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E’ il momento di dedicare un po’ di attenzione alla delicata questione del marketing territoriale che gli Amici della High Line dovettero affrontare fin dagli inizi, poiché, come vedremo, quell’immensa ‘reliquia’ di ghisa, che ricordava la spregiudicata era del manhattanismo (1), purtroppo rappresentava, di per sé, la fine di un progetto urbano e non (ancora) l’inizio di un nuovo progetto per la parte ovest dell’isola di Manhattan.

Ricordiamo ancora una volta cosa disse Amanda Burden in occasione dell’audizione pubblica sulla High Line presso il consiglio comunale di New York City, nell’aprile 2001, ovvero: “da quando è una cosa sbagliata essere un sognatore? Questa è una città che è costruita sui sogni. Dovremmo tutti seguire sogni come questi”.

Il fatto che un tecnico come Amanda Burden (attualmente ex assessore all’urbanistica di New York, che ha recentemente presieduto la commissione di Reinventing Cities a Milano) abbia affermato una cosa così poco ‘tecnica’ è indice, secondo noi, del potenziale immaginario che la High Line era già in grado di esprimere.

Amanda Burden aveva visitato la High Line all’inizio del 2001, accompagnata da Robert Hammond nel personalissimo tour concesso dalla CSX agli Amici della High Line. Poche persone per volta, solitamente due o tre, potevano accedere alla piattaforma, spesso passando sotto una recinzione, pancia a terra. All’epoca Amanda era membro di minoranza nella commissione di pianificazione dell’assessorato all’urbanistica di New York, e venne presentata da Phil Aarons come una donna “bellissima quanto talentuosa e molto interessata al lato civico”.

Amanda fu una sorta di primo e inconsapevole test di quello che Joshua aveva già percepito, ovvero della forza straordinaria di quel paesaggio selvaggio che a nove metri di altezza attraversava 22 isolati di Manhattan. Quel paesaggio era (e sarebbe stata) la chiave della comunicazione e del design del progetto della High Line. Per quanto il paesaggio fosse dismesso e tutti vedessero, dal basso, solamente il fondo della piattaforma, esso era potente perché anomalo e ricco di suggestioni, come spesso accade per le aree dismesse: in esse i designer vedono in prospettiva, dunque come potrebbero diventare, mentre i fruitori abituali tendono a rifiutarle proprio perché immediatamente inservibili.

Può accadere poi che, grazie a funzioni temporanee e informali, gli spazi urbani rivelino vocazioni d’uso che originariamente non rientravano nel masterplan che ne disegnava le funzioni, anche per un disallineamento tra i lunghi tempi della pianificazione e la frequenza e la rapidità con cui le funzioni urbane più puntuali tendono a sfioririre. Conviene dunque raccogliere tutte le visioni (di designer e di utenti informali) facendole condensare in un progetto di performance di zona. In altre parole, come vedremo per la stessa High Line, è più utile studiare palinsesti flessibili piuttosto che dettagliare le funzioni ammissibili per una singola zona.

Il nodo centrale della rigenerazione, quindi, compete alla pianificazione e all’urban design, essendo le uniche discipline ad avere competenze e strumenti per riallineare i diversi tempi della città in un’unica direzione collettiva. Questo significa una specifica responsabilità disciplinare. E così la partecipazione attiva di un tecnico esperto come Amanda Burden (e, più avanti, di Vishaan Chakrabarti, il capo del team di Amanda per la pianificazione del distretto della High Line) diviene oltremodo determinante, come avremo modo di vedere nel post più di un singolo parco, dedicato proprio alle procedure amministrative ed autorizzative della High Line.

“Era inverno. Ci mettemmo d’accordo per incontrarci, ma lei non si presentò. Pensai, oh, è troppo impegnata. Venne fuori che le avevo dato l’indirizzo sbagliato. Era rimasta per un’ora in piedi nella neve aspettandomi. Pensai quindi che non sarebbe mai tornata, ma organizzai comunque un secondo tour, e lei venne.

Subito dopo ci sedemmo ad uno di quei tavoli nell’atrio del Chelsea Market. Tirai fuori una mappa, e lei iniziò a disegnarci su. Era stata chiamata nella commissione per la pianificazione da Mark Green. Ma era Giuliani di fatto a guidare la commissione – il sindaco detiene la maggioranza dei commissari e presiede alla commissione. Quindi Amanda non sarebbe stata in grado di fare granché per noi. Ma lei capì quanto il salvataggio della High Line potesse verificarsi solo a partire dalla pianificazione e dalla zonizzazione. “ (Robert Hammond)

 

VEDERE CON OCCHI DIVERSI: LA PRIMA BROCHURE SULLA HIGH LINE (2000)

L’interesse e il sostegno di Amanda Burden  erano emersi dopo un tour sulla piattaforma, ma occorreva coinvolgere altri potenziali sostenitori anche senza farli partecipare ad un giro sulla piattaforma. Per questo, più o meno nello stesso periodo, Joshua David iniziò a lavorare sulla prima brochure, dedicata alla High Line, alla sua storia e all’ipotesi di realizzare un parco nel cielo.

“Io pensavo di farla in economia. Robert disse ‘deve essere ricca e sembrare costosa. Così le persone penseranno che siamo più di due tizi che lavorano da casa.” (Joshua David)

Ci vollero circa $5.000 per realizzare quella prima brochure. La metà della somma arrivò da una delle prime finanziatrici, Elizabeth Gilmore, residente nel Greenwich Village. Il resto venne invece da piccole donazioni e dalle famiglie di Joshua e Robert. La stampa fu pronta nell’estate del 2000.

“La brochure presentava la High Line e la sua storia. A quel tempo non c’era nulla di scritto a riguardo, così era un’informazione spendibile. La brochure recitava ‘c’è un programma chiamato railbanking che potrebbe trasformare la High Line in un parco; è la nostra mission far sì che accada. Spero che tu possa aiutarci.’ Conteneva poi frasi da Paula Cooper, l’architetto Richard Meier, Christine Quinn e del membro del Congresso Jerry Nadler, che aveva lottato a fianco di Peter Obletz negli anni ’80 per difendere la High Line dalla demolizione.” (Robert Hammond)

La brochure conteneva poi una delle foto scattate da Joel Sternfeld, che aveva ottenuto l’esclusiva da parte del CSX per accedere alla piattaforma e scattare foto stagionali della High Line, dall’aprile del 2000 al luglio del 2001.

“Fotografò la High Line in tutte le stagioni. Ogni tanto ci spediva un provino. Mi sembravano davvero buoni. Allora non avevamo ancora idea che quelle foto ci avrebbero aiutato a definire il progetto e a farlo avanzare.” (Robert Hammond)

La brochure e le immagini di Sternfeld aiutarono gli Amici della High Line a comunicare al grande pubblico quale fosse il valore estetico del paesaggio presente sulla piattaforma sopraelevata. Erano un modo immediato di condividere la meraviglia che coinvolgeva tutte le persone che avevano avuto il privilegio di salire lassù.

 

LA PRIMA CENA DI BENEFICENZA DA SCHOORMANS

Purtroppo, vista la posizione contraria dell’amministrazione Giuliani, gli Amici della High Line dovettero assumere un legale esperto in trasporti per opporsi all’ordinanza di demolizione in un’aula di tribunale. Occorrevano altri $40.000, e questo spinse Friends of the High Line ad organizzare la loro prima raccolta di denaro.

In quell’occasione (era il dicembre del 2000) tennero una cena di beneficienza alla galleria di Lucas Schoormans in un edificio della 26° Ovest. Fu la prima occasione in cui una foto di Sternfeld e la High Line stessa (scenograficamente illuminata) vennero finalmente mostrate in pubblico sotto un diverso punto di vista. Quelle immagini erano già una prima bozza di progetto, poiché l’intento di Friends of the High Line era quello di condividere con il pubblico quel paesaggio sopraelevato, trasformandolo in un parco.

veduta della High Line lungo la 26a strada ovest, guardando a nord (da Street View)

“Joel Sternfeld ci donò una foto da mettere all’asta. Gary Handel e un architetto dello studio di Gary, Ed Tachibana, crearono un sacco di pannelli con foto della High Line e trasformarono una delle sale in una mostra sulla High Line. (Robert Hammond)

“La galleria di Lucas Schoormans era nel West Chelsea Arts Building, sulla 26° strada. Quando uscivi dall’ascensore, proprio prima di entrare nella galleria c’era una grande finestra con una splendida vista verso nord, sulla High Line. Era la prima volta che incontrai Bronson Van Wyck, che era un designer di eventi e che più tardi divenne membro del nostro staff. Quella sera aveva noleggiato una piattaforma aerea con luci dirette verso il basso, ad illuminare un tratto della High Line. Era molto spettacolare.

Questo fu solo il nostro primo evento, ma era già stato realizzato ad un buon livello: le luci di Bronson, lo splendido invito con la fotografia di Joel (…). Era una festa raffinata per un’organizzazione nascente.

Vennero Sandra Bernhard e Kevin Bacon e Kyra Sedgwick. C’era anche qualcuno del Post: Lois Weiss, la reporter del mercato immobiliare. Così il giorno dopo c’era un articolo su di noi sul Post, con una foto di Kevin e Kyra, con un titolo che chiamava l’evento un ‘sostegno da parte delle celebrità’ per salvare la High Line. Questo ci identificò come un progetto sostenuto dalle celebrità fin dall’inizio. Questo ci portò un sacco di vantaggi, ma anche alcune critiche. Principalmente è stato un vantaggio.” (Joshua David)

La costruzione di un immaginario condiviso, sostenuto anche da alcune celebrità, fu tanto importante quanto la  costruzione del supporto delle comunità locali che abbiamo visto nel post precedente. Questi due aspetti delle fasi iniziali del processo furono determinanti per dare al progetto il giusto abbrivio, anche se, idealmente, sembrano quasi conflittuali, o quantomeno sembrano non poter appartenere allo stesso contesto.

Al contrario, l’abilità dei due fondatori di Friends of the High Line fu anche quella di investire sempre su presentazioni pubbliche di ottimo livello, affiancandole ad iniziative più ludiche e pop, dunque aperte ad una partecipazione trasversale. In questo modo riuscirono a ibridare un atteggiamento aperto e comunitario con l’estetica tipica dell’elite, scoprendo, per alcuni versi, l’ovvio: un ottimo design può piacere e coinvolgere tanto l’elite quanto le comunità locali.

Altro elemento da non sottovalutare è stato il significato che la progettualità assunse subito dopo l’atto terroristico dell’11 settembre 2001. Per esorcizzare i fantasmi e le paure di Ground Zero la città di New York quasi quotidianamente si nutriva di render di architettura che rappresentavano (non solo) i progetti per il nuovo WTC. La High Line venne così quasi subito ‘adottata’ come occasione per costruire un nuovo pezzo di città.

“Dicemmo che eravamo impegnati per il futuro della città di New York, che questo era un progetto teso verso il futuro, e che questo non era certo il momento di demolire cose. Quello fu davvero un punto notevole per noi. La demolizione della High Line sarebbe stata molto distruttiva, il terreno avrebbe tremato, sarebbe stato polveroso e rumoroso. Le persone non avrebbero potuto sopportare qualcosa di così distruttivo. Ma più di tutto il resto c’era il fatto che la High Line riguardava la possibilità, per New York, di andare avanti”. (Joshua David)

 

RECLAIMING THE HIGH LINE E LA MOSTRA ALLA M.A.S.

copertina di Reclaiming the High Line, edito da Design Trust for Public Space, foto di copertina by Joel Sternfeld (An Evening in July 2000)

Un aiuto determinante per mantenere il particolare equilibrio nella comunicazione con differenti portatori di interesse venne senza dubbio dall’organizzazione non profit Design Trust for Public Space. Come vi ho già raccontato la sua mission è di mettere in contatto le tre sfere di attori che ruotano attorno alla creazione di spazi pubblici, ovvero la pubblica amministrazione, i designer e le comunità. Con un piccolo investimento venne dato il via ad una ricerca preliminare sulla High Line, della durata di circa nove mesi, a cura di Casey Jones. Gli esiti di questa ricerca divennero poi una pubblicazione (Reclaiming the High Line, febbraio 2002) che potete ancora leggere, acquistandola in formato pdf dal sito di Design Trust.

Nell’introduzione di Reclaiming, scritta dallo stesso sindaco Bloomberg, potete leggere quanto segue:

“New York sarebbe invivibile senza i suoi parchi, i suoi alberi e i suoi spazi aperti. Essi ci garantiscono un sollievo estetico, aumentano la nostra salute, ne possiamo godere e incrementano il valore delle nostre proprietà. Laddove i parchi sono stati riattivati, i vicinati sono sbocciati a nuova vita. Laddove gli spazi aperti sono stati rinnovati, le aree limitrofe sono diventate più pulite e più sicure. Con nuove piantumazioni la nostra Città è divenuta al contempo più eccitante e più tranquilla. Oggi, nel West Side di Manhattan, abbiamo l’opportunità di creare una nuova straordinaria promenade al di sopra di un viadotto ferroviario dismesso chiamato High Line. Questo potrebbe provvedere alla grande necessità di spazi verdi per i residenti e i visitatori, e potrebbe attrarre nuove attività commerciali e nuovi residenti, rafforzando la nostra economia.

Noi sappiamo che può funzionare.” (M. Bloomberg, in Reclaiming the High Line – Foreword, p. 4)

Più o meno nello stesso periodo, per mobilitare politicamente l’opinione pubblica contro il sindaco uscente Rudolph Giuliani, lo stesso Joel Sternfeld convinse il suo gallerista (Pace/MacGill) a pubblicare con un editore d’arte tedesco (Gerhard Steidl) un libro contenente una selezione delle foto migliori scattate in solitaria sulla piattaforma della High Line. Il libro si intitolava Walking the High Line, e in occasione della prima edizione gli Amici della High Line organizzarono un evento con Joel da Pace/MacGill, a cui invitarono tutti i loro sostenitori.

Anche il libro edito da Design Trust venne presentato con un evento specifico, inaugurando una piccola mostra alla Municipal Art Society.

“Ed Tachibana lavorava per Gary Handel, e tradusse il libro in pannelli esplicativi per la mostra. Ed, Dahlia ed io trasportammo l’intera mostra nelle sale della MAS – non avevamo soldi per pagare altre persone per farlo. “ (Joshua David)

Di fronte alla straordinaria capacità di Friends of the High Line di mobilitare l’opinione pubblica a proprio favore con pubblicazioni ed eventi, i proprietari immobiliari opponenti reagirono abbassando i toni del dibattito, inviando a tutti i sostenitori della High Line (che erano stati purtroppo elencati sul retro del libro edito da Design Trust) dei volantini dal titolo “High Line Reality”, con foto in cui la piattaforma appariva orribile e decadente.

“Sul volantino le lettere della parola REALITY si stavano sgretolando, a suggerire che anche la High Line era pericolante. Ogni volantino aveva un nuovo tema. Uno mostrava una foto della High Line in inverno, spoglia, solo con erbacce. A lettere cubitali c’era scritto ‘i soldi non crescono sugli alberi, e l’ultima volta che abbiamo controllato non crescevano nemmeno tra le erbacce della High Line’. Questa campagna ci innervosì. Non avevamo le risorse e nemmeno il tempo di contrastarla”. (Robert Hammond)

 

DESIGNING THE HIGH LINE: CONCORSO DI IDEE (2003) ED ESPOSIZIONE ALLA GRAND CENTRAL STATION

Nonostante la subdola campagna di “High Line Reality”, arrivò finalmente il concorso del 2003, con le sue famose 720 proposte, dalla piscina lunga più di due chilometri alle montagne russe tra i cieli di Manhattan. Anche in questo caso il materiale raccolto venne utilizzato in più di un’occasione. Vi abbiamo già raccontato degli incontri pubblici di coprogettazione, in cui alcune delle proposte divennero occasione di dibattito. Ma nell’estate del 2003 Friends of the High Line decise di allestire una mostra contenente sia tutte le proposte del concorso che le foto di Joel Sternfeld. Naturalmente doveva essere un luogo di alto profilo, e così, per soli $30.000, riuscirono ad affittare la Vanderbilt Hall al Grand Central Terminal per due settimane: era una stanza gigantesca, in cui il rischio di venire semplicemente ignorati dai passanti era sempre in agguato.

Si trattava dell’ennesimo rischio di implosione per le poche risorse degli Amici della High Line. Ma, anche in questo frangente, delle ottime idee sul tipo di comunicazione da adottare furono la chiave del successo.

mostra alla Grand Central Station, allestimento studio LOT-EK (immagine tratta dal blog di thehighline.org)

“Un quarto di milione di persone camminano in quello spazio ogni giorno. Che cosa li avrebbe fermati per guardare gli esiti del nostro concorso? Per aiutarci a immaginare una soluzione, ci incontrammo con LOT-EK, un piccolo studio di architettura che aveva gli uffici vicino alla High Line. Erano stati tra i primi architetti ad usare i container per creare forme architettoniche; avevano progettato la Bohen Foundation, sulla 13° Ovest. Da LOT-EK, Ada Tolla e Giuseppe Lignano studiarono una grande struttura per ospitare l’esibizione. Il fronte sarebbe stato una video installazione rivolta verso il percorso centrale della Vanderbilt Hall. La sua scala e le immagini cangianti avrebbero condotto le persone verso l’interno dell’esposizione. Su entrambi i lati ci sarebbero stati grandi pannelli in vinile progettati da Paula Scher di Pentagram, che avrebbero sparato le immagini di Joel Sternfeld a proporzioni di poster pubblicitari. (…)

Decidemmo di tenere la nostra cena di beneficienza estiva la sera dell’apertura della mostra: un cocktail party per un migliaio di persone, seguito da una cena per circa trecento invitati. Le dimensioni della festa erano tali per via del fatto che avevamo invitato tutti i partecipanti del concorso a venire, gratis.” (Robert Hammond)

Nel 2004 gli Amici della High Line furono finalmente pronti a lanciare una request for qualifications, chiedendo agli studi di associarsi temporaneamente in team con architetti, paesaggisti, pianificatori, designer e ingegneri.

“Ricevemmo 51 proposte e le riducemmo a 7, e poi intervistammo i sette designer, per capire il loro approccio alla High Line”. (Robert Hammond)

Alla fine della prima selezione erano rimasti in 4 team:  Zaha Hadid con Balmori Associati; James Corner Field Operations, Diller Scofidio + Renfro e Piet Oudolf; Steven Holl Architects con Hargraves Associati; e Michael Van Valkenburgh con D.I.R.T. Studios e Beyer Blinder Belle.

La visibilità del progetto High Line era tale, grazie anche alla mostra alla Grand Central, che Robert Hammond pensa di esibire anche gli esiti dei progetti preliminari dei quattro team selezionati. E’ quasi per scherzo (e secondo l’abitudine dell’organizzazione di tenere un profilo il più alto possibile) che viene fuori l’idea di portare la mostra al MoMA.

“Il Museo di Arte Moderna era stato chiuso per restauro per alcuni anni, e si stava avvicinando il momento della riapertura. Juliet (Page, direttore della raccolta fondi di Friends of the High Line) disse ‘perché non chiami Terry Riley? Forse accetterà di mettere in mostra i progetti per la High Line quando il museo riapre’. Le dissi che non sarebbe mai accaduto. Ma Juliet continuò ad insistere. Così ho spedito una e-mail a Terry, che dirige il dipartimento di architettura e design al MoMA: ‘so che è un’idea strampalata, ma vorrei affidarti questa mostra’. E lui rispose subito: ‘grande idea, facciamolo’.

mostra al MoMA dedicata alla High Line, veduta della sala principale (immagine tratta dal blog di thehighline.org)

“La mostra aprì in aprile (2004). Inizialmente era previsto durasse per tre mesi, ma divenne così popolare che il MoMA la tenne aperta per sei mesi. Al centro della stanza era appeso un modello della High Line, da Gansevoort Street fino alla 15° strada. Tre pareti erano ricoperte da pannelli che presentavano le proposte di progetto, e sulla quarta parete proiettammo un video fatto di immagini a rallentatore, che accompagnavano lo spettatore in una passeggiata lungo la High Line da sud a nord. Vicino alla proiezione appendemmo alcune foto di Joel Sternfeld, e se le seguivi fino alla stanza accanto ti portavano ad un modello del progetto “Bridge of Houses – Ponte di Case” di Steven Holl, che apparteneva alla collezione del MoMA. Vedere insieme le visioni di Holl, di Sternfeld e del gruppo di progettisti ti dava la percezione di un progetto che si era evoluto nel tempo.

Centinaia di migliaia di persone hanno visto la mostra. Per un lungo periodo dopo la sua chiusura, se iniziavo a parlare con qualcuno della High Line, dicevano istantaneamente ‘ho visto la mostra al MoMA’. La mostra fu anche un passo simbolico. Non cambiò nulla in merito agli ostacoli legali, politici o finanziari che giacevano più avanti. Ma una volta che arrivammo al MoMA, la gente cominciò a pensare che la High Line fosse davvero sul punto di essere realizzata”. (Robert Hammond)

Così, parallelamente ai percorsi amministrativi, finanziari e urbanistici che stavano proseguendo sullo sfondo e con i propri tempi tecnici, la cura che Friends of the High Line riservarono alla comunicazione aveva raggiunto lo scopo prefisso: le comunità e le istituzioni non ritenevano più la High Line un oggetto estraneo allo sviluppo di Manhattan, ma uno dei progetti chiave per rilanciare l’isola dopo l’attacco massivo del 9/11. Questo passo era fondamentale proprio per dare nuova energia per affrontare quegli ‘ostacoli’ legali, politici e finanziari di cui ha scritto Robert Hammond.

L’ultima storia che voglio raccontarvi a riguardo della costruzione di un nuovo immaginario cittadino che includesse la High Line è quella dei pizza parties organizzati dal 2007 dagli Amici della High Line. Si trattava di feste in cui i residenti dei due complessi residenziali di Fulton e Chelsea-Elliot venivano invitati a mangiare un po’ di pizza, a chiacchierare del progetto della High Line e a farsi fotografare con una foto di Sternfeld sul fondo, come una sorta di foto da annuario americano ambientata sulla High Line. La foto veniva subito stampata e consegnata agli improvvisati modelli, così potevano portarsela a casa per ricordo. L’idea piacque così tanto che venne estesa: nacque così High Line Portrait Project, che coinvolgeva tutti i residenti lungo la High Line.

“Poiché la High Line era un sogno che stava diventando realtà, chiedemmo a tutti di scrivere anche i loro sogni. Facemmo dei poster con queste foto e li mettemmo lungo la recinzione di cantiere della High Line.” (Robert Hammond)

 


(1) Se non avete mai letto Delirious New York di Rem Koolhaas (pubblicato originariamente nel 1978 ed edito in Italia nel 2001 per la Electa), posso dirvi che per manhattanismo si intende ‘l’esistere in un mondo interamente fabbricato dall’uomo, e quindi vivere dentro la fantasia – (un progetto che) era così ambizioso che, per essere realizzato, non poté mai essere esplicitamente dichiarato.’ Con uno stile personalissimo, Koolhaas (che ritengo – io e molti altri con me – uno dei più importanti architetti viventi) intendeva riassumere così le contraddizioni interne di Manhattan nel suo sviluppo esplosivo nei 50 anni tra il 1890 e il 1940, periodo caratterizzato da un eccezionale sviluppo edilizio e infrastrutturale, avvenuto sostanzialmente senza alcuna pianificazione specifica nella distribuzione delle funzioni all’interno dei grandi grattacieli o delle infrastrutture intra-urbane. La High Line stessa fu oggetto di un piano, il West Side Improvement, il cui scopo principale era mitigare i numerosi incidenti mortali che avvenivano tra i convogli (da e per le macellerie del Meatpacking District) e i pedoni. L’impatto di questa piattaforma, pianificata nel 1911 ma costruita negli anni ’30, a causa della Prima Guerra Mondiale, non fu oggetto di valutazione. Sopraelevare il transito dei convogli sarebbe servito a velocizzare il flusso delle merci del West Side, riducendo certamente il numero di incidenti mortali ma generando un elevato impatto ambientale a causa della nuova infrastruttura.