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Come promesso, eccoci a raccontare come due sconosciuti siano riusciti a catalizzare attorno a sé una realtà come quella degli Amici della High Line (Friends of the High Line) e dei loro partner. Se non diversamente indicato, i passi in italico sono citazioni tradotte dal libro High Line: The Inside Story of New York City’s Park in the Sky (2011).

Nel 1999 Joshua David e Robert Hammond non si conoscevano nemmeno. Joshua era uno scrittore e giornalista freelance, che per un breve periodo, agli inizi del college, aveva aspirato a diventare architetto. Robert invece lavorava per Watch World, divisione web, con una passione per il business e la sua parte commerciale.

Nello stesso anno la CSX Trasportation (una compagnia ferroviaria statunitense) divenne proprietaria di quel tratto di ferrovia dismesso su cui, fino al 1980, avevano viaggiato i convogli che, nell’isola di Manhattan, trasportavano carne dalle macellerie della 34ma strada fino al Terminal St. John’s Park su Clarkson Street. La ferrovia sopraelevata, che dal 1980 tutti chiamavano High Line, era costata 85 milioni di dollari nel 1934 e nel 1999 nessuno aveva un’idea precisa di quale potesse essere il suo destino. In molti si erano convinti che la sua demolizione avrebbe giovato ai quartieri di Chelsea e West Village. Di fatto lo stato di abbandono in cui versava la High Line l’aveva, nel tempo, trasformata in un corpo estraneo anche per le comunità dei residenti. Inoltre, chi aveva acquistato a basso costo le proprietà di quell’ex distretto artigianale proprio perché attraversate dalla High Line, aveva tutto l’interesse nel vedere demolita la ferrovia sopraelevata per poter rivendere a caro prezzo i lotti e il loro (molto) remunerativo volume edilizio.

Insomma, era opinione generale che la High Line fosse un impedimento allo sviluppo di quella striscia di Manhattan, una piattaforma da cui grondava acqua nelle giornate di pioggia e un trespolo per piccioni lungo più di due chilometri.

Fortunatamente (per noi), il costo massimo della demolizione era stato stimato in circa 20-30 milioni di dollari, soldi che la CSX sembrava intenzionata a non sborsare prima di aver indagato delle alternative possibili (e magari più economiche). Per questo la CSX commissionò alla RPA uno studio sui possibili usi della High Line: ne risultò l’impossibilità strutturale di usare quel tratto sopraelevato per trasporti pesanti. Lo stesso studio ne auspicava quindi il riuso come linea di trasporto leggero o come ‘via verde’, chiusa al trasporto a motore.

Nel 1999 sul NY Times esce un articolo che riporta quindi la disponibilità della CSX a considerare ipotesi di riuso della High Line. L’inizio dell’articolo (che potete rileggere a questo indirizzo) afferma quanto segue:

“Il nuovo proprietario (della High Line, n.d.t.) ha proposto che la città o un’organizzazione privata trasformino la piattaforma, inutilizzata fin dal 1982, in un parco sopraelevato, una pista ciclabile o una passeggiata con negozi e cafè all’aria aperta”.

Qualche passo più avanti diventa chiaro che se la High Line non verrà demolita allora diventerà oggetto di disputa:

“Al Municipio, i consiglieri del sindaco Rudolph Giuliani hanno scartato questa proposta come una fantasticheria. ‘Quella piattaforma non ha alcun diritto di essere lì se non per il trasporto, e quella funzione ormai è svanita’, ha detto Joseph Rose, l’assessore alla pianificazione urbana, in un’intervista. (…) Gli imprenditori privati condividono questo punto di vista. ‘E’ solo una questione di soldi, e loro (la CSX) stanno solo prendendo tempo’ ha detto Jerome Gottesman, il proprietario di un intero isolato sul lato ovest della 10ma strada. Pensa di costruire un nuovo centro per la distribuzione della Federal Express in quell’isolato, che per ora è tagliato in due dalla piattaforma sopraelevata”.

In quel fatidico 1999 Robert ottenne un ufficio con pareti chiuse, e dunque privacy sufficiente per dedicarsi, per sua stessa ammissione, anche a progetti collaterali. E dopo aver letto l’articolo sul New York Times decise di interessarsi alla High Line. Anche Joshua lesse lo stesso articolo di giornale.

A seguito di una ricerca approfondita né Robert né Joshua trovarono associazioni per la salvaguardia della High Line e del suo fascino modernista. Robert ricorda così quel momento:

“Il mio primo pensiero fu che potevo aiutare qualcun altro che stesse già lavorando per tenere in piedi la High Line. Questa è New York, e a New York tutto quello che viene minacciato di demolizione ha solitamente un suo gruppo di salvaguardia, giusto? Così cominciai a fare qualche telefonata a persone coinvolte in progetti civici, chiedendo loro se conoscevano un gruppo a sostegno della High Line.

Chiamai Ed Kirkland, che era a capo del Comitato per la Tutela e la Pianificazione. Ed non era molto eccitato all’idea di salvare la High Line, e disse che non conosceva nessuno che ne fosse interessato. Ma mi richiamò qualche tempo dopo, in estate per dirmi che ci sarebbe stata un’assemblea pubblica sulla High Line in agosto”.

L’approccio di Joshua era forse più poetico, quasi più da architetto (e lo scrivo qui con sincero affetto). L’articolo del NY Times lo rende consapevole del fatto che la High Line è forse l’unico manufatto che attraversa la griglia di Manhattan per ben 22 isolati.

“Questa cosa mi fece scattare un interruttore – il fatto che (la High Line) era così grande e che fosse ininterrotta per 22 isolati. Avevo immaginato che ad un certo punto qualcuno ne avrebbe demolito un pezzo per costruire qualcos’altro, che fosse un insieme di reliquie, ma in realtà si trattava di una singola reliquia, in un unico pezzo. Provai quella che penso sia l’intuizione che innesca l’interesse per la High Line nella maggior parte delle persone: non sarebbe figo camminarci sopra, per 22 isolati, su questa vecchia cosa sopraelevata, su questa reliquia di un altro tempo, in questo posto segreto, lassù in cielo?”

L’intuizione pura e libera precede sempre il progetto, serve per l’abbrivio verso l’entusiasmo. Ma progetti complessi (e lunghi) richiedono anche un gruppo di lavoro adeguato, per superare gli ostacoli, per raccogliere tutte le competenze necessarie e per mantenere attivo il processo, che spesso è lungo e sfiancante. A questo serve la costruzione delle partnership.

JOSHUA+ROBERT

La primissima partnership è proprio la loro due, così diversi per sensibilità e approccio (ci saranno litigi e feroci chiarimenti nei dieci anni successivi). Due ragazzi alla soglia dei trent’anni che si incontrano in una sera dell’agosto 1999, entrambi incuriositi da un oggetto massivo, in ghisa, che si nasconde in bella vista da più di sessant’anni a nove metri dal piano stradale. Non mi sembra che Rem Koolhaas parli della High Line, nel suo Delirious New York, ma se davvero, come dice l’architetto olandese, a Manhattan è la griglia di strade e avenue a registrare tutto quello che accade in città, allora quella piattaforma oblunga che attraversa 22 isolati è un’anomalia davvero straordinaria, una cicatrice che ha resistito alle pressioni delle istituzioni e a quelle del mercato immobiliare newyorkese. Dopo aver assistito, in quella sera dell’agosto 1999, ad un incontro in cui vennero presentate tutte le ragioni per demolire la High Line, Joshua e Robert rimangono in sala, seduti uno accanto all’altro, si scambiano i biglietti da visita e qualche mese dopo si incontrano nell’ufficio di Robert. Nessuno dei due ha ben chiaro quali siano i (primi) passi da fare per salvare la High Line, ma già intuiscono che sarà uno sforzo immane. Ci vorranno un paio di mesi prima che Joshua e Robert incontrino un imprenditore edile, Phil Aarons, che viene presentato loro da un vecchio amico di college, Mario Palumbo. Ci vorrà del tempo prima che Joshua si fidi di Phil: i developers non sono mai ben visti dai liberal di New York, tuttavia Phil darà ai due ragazzi un impagabile approccio pragmatico e strategico per trasformare l’intuizione iniziale in un progetto praticabile.

JOSHUA+ROBERT+PHIL

Il primo appuntamento importante dei tre partner è ovviamente quello con la proprietà della High Line. Impossibile procedere oltre senza prima aver capito le reali intenzioni della CSX. L’incontro con Debra Frank (che rappresenta la CSX) e l’avvocato della compagnia, David Richards, avviene ad un piano delle Torri Gemelle. Debra afferma che la CSX è imparziale. Dopotutto la STB (Surface Transportation Board, l’agenzia governativa che dal 1996 ha preso il posto della Interstate Commerce Commission nell’occuparsi dei problemi del servizio ferroviario di interesse regionale e nazionale) ha imposto alla CSX di poter abbattere la High Line solo a patto di sostenerne la spesa. Per questo la CSX sta prendendo tempo. Joshua, Robert e Phil, dopo l’incontro, festeggiano, quasi senza alcun motivo, forse per la tensione o per la splendida vista da lassù, da Windows on the World sull’ormai scomparso WTC. Discutono su quale sia il nome migliore per chiamare il loro ‘gruppo’.

FRIENDS OF THE HIGH LINE – AMICI DELLA HIGH LINE (JOSHUA+ROBERT+PHIL+MARIO+GIFFORD+GARY+OLIVIA)

Per Phil l’informalità del nome era fondamentale per rendere il gruppo il più flessibile e resiliente: niente termini specifici, come High Line Park Association, o Preservation o Coalition. In fondo friends è molto amichevole. Gli Amici della High Line dovevano crescere di numero per sperare di poter agire anche sul piano politico (si avvicinava la fine del secondo mandato di Giuliani, che, come si è visto, era ben determinato a demolire la High Line). Così, dopo aver fatto uno splendido giro con Debra Frank sulla piattaforma della High Line, aver finalmente visto come un’inaspettata natura selvaggia avesse preso possesso della linea ferroviaria dismessa, e nella convinzione che quella visione così magica avrebbe facilmente raccolto molte altre adesioni, Joshua, Robert e Phil (e Mario) decisero di trasformare il loro gruppo in una organizzazione non profit: fu il secondo passo più importante, per poter condensare un concept, ancora molto naive e personale, in un processo condivisibile col grande pubblico.

I tre direttori operativi iniziali sono Joshua, Robert e Mario. Il consiglio (board) è composto da: Joshua, Robert, Mario, Phil, Gifford Miller (già membro del City Council dell’Upper East Side, e che diventerà, con l’amministrazione Bloomberg, il più giovane relatore del consiglio comunale) e da alcuni dipendenti di Phil Aarons, ovvero l’architetto Gary Handel e Olivia Douglas. Una volta resa ufficiale la formazione degli Amici della High Line era il momento del terzo passo: presentare l’organizzazione (e il suo scopo) ai comitati di quartiere dei distretti di Manhattan attraversati dalla High Line, dicendo cose del tipo “mi chiamo Joshua David, e Robert Hammond ed io abbiamo fondato un gruppo chiamato Amici della High Line. Noi vogliamo salvare la High Line in modo che il pubblico possa salire sulla piattaforma e godersi lo spazio meraviglioso che c’è lassù”.

Il quarto passo era invece meno ‘locale’ (e ne parleremo anche nel post dedicato alle strategie di comunicazione), e si trattava di raccogliere un numero di supporter famosi o noti, così da spingere la stampa a dare rilievo all’organizzazione e alle sue finalità.

“Siamo stati entrambi a New York abbastanza a lungo da sapere che la stampa vuole persone famose, o almeno molto conosciute. Così abbiamo iniziato a pensare a chi coinvolgere. I primi che ci sono venuti in mente sono stati i galleristi. In fondo si trovavano nel vicinato” (Joshua David)

Josh scrive a una delle prime galleriste di West Chelsea, Paula Cooper, allegando del materiale sulla High Line: “Possiamo usare il tuo nome come supporter?”. Paula dice sì. Poi tocca a Matthew Mark, altro gallerista. Dice sì pure lui. E così Richard Meier, il noto architetto. E’ vero che la stampa newyorkese è molto interessata ai personaggi famosi, ma è pur vero che essere a New York aiuta per questa fase di costruzione del gruppo di supporter.

“Questo è quello che abbiamo fatto all’inizio: raccogliere nomi di persone che potevamo citare come supporter al nostro progetto. Non avevamo un ufficio, non avevamo un numero di telefono, non avevamo una cassetta delle lettere – non avevamo nulla, solo nomi”. (Joshua David)

DUE TIPI CON UN LOGO

Robert entra in contatto con lo studio Pentagram per lavoro, e mentre parla con una loro associata, Paula Scher, le chiede se può regalargli un logo per gli Amici della High Line. Così, un po’ per gioco, qualche settimana dopo Paula consegna due logo: uno era un cerchio verde attraversato dalle rotaie, l’altro una grande H, con un trattino orizzontale in più, a ricordare, appunto, le rotaie: sarà questo il logo degli Amici.

“Paula disegnò i biglietti da visita e la carta intestata con quel logo. All’incirca in quel periodo qualcuno ci aveva soprannominato ‘due tipi con un logo’. Non avevamo altro che lavorasse per noi. Ma una delle chiavi del successo della High Line è stato il mostrare sempre un progresso, per quanto si trattasse di un piccolo passo. (…) Quel logo fece sembrare la High Line un progetto reale.” (Robert Hammond)

FRIENDS OF THE HIGH LINE+MUNICIPAL ART SOCIETY

Veduta della High Line dall’accesso a sud. Foto di Enrico Lain.

Anche se sembra strano, per essere in una città dinamica come New York, il primo anno si conclude con un piccolo obbiettivo: portare un’altra organizzazione a sostenere pubblicamente il progetto di salvaguardare la High Line. Fortunatamente, grazie al supporto della madre di Gifford, una famosa designer di giardini, la Municipal Art Society accetta di partecipare agli incontri pubblici a supporto degli Amici della High Line, i quali cominciano a comprendere (nell’inverno del 1999) che nessun altro avrebbe fatto altrettanto per loro. Grazie ad un articolo di The Villager, un giornale locale, la faccenda della High Line cresce al punto che il Consiglio di Quartiere (Community Board) n. 4 organizza un’assemblea pubblica. E’ il primo test della compattezza dei sostenitori della High Line contro (una parte) dell’opinione pubblica:

“Ci sedemmo al tavolo, diventando via via più pallidi dopo ogni intervento di persone che salivano sul palco per citare tutte le ragioni per le quali ritenevano che la High Line dovesse essere abbattuta. Fu un colpo!” (Joshua David).

Robert, invece, la prese per un altro verso: “Quella prima assemblea pubblica è stata davvero dura per Josh e me. Ma la chiave per iniziare qualsiasi cosa è di trovarsi a proprio agio con un sacco di opinioni contrarie. Io mi ero formato nel ramo commerciale.”

FRIENDS OF THE HIGH LINE+MUNICIPAL ART SOCIETY+DESIGN TRUST FOR PUBLIC SPACE

Gli Amici della High Line decisero di rivolgersi ad un’altra organizzazione che si occupava di unire tre ambiti di influenza (mondo del design, quello della pubblica amministrazione e quello delle comunità locali) per il bene comune: si trattava della Design Trust for Public Space, guidata da Andrea Woodner e Claire Weisz. Gli Amici della High Line ottengono il loro supporto, che non è economico ma “connettivo”: Andrea e Claire avrebbero trovato persone e professionisti in grado di spingere il progetto in avanti. Uno dei principali contributi di Design Trust fu la realizzazione del primo libro sulla High Line come potenziale infrastruttura di nuova generazione, in cui compaiono alcune foto del noto fotografo Joel Sternfeld. Potete vedere a questo link quelle immagini che Sternfeld scattò tra il 2000 e il 2001 in esclusiva, grazie ad un permesso annuale di accesso alla piattaforma. Esse raccontano visivamente quella natura selvaggia che ispirò Joshua e Robert.

JIM CAPALINO: IL RISOLUTORE.

Un ulteriore elemento determinante per il progetto è un abile lobbista, conosciuto da Phil. Jim Capalino si presenta a tutti come un risolutore (fixer), e si prende a cuore il progetto proposto dagli Amici della High Line. “Tutte le volte che avevo bisogno di aiuto, chiamavo Jim. Se lui non conosceva la risposta, conosceva sempre qualcuno che l’avrebbe saputa. Mi metteva quindi in attesa, contattava quella persona e ci faceva parlare insieme, dicendo: ‘ti presento Robert Hammond. Sta portando avanti un progetto straordinario. Aiutalo.’ E così ha fatto ancora e ancora.” (Robert Hammond)

LA PARTNERSHIP RISOLUTIVA: IL SINDACO BLOOMBERG E IL SUO STAFF.

All’inizio del 2001 incominciò il percorso che avrebbe portato all’elezione del nuovo sindaco di New York dopo Rudolph Giuliani. Un gruppo chiamato Landmark West, del Upper West Side, riuscì ad organizzare una serie di colazioni con tutti i candidati sindaco.

“Jim (Capalino) e Chris (Collins, un consigliere per lo zooning di New York) ci dissero che dovevamo essere presenti ad ogni colazione (per 20$ a partecipante) e porre una domanda sulla High Line, portando ciascun candidato sindaco ad affermare che avrebbe sostenuto la High Line e avrebbe messo questo punto nel proprio programma elettorale (…). Seguendo queste colazioni, tornammo poi da ciascun candidato a chiedere di firmare una lettera al capo della CSX, sottoscrivendo questo testo: ‘sono un candidato sindaco per la città di New York, e sostengo la High Line, per questo chiedo cortesemente di non intraprendere alcuna azione che possa danneggiarla’. Tutti i candidati firmarono.” (Joshua David)

L’11 settembre 2001 travolse New York e sparigliò i sondaggi sulle amministrative. Non vinse Giuliani (cosa che in molti temevano), ma non vinse nemmeno il candidato democratico. Vinse Bloomberg, un ex-democratico, ora repubblicano, imprenditore e uomo estremamente pragmatico.

“Come conseguenza al 9/11, il cittadino medio cominciò a interessarsi di cose che prima riguardavano solo architetti e pianificatori. Concorsi di design e rendering di architettura venivano pubblicati regolarmente sulla prima pagina del Post.” (Robert Hammond)

Contro ogni aspettativa il sindaco Bloomberg conferma Amanda Burden a capo della pianificazione, mentre Gifford Miller viene eletto relatore del consiglio comunale, il più giovane di sempre. Bloomberg sceglierà anche Jannette Sadik-Khan alla mobilità e trasporti, dando il via alla più vivace trasformazione ciclo-pedonale della città di Jane Jacobs.

“Due persone che erano state supporter energici della High Line fin dall’inizio erano all’improvviso in una posizione di influenza.” (Joshua David)

IL PASSO SUCCESSIVO?

A questo punto Friends of the High Line ha una piccola sede, all’interno del Neighborhood Preservation Center, vicino alla Chiesa di St. Mark, nell’East Village. Il NPC affitta per brevi periodi (sei mesi o un anno) dei piccoli uffici, come una sorta di incubatore.

“Il nostro spazio era nel seminterrato. Non aveva finestre ed era abbastanza grande solo per una scrivania e uno schedario. Era impossibile per tre di noi rimanere lì dentro nello stesso momento.” (Robert Hammond)

Friends of the High Line, all’inizio del 2002, dopo poco meno di due anni di lavoro, ha ottenuto sufficiente visibilità da annoverare tra i suoi sostenitori Edward Norton, Kyra Sedgwick e Kevin Bacon. La partnership con le organizzazioni locali ha permesso di organizzare alcuni piccoli convegni a tema, nei quali presentare il progetto ad un pubblico sempre crescente. Il gabinetto del sindaco Bloomberg, infine, non sembra essere per nulla ostile al progetto, contrariamente al vecchio sindaco Giuliani.

Tuttavia i nodi maggiori stanno per arrivare al pettine. Occorre far comprendere alle comunità locali, che stanno attendendo da anni la demolizione di questa gigantesca reliquia degli anni ’30, che la High Line può essere più utile in forma di parco sospeso; occorre trovare una soluzione urbanistica ai diritti edilizi che la presenza della High Line sta bloccando; occorre risolvere il gigantesco problema della autorizzazioni federali alla costruzione di un parco al di sopra di un tratto ferroviario.

E, last but not least, occorrerà trovare tutto il denaro necessario per costruire il parco.

Nel prossimo post, vista dal basso, vi racconterò del passo forse più lungo, ovvero la costruzione del consenso all’interno delle comunità locali. Senza un loro parere favorevole sarebbe stato impossibile adottare una variante di piano che salvaguardasse la High Line.