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Si conclude con questo ottavo e ultimo post la nostra analisi del processo di realizzazione di uno dei più noti parchi di New York. Abbiamo cercato di organizzare materiale eterogeneo attorno ad otto punti tematici, quali la costruzione di partnership e del consenso nelle comunità locali, la comunicazione, il finanziamento dell’opera, la pianificazione e le procedure amministrative, la gestione ordinaria del progetto e il suo design. Ciascuno dei sette post già pubblicati vorrebbe essere un piccolo vademecum, scritto con due obbiettivi: raccontarvi una bella storia (a tratti eroica, a tratti, forse, pure banale) e darvi qualche strumento per poter immaginare (e, perché no?, realizzare) la vostra idea di spazio pubblico. Il nostro è stato un progetto inusuale, spinto dai contenuti del libro High Line – The Inside story, da cui abbiamo riportato in traduzione numerosi paragrafi, con l’obbiettivo di comunicare le strategie e le emozioni personali che spesso arricchiscono i progetti di rigenerazione urbana. Naturalmente unusual project è anche un binomio che compare frequentemente nel libro di Joshua David e Robert Hammond, e ci fa pensare a quanto sia facile fraintendere l’innovazione, o a quanto sia difficile costruire processi complessi che operano ibridando discipline e competenze.

Nonostante il parco sopraelevato sia la parte più visibile, più conosciuta, più fotografata e goduta da cittadini e turisti, esso non è il vero punto di arrivo del processo: l’obbiettivo venutosi a rinsaldare nei dieci anni che vi abbiamo raccontato (dal 1999 al 2009) è infatti più ambizioso: la realizzazione di uno spazio pubblico che possa fungere da infrastruttura catalitica (come l’ha definita Ryan Gravel), in grado di rinsaldare l’infrastruttura sociale del distretto (come l’ha invece chiamata Eric Klinenberg)

Trattandosi di un processo basato sul sostegno delle comunità del distretto, gli Amici della High Line hanno promesso molto ai cittadini che li hanno sostenuti fin ad ora. Prima dell’apertura del parco, il distretto era un’area che in parte aveva accolto le attività trasferitesi dal vicino SoHo, soprattutto gallerie d’arte. A tutti (residenti e proprietari) era chiaro cosa era accaduto a SoHo a causa della gentrificazione, e la High Line era visto da molti come l’occasione per riassumere, seppur in parte, il controllo del futuro del distretto. Attraverso Reclaiming The High Line, prima, e i community input, poi, FHL ha speso ogni sua energia nella speranza di fare la differenza, cercando di realizzare un progetto che fondesse armoniosamente un design di altissima qualità, un processo di progettazione condivisa e un atteggiamento pro-business. Il parco realizzato è splendido per noi designer, un risultato raggiunto grazie ad un efficace mix di ottimismo ingenuo e coraggio, ma la vera sfida per FHL è iniziata dopo l’inaugurazione. Come ha scritto il professor Aseem Inam, direttore di TruLab, “troppo spesso tendiamo a vedere progetti come quello della High Line come oggetti compiuti e ci dimentichiamo di quanto sia in realtà un processo ancora in corso” (in The High Line Magazine).

Vista dei cantieri sulle Hudson Yards.

Anche se non abbiamo a disposizione dati certi, alcune stime non ufficiali riportano che l’ultimo tratto della High Line (appunto le Hudson Rail Yards) sia costato circa $ 90 milioni, portando così il costo complessivo del parco nel cielo a poco più di $ 240 milioni. Se considerassimo solamente il rapporto tra costi sostenuti e sviluppo economico derivato, potremmo affermare con certezza che l’investimento pubblico/privato sulla rifunzionalizzazione della High Line è stato positivo. Tuttavia, per quanto concerne il raggiungimento degli obbiettivi per le comunità dei residenti (soprattutto la realizzazione di residenze a costi accessibili) la High Line rimane, a pochi anni dal suo completamento, un sorvegliato speciale. Abbiamo già riportato in altro post il fatto che l’attuale sindaco di New York, De Blasio, il cui programma elettorale poneva la redistribuzione della ricchezza come obbiettivo centrale nelle politiche da adottare per la città, non sembra nutrire particolare simpatia per il team di Friends of The High Line.

Infatti, senza adeguate azioni correttive incluse nei programmi annuali e di medio periodo, il parco nel cielo di New York City rischia di divenire uno dei più riusciti agenti di gentrificazione del West Side di Manhattan. Gli urbanisti e accademici newyorkesi hanno già espresso dubbi in merito alla sua funzionalità come spazio pubblico, con Richard Florida in testa, a sottolineare, lo abbiamo visto, come sia sostanzialmente venuta a mancare una reale ridistribuzione della ricchezza generata dalla High Line, e ottenuta anche grazie al sostegno delle comunità locali, che hanno partecipato alle sedute di co-progettazione e approvato il progetto attraverso i loro rappresentanti nel Community Board n. 4.

Come parco lineare, la High Line si sviluppa tra due punti, da sud a nord, partendo dalla nuova sede del Whitney Museum of American Art, al civico 99 di Gansevoort Street (edificio realizzato da Renzo Piano, e che ospita anche gli uffici direzionali degli Amici della High Line), e arrivando al grande cantiere degli Hudson Rail Yards, a nord della 34ma strada, chiamato anche New West Side. Lungo più di due chilometri di parco sono stati completati edifici degli architetti più importanti al mondo (Frank Ghery, Renzo Piano e Zaha Hadid, per citare i più conosciuti al grande pubblico). Secondo alcune stime, oltre a 2 miliardi di dollari complessivi di sviluppo economico nel distretto (tra PIL del distretto e compravendite immobiliari), le nuove edificazioni hanno realizzato 2500 unità abitative, 1000 nuove camere d’hotel e più di 46.000 mq. di uffici. Ecco il risultato più evidente e immediato della High Line: nuove costruzioni, di cui la gran parte per ricchi.  

Era inevitabile che ciò accadesse, e forse FHL, nel corso della redazione del nuovo masterplan per il West Side, avrebbe potuto fare di più per la realizzazione di residenze convenzionate oltre a consolidare la presenza di attività artigianali come limite allo sviluppo di residenze e uffici. Inoltre il coinvolgimento delle comunità locali, sia nei processi di costruzione del progetto che successivamente all’apertura del parco, è stato un percorso in salita. Scrive Miguel Acevedo, direttore dell’associazione dei proprietari del complesso Fulton Houses (residenze di edilizia convenzionata, ad un passo dalla Piazza sulla Decima Strada sulla High Line):

Nuovo ampliamento del complesso di residenze convenzionate Fulton Houses – sulla sinistra dell’immagine si può vedere la High Line.

“il coinvolgimento della comunità è un lavoro impegnativo. La sfida principale è che per alcune persone, come lo staff della High Line, si tratta di un lavoro; per noi, è il luogo in cui viviamo, è la nostra comunità. La posta in gioco è alta. Quando lo staff procede, è un grosso colpo. Non è colpa di nessuno, è solo la natura del lavoro. Ma è dura. Le organizzazioni devono davvero assumere personale con cui la comunità si senta a proprio agio, in cui possa avere fiducia. Forse un modo per superare la cosa potrebbe essere che le stesse persone della comunità vengano coinvolte nel processo di assunzione, e forse addirittura ottenere un lavoro a tempo pieno in FHL” (Miguel Acevedo)

C’è voluto del tempo per capire come condurre i community-input in modo più aperto e coinvolgente, partendo anche dai dati raccolti fino al 2015, riguardanti la distribuzione dei visitatori e i modi d’uso dello spazio pubblico della High Line. C’era chiaramente del lavoro da fare, ma lo spazio pubblico poteva essere ancora più aperto grazie alle attività che si potevano organizzare per la comunità. Purtroppo, data anche la visibilità del progetto, le critiche non hanno tardato. E dopo il passaggio di consegne da Bloomberg a Bill De Blasio nel 2014, la High Line venne vista da molti come uno dei successi del sindaco repubblicano.

Il 7 febbraio 2017 il noto blog CityLab (fondato da Richard Florida) pubblicò un post, dal titoloThe High Line and Equity In Adaptative Reuse, scritto da Laura Bliss. Si trattò di un pezzo abbastanza critico in merito alla ‘democraticità’ dello spazio pubblico realizzato dalla High Line, forse adducendo però ragioni un pizzico collaterali. In quel post si riportavano i risultati di uno studio dell’Università cittadina di New York, secondo cui “i residenti non sono quelli che affollano il parco, non sono nemmeno quelli che beneficiano del suo volano economico.” Il post di CityLab arrivò a riportare addirittura un’affermazione (un virgolettato che poteva sembrare l’opinione di Hammond) che suonava più o meno così: “alla fine abbiamo fallito”.

Nel suo articolo Laura Bliss riporta le ragioni di Alexander Reichl, professore di studi urbani al Queens College, il quale ritiene che l’accessibilità della High Line (che reputa insufficiente) sia la causa del particolare mix sociale di utenti, principalmente bianchi. Reichl afferma che “la High Line è fallimentare come spazio pubblico democratico”. Potremmo essere d’accordo con i principi funzionali dell’accessibilità e con il fatto intrinseco che un parco sopraelevato sia davvero poco accessibile dal piano stradale, tuttavia è innegabile che senza quello spazio pubblico (che si consideri fallimentare o meno) il West Side avrebbe subìto altro tipo di trasformazioni, magari dettate da un masterplan più favorevole ai developer (come era nelle intenzioni dei lobbisti rappresentati dal vecchio sindaco Giuliani). In altre parole: superato il momento delle critiche, riusciremmo ad immaginare davvero una valida alternativa alla High Line per il distretto?

Quando riporta le parole di Miguel Acevedo, il quale sostiene che ‘non si può fare molto in uno spazio sopraelevato a parco’, Laura Bliss ci ricorda poi che gli spazi pubblici in cui non si possano usare la palla, i rollerblades, le bici o gli skateboards sono sostanzialmente privi di attrattiva per gran parte degli afroamericani. Anche in questo caso ci poniamo una semplice domanda: com’era possibile portare piste da skate o playground a circa 9 metri da terra, considerando i rischi per il traffico sottostante e le difficoltà già incontrate nell’ottenere una deroga sulle recinzioni da 2,5 metri chieste dal DOT di New York City? E perché uno spazio pubblico in cui non si possa giocare a palla è da ritenersi fallimentare?

Non possiamo tuttavia comprendere fino in fondo le ragioni di questa forte opposizione da parte di molti scienziati urbani, che spesso danno voce a quel 99% che non guadagna nulla dalla gentrificazione, se non consideriamo le reali asimmetrie (o ingiustizie, se ci fosse un diritto urbano) che prendono luogo nelle città ‘superstar’ (definizione di Florida), quali Londra e New York:

“Al prezzo di un appartamento nel quartiere di SoHo a New York City (del valore medio di $ 3 milioni) potreste comprare 18 case a Las Vegas, 20 a Nashville, 23 ad Atlanta, 29 a Detroit, 30 a Cleveland, 34 a St. Louis e 38 a Memphis.” (Richard Florida, The New Urban Crisis)

Va detto tuttavia che FHL (e Robert Hammond in prima persona) non ha mai nascosto i propri errori iniziali, né si è mai sottratta alle correzioni di rotta. Ma, naturalmente, di fronte ad un attacco frontale da parte dei colti liberal di New York City occorreva una risposta repentina da parte di FHL. Così, meno di dieci giorni dopo, il 16 di febbraio 2017, lo stesso Robert Hammond, per chiarire il percorso della sua organizzazione dopo l’apertura del parco, ha specificato quanto segue:

“Siamo e sempre siamo stati un’organizzazione rivolta alla comunità. In qualità di fermo sostenitore del fatto che abbiamo apportato molti cambiamenti positivi per la nostra comunità, penso sia importante chiarire cosa abbiamo fatto.

Durante i primi passi nella pianificazione della High Line abbiamo organizzato dozzine di incontri pubblici (input sessions) con leader locali, gruppi comunitari e residenti che vivono negli appartamenti della NYCHA (New York City Housing Authority – l’ente per l’edilizia residenziale pubblica della città di New York), vicini al parco.

Dopo che il parco è stato aperto al pubblico abbiamo voluto fare di più, così abbiamo intrapreso le seguenti iniziative:

  • abbiamo realizzato un’indagine tra tutti i residenti della NYCHA, chiedendo loro come la High Line poteva servirli meglio. Le loro risposte dirette ci hanno aiutato a sviluppare alcune iniziative per la comunità;
  • abbiamo creato un programma per l’impiego giovanile, che dà agli adolescenti delle scuole locali l’opportunità di lavorare nella High Line, ottenendo un’esperienza incalcolabile e un lavoro retribuito;
  • abbiamo iniziato a sponsorizzare eventi estivi nei quali migliaia di giovani possono partecipare alle iniziative organizzate dal nostro Consiglio delle Arti e della Cultura per i Giovani (TAAC – Teen Arts and Culture Council);
  • abbiamo aumentato la nostra offerta culturale gratuita, che ogni anno porta più di 55.000 persone della nostra comunità sulla High Line;
  • abbiamo iniziato a lavorare con le scuole locali per garantire gite gratuite o a basso costo per migliaia di studenti ogni anno;

Questo è solo l’inizio. E vogliamo fare di più (…)” (Robert Hammond, 2017)

Da dove potremmo cominciare dunque, se volessimo valutare l’efficacia della High Line? Personalmente ritengo che la lettura dei processi di rigenerazione urbana deve necessariamente essere oggettiva, aderendo alla realtà dei fatti che li hanno preceduti e determinati, nonché alla concretezza dei loro esiti. Un buon punto di partenza sono gli aspetti economici del processo. I costi e i guadagni, valutati economicamente, purtroppo detengono ancora il primato di concretezza, tra i diversi fatti che costituiscono il processo: le forme di finanziamento e di gestione sono importanti tanto quanto i principi di design, gli indirizzi politici delle amministrazioni pubbliche o il tipo di investitori privati che entrano in gioco. Tuttavia, come abbiamo visto, anche se la High Line funziona perfettamente come catalizzatore di investimenti immobiliari nel distretto di West Chelsea, ciò non è ancora un dato sufficiente sul suo funzionamento come spazio pubblico, a sostegno dell’infrastruttura sociale del distretto. D’altro canto dobbiamo essere anche consapevoli del fatto che la costruzione di edifici è un processo generalmente molto più rapido della costruzione di infrastrutture sociali. Pertanto dovremo valutare l’efficacia della High Line sul piano sociale in tempi più lunghi.

Purtroppo gli interessi economici che gravitano attorno ai processi come quello della High Line tendono a polarizzare il dibattito sulla rigenerazione in modo radicale. La discussione in merito ai modi in cui è più corretto progettare processi di rifunzionalizzazione e riuso di aree dismesse è dunque molto articolata, ma solitamente chi vi partecipa tende a ricadere in una di due fazioni ben distinte.

Da un lato gli accademici più liberal  (come Richard Florida) ritengono che vadano evitate il più possibile le conseguenze della gentrificazione attraverso una più accurata politica di ridistribuzione della ricchezza, includendola fine nelle fasi preliminari del progetto come ‘antidoto’ alle inevitabili asimmetrie generate dal processo stesso (come l’innalzamento degli affitti, l’espulsione dalle aree riqualificate dei residenti con redditi più bassi, la chiusura di quei negozi di vicinato che avevano garantito la formazione dell’identità del quartiere, ecc..). Uno sviluppo interno alle aree urbane dismesse, equo (per i cittadini) e sostenibile (per i suoi costi sociali e ambientali) è propriamente rigenerazione. Essa è la quadra tra i valori economici, i valori d’uso e l’identità dei luoghi.

Dall’altro lato invece ritroviamo gli imprenditori edili (real estates e urban developers), principali agenti del capitalismo urbano, i quali reputano che il mercato immobiliare sia invece l’unico arbitro in gioco. Per la vulgata del costruttore di pezzi di città (ma anche di molti progettisti contemporanei, come Patrick Schumacher, direttore dello studio ZHA) un surrogato urbano della ‘selezione naturale’ è inevitabile e auspicabile, per arrivare ad una riqualificazione urbana davvero funzionante in termini economici, che garantisca adeguati utili a chi ha effettuato adeguati investimenti di capitale su vecchie aree cittadine dismesse e prive di valore.

Il tema centrale alle due visioni è quindi la ricchezza prodotta dai processi di rigenerazione e riqualificazione urbana, con i primi che vorrebbero ridistribuirla equamente mentre i secondi vorrebbero che rimanesse nelle mani di chi corre il rischio di impresa ‘migliorando’ la città a proprie spese.

In entrambi i casi le distorsioni della realtà sono in agguato: mentre i liberal vorrebbero che gli elevati costi della rigenerazione fossero principalmente in carico al pubblico (come accade in Francia con l’ANRU), i secondi pretenderebbero che gli elevati costi sociali della gentrificazione fossero a carico solo della pubblica amministrazione, senza alcuna ridistribuzione degli utili. Anche qui dobbiamo aver ben chiaro il fatto che i capitali (locali e globali) tendono ad investire sul consumo di suolo, costruendo nuovi pezzi di città, per almeno due ragioni palesi: il suolo è un bene limitato, quindi il suo valore, nel tempo, non potrà che salire; le operazioni immobiliari sono processi relativamente brevi e con ottimi utili. Scrive Florida:

“In termini generali, nel 2009 si è stimato il valore complessivo di tutto il suolo americano in circa $ 23 trilioni, equivalente a circa il 160% del PIL nazionale (…). Ma il solo 6% di suolo, quello edificato, vale più della metà del valore complessivo, ovvero $ 11,7 trilioni.” (Richard Florida)

L’economia dei processi di rigenerazione ci sembra quindi una sorta di chiave di lettura universale sia dei progetti proposti che degli obbiettivi sul medio e lungo periodo, a patto che (come dimostra l’intera ricerca accademica del buon Florida) si riescano a svelare anche i costi e i guadagni nascosti, dunque a dare un valore economico anche ad aspetti qualitativi della vita nelle città. Queste analisi e traduzioni in indici sintetici che permettano di confrontare tra loro processi eterogenei in città differenti sono il contributo che Florida e il suo team forniscono agli scienziati urbani e ai politici del nostro pianeta, nella speranza di riuscire a comprendere i meccanismi che rendono una città più vivibile di un’altra all’interno dei flussi economici globali. Gli indici sintetici proposti da Florida tendono a misurare il rapporto tra distribuzione della ricchezza e livello di competitività nelle economie urbane, mostrando come politiche più liberaliste hanno portato ad alti livelli di disparità, portando Stati Uniti e UK ad un livello inferiore a Russia, India e Nicaragua, mentre politiche più conservatrici, con Svezia, Finlandia e Danimarca a fare da modelli, sono riuscite a combinare alti livelli di creatività con sostanziali bassi livelli di disparità sociale. L’elezione di Sadik-Kahn a Londra e De Blasio a New York sarebbero dunque la risposta politica delle masse di cittadini che non possono accedere alle risorse che le due città superstar mettono a disposizione (solo) dei più abbienti.

In questo scenario globale, progetti come quello della High Line acquistano immediatamente una connotazione politica, loro malgrado. I loro esiti acquistano valenza globale e si ingigantiscono nel dibattito sulla crisi urbane. Purtroppo, vista la velocità con cui i capitali urbani finanziano operazioni immobiliari, il primo e più evidente risultato è il numero di progetti che hanno preso la High Line come modello per la sola costruzione, come il Garden Bridge a Londra, progettato da Heatherwick Studio, o lo Skygarden a Seoul dello studio MVRDV. La High Line è diventata anche modello per il processo di attivazione di una stretta collaborazione tra pubblico e privato, come nel citato caso della Beltline di Atlanta, o per l’organizzazione interna nella gestione delle attività del parco, come è stato a Saint Louis per la Lafitte Greenway. Ciascuno di questi prototipi, dopo la realizzazione, è diventato oggetto di studio e ricerca, al fine di perfezionarne il modello, in modo da poterlo utilizzare per la gestione corrente di quanto realizzato o per i nuovi prototipi. Il lavoro di FHL e il lavoro di chi studia la High Line fanno parte dunque della stessa ricerca di un processo equo, sostenibile, economicamente efficiente e realizzato per catalizzare attorno a sé quelle infrastrutture sociali che possono garantire maggiore resilienza alle città nel prossimo futuro.

Prima di attivare il recente The High Line Network (di cui abbiamo già parlato), col quale FHL sostiene progetti di rigenerazione di parchi pubblici, nell’autunno del 2016 lo staff di FHL aveva pubblicato The High Line Magazine – the High Line by the numbers (ancora consultabile on-line ) in cui vengono descritte le metodologie adottate nella gestione del parco per raccogliere dati sul suo utilizzo. I dati vengono raccolti tramite sensoristica (anche tramite beacon in grado di connettersi con app per smartphone) e analisi sui social media, per essere poi letti e gestiti tramite il software Cartegraph, che include anche un interessante Scenario Builder per formare decisioni a partire dai dati d’uso.

Leggendo The High Line Magazine scopriamo che le visite previste all’apertura della prima sezione erano 300.000, mentre il nuovo parco ospitò circa 1,3 milioni di persone, nel 2009. Con l’apertura anche della seconda sezione il numero continuò a crescere e (come già vi abbiamo detto) nel 2015 sfiorò i 7,6 milioni di visitatori.

“Come conosciamo questi numeri? Dobbiamo ringraziare lo staff di FHL, che si sono assunti l’incarico monumentale di contare i visitatori giornalieri e di valutare le visite future sulla base di pattern di lungo periodo. Il nostro staff usa un sistema integrato per tracciare il numero delle visite, che poi riportiamo settimanalmente al Dipartimento dei Parchi e Tempo Libero della Città di New York. (…) Ogni fine settimana i membri dello staff dedicati al parco contano i visitatori a intervalli di un’ora in otto diverse zone del parco, annotandosi le cifre e inserendole in un algoritmo proprietario che stima i visitatori totali. (…) Sappiamo così che i mesi estivi di maggio, giugno, luglio e agosto tendono ad attrarre il maggior numero di visitatori, e che il momento più apprezzato della giornata durante questi mesi è quello dalle 14:00 alle 18:00. Sappiamo anche che i sabato sono i giorni più affollati della settimana e che i martedì sono i meno frequentati” (tratto da The High Line Magazine)

Una delle critiche rivolte alla High Line come spazio pubblico democratico è il suo scarso appeal nei confronti dei newyorkesi, soprattutto se afroamericani. Tuttavia i dati sui visitatori newyorkesi dal 2009 al 2015 sembrano smentire questa affermazione: se nel 2009 solo il 24% dei visitatori di New York  era ‘non-bianca’, nel 2015 tale percentuale è salita al 44%. Al contempo, però, la percentuale di visitatori provenienti dalle vicinanze della High Line era ancora molto bassa, nel 2015, con un risicato 6% di 2,3 milioni di visitatori (circa 138.000 visitatori nel 2015). Se aggiungiamo anche i visitatori provenienti da Manhattan, pari all’11%, arriviamo a circa 391.000 visitatori dalla sola Manhattan. Poiché la sua popolazione si aggira attorno a 1,6 milioni di persone, nel 2015 il 24% dei residenti ha visitato la High Line.

L’ingresso principale è divenuto quello a sud, da Gansevoort Street, con il 21% di transiti. Il primo settore della High Line è infatti quello più frequentato, anche perché è in quell’area che si svolgono molte delle attività serali della programmazione. Auspichiamo che FHL continui a pubblicare i dati raccolti sull’uso del parco, come pure quelli raccolti nel corso delle numerose iniziative e attività a cura dello staff FHL. In questo modo potremo avere interessanti riscontri sull’efficacia del modello di gestione e della risposta dei residenti.

Questo pragmatismo nella gestione del parco è lodevole, ma anche necessaria. Di fatto la High Line potrebbe essere vista come uno speciale edificio di Manhattan, sviluppato in orizzontale invece che in verticale, con accessi pubblici e sistemi di sicurezza: in caso di incidente i suoi visitatori potrebbero rimanere bloccati a  nove metri di altezza. E’ indispensabile quindi un monitoraggio continuo della situazione, durante l’orario di apertura al pubblico.

Questa nostra indagine sulle storie della High Line si conclude qui, anche se in prospettiva. Robert Hammond, tornato punto di riferimento per FHL dopo una pausa, sembra fermamente intenzionato a portare FHL nella direzione più equa, con un programma sempre più ricco rivolto ai giovani e ai residenti, offrendo un impiego nello staff e sostenendo altri parchi cittadini con fondi propri. FHL sta imparando dai propri errori, letteralmente a proprie spese. E noi designer dovremmo fare lo stesso, seguendo quello che scrive, per esperienza diretta, Danya Sherman, pianificatrice, fondatrice e direttrice del programma di coinvolgimento della comunità per conto di FHL:

“come pianificatrice ho visto le sfide che FHL sta affrontando ripetersi in tutto il paese. Designer e amministratori di imprese per lo sviluppo urbano tendono ad essere un gruppo omogeneo, dal punto di vista razziale, socioeconomico e di genere. Questa omogeneità permette ad assunti poco verificati su cosa sia il ‘buon design’ di influenzare pesantemente il progetto, lo sviluppo e la gestione dello spazio. E quando arrivano i capitali, nonostante le buone intenzioni e un lungo lavoro rivolti a controbilanciare i loro effetti, spesso le comunità nelle vicinanze ne subiscono gli effetti negativi.” (in The High Line Magazine).

Con l’augurio per tutti i designer di riuscire ad affrontare in modo sempre più pragmatico i processi complessi, senza limitare la nostra attenzione al solo risultato estetico, e con la consapevolezza che ogni azione sullo spazio pubblico può avere conseguenze notevoli, vi riporto qui l’ultimo paragrafo del lungo racconto di Joshua David e Robert Hammond. E’ la descrizione del momento dell’apertura al pubblico:

“Fu disorientante veder così tanti sconosciuti sulla High Line. Per così tanto tempo era stata solo per noi. La sera prima, al brindisi con lo staff sulla High Line, ero rimasto incantato di fronte al parco, vuoto e appena completato. Gli architetti affermavano che appariva esattamente come nei loro rendering – cosa che la maggior parte delle volte non accade, poiché i rendering tendono a rappresentare visioni idealizzate che non possono sempre essere raggiunte. Il nostro personale aveva ripassato ogni centimetro della High Line con  pinzette e smalto. Il vetro e l’acciaio luccicavano, e le vasche di impianto erano state ravvivate per sembrare impeccabilmente selvagge.

Dopo dieci anni di lavoro, trovavo difficile immaginare che qualcosa fosse più bello della High Line vuota, appena finita, la sera prima dell’apertura – era una cosa perfetta. Con tutte le persone diverse che si riversarono nel parco la mattina del taglio del nastro, la High Line divenne un po’ meno perfetta e molto più bella.

Non era più solo per noi, era finalmente nata.”

(Joshua David)

 

Veduta dal Sundeck (foto di E. Lain, 2013)