’interpretazione all’azione si evidenzia, oggi, nel transito dal metalinguismo all’hacking. Pur avendo un lato oscuro, l’hacking dimostra una nuova e positiva consapevolezza nei confronti della fissità dei sistemi umani.

Ci riferiamo qui alle numerose esperienze di hackeraggio della città (hacking the city), il cui principale obiettivo è di generare una consapevolezza bottom-up tra gli abitanti delle aree inurbate, e di qui proporre nuove micronarrazioni e microazioni nei vuoti sistemici dell’urbanistica tradizionale.
Il concetto di hacking è è già stato declinato con successo in esperienze artistiche collettive. ‘Hacking The City’ si è svolto in Germania nel luglio del 2010, mentre ‘Hack The City’ è il festival interattivo in programma a Dublino (città della cultura 2012).  Altro acronimo circolante nell’orbita dell’hacking è il DIY (do it yourself), applicato limitatamente al design urbano.
La ricchezza positiva di questo hacking (wiki: studio dei sistemi informatici al fine di potenziarne capacità e funzioni) risiede nell’immaginare nuove aperture nei sistemi formali chiusi (come possono essere intesi anche le inurbazioni), giungendo a riconfigurarli (anche parzialmente) per ottenere nuovi output funzionali.

Si tratta di un atteggiamento logico e pratico mirato a saturare capillarmente il possibile, come una radice che attraversa le crepe del calcestruzzo cittadino. In alcuni casi l’hacking rende possibile il possibile.

Hacker Space di Tokyo.

Il fondamento dell’hacking sembra essere la ricerca della conoscenza per stabilire su di essa la libertà dell’individuo (e giungere ad un sistema open source). La traduzione pratica di questa intenzione sono gli Hacker-Space che da qualche anno stanno sorgendo nelle principali città del pianeta (in occidente ma anche in oriente). La condivisione di esperienze pratiche e di know-how in modo trasversale e assolutamente non-teorico e non-astratto non ha finalità sistemiche e universali, l’interesse è sempre mirato a mostrare potenzialità inespresse e inutilizzate dei sistemi esistenti. Il concetto di copyright e di proprietà intellettuale vacilla, appare un costrutto inutile rispetto al rendere di facile accesso nuove e fortunate intuizioni. Il controller Arduino (inventato da Massimo Banzi nel 2009) è uno degli esempi nostrani più noti a livello internazionale, un dispositivo hardware che permette di hackerare oggetti di uso comune e di ibridarne le funzioni.
I frequentatori degli hacker-space imparano sperimentalmente, non teoricamente. E senza differenze sostanziali di età.

Il controller Arduino, di Massimo Banzi.

Altro movimento molto attivo nell’hacking è quello dei Makers, che sviluppano ulteriormente questo atteggiamento di prassi condivisa, spostandosi dal concetto all’oggetto, dal virtuale allo sperimentale, dal cyberspazio al laboratorio, dall’informazione all’emittente, dalla parola alla cosa.
E qui, al di là dei risvolti socio-economici del making, si mette in discussione (forse in modo conclusivo) il concetto stesso di astrazione (e anche di verità), fino a stemperare la forza filosofica e concettuale dell’essenza.
La ragione d’essere del mondo non è più metafisica se tutti noi diveniamo potenziali artefici in grado di realizzare idee (anche grazie all’utilizzo di stampanti 3D). Siamo autori di finzioni condivise, e queste, una volta realizzate, diverranno patrimonio culturale dell’umanità. Le nostre sono idee-oggettuali immediatamente sostanziali, dunque con poca attinenza all’essere e all’iperuranio platonico. La speranza è che questa rivoluzione che serpeggia nella nostra civiltà ci porti ad un definitivo superamento critico/teorico/pratico della modernità, che conosciamo perfettamente ma che ormai sembra non aver più attinenza con il mondo reale.