Seleziona una pagina
immagine tratta da http://catallassi.wordpress.com/tag/complessita/

La mente gioca strani scherzi, a volte. Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2014 io e l’amico Alessio Barollo discutevamo nella mia cucina, troppo stanchi per dormire e colmi di adrenalina per la prima edizione del Festival per l’Innovazione (FIRST), a cui avevamo lavorato a lungo (e che era ancora in corso).
Non aiutava certo l’eco delle parole di Giuseppe Longhi, sentito la mattina e col quale avevamo pranzato poche ore prima: l’ecosistema dell’innovazione non può crescere in un paese in cui le rendite di posizione sono prevalenti e determinano sia le politiche che le strategie industriali.
La bottiglia semivuota sul tavolo bianco liberava le menti, ma imbastardiva le lingue. Ci ritrovammo così su due posizioni diverse, similmente opposte.
Alessio, con un paradigma cibernetico di straordinaria positività, sosteneva (se non ricordo male) che la connettività avrebbe garantito non solo la ridistribuzione di valori (culturali ed economici), ma pure l’emergere di raddensamenti in grado di forzare al cambio di paradigma. Io, appesantito da anni di metafisiche e gerarchie storicistiche, ribadivo che il sistema-mondo non avrebbe potuto evolvere senza cedere alla rappresentanza (anche politica, e dunque gerarchica) il suo proprio ruolo di promotore e guida nella normalizzazione del sistema stesso.
Verso le due decidemmo che avevamo sprecato troppe parole, e ci salutammo.

Il Festival poi finì, e rimanemmo vagamente perplessi di fronte a quello che Alessio chiamò poi ‘effetto LIKE’: in molti si erano infatti prenotati per gli eventi del FIRST, ma più del 60% degli iscritti rimasero poi a casa propria, lasciando che le proposte culturali scivolassero indenni negli archivi e nei social network, pronti ad altri LIKE. Dal solo punto di vista quantitativo il FIRST funzionava on-line, mentre soffriva per partecipazione off-line. C’era qualcosa che non avevamo capito prima: le dinamiche dei sistemi (web e offline) sono differenti, non sono certo una la rappresentazione dell’altra. Ma come procedere quindi per l’edizione 2015? Su quali principi previsionali basare i nostri progetti futuri?

Mi venne in mente così, con un senso di vertigine, di quelle che ti spingono a cercare riparo dagli sguardi per collassare in silenzio, il limite del caos. Quel sottile diaframma che fa combaciare la confusione con un ordine estremamente complesso è di fatto l’ultima rappresentazione possibile. Ma è pure l’ultima rappresentazione del possibile, ovvero il limite estremo della previsione e del progetto, prima che l’intuizione collassi in un universo caotico di segni non più significativi. Il limite del caos è la punta estrema della temporalità umana, e forse non appartiene già più all’uomo. Perché nel limite del caos la potenza di calcolo necessaria è tale che solo i sistemi automatici sono in grado di rappresentare la dinamica del sistema: non esiste un prima o un dopo, non esistono stati di equilibrio, ma solo un flusso continuo di cambiamenti.

Il sabato mi ritrovai a dire ad Alessio che all’aumentare della connettività del sistema (e dunque della sua sensibilità al cambiamento) il ricircolo dei feedback avrebbe aperto la strada all’imprevedibile (oltre che all’imprevisto). Anche l’ordine rientrava in questa imprevedibilità (come caso particolare), al punto che (come dimostrano gli studi con gli automi cellulari) variabili infinitesimali potevano guadagnare pesi determinanti nel far evolvere il sistema dinamico in una direzione o in un’altra.
Certamente la connettività permette di opporre alla fissità del sistema delle rendite una capacità di aggregazione di significati e valori estremamente più interessante, ma questo non è sufficiente per passare dalla rappresentazione/lettura del sistema all’azione sul sistema (e sul paradigma).
Manuel Castells scrisse che: le nuove tecnologie dell’informazione della nostra epoca (…) hanno dato origine ad un nuovo paradigma tecnologico sulla base di tre importanti caratteristiche distintive:
– la loro capacità autoespansiva di elaborazione, nei termini di volume, complessità e velocità
– la loro capacità ricombinante
– la loro flessibilità distributiva
Nella mia mente si è così fissata l’idea che il paradigma di cui parla Castells sia la trasposizione di un in vitro (come era quello degli automi cellulari) nella realtà. Noi tutti (più o meno connessi, spesso in modo passivo) ci ritroveremmo così ad essere cellule di un sistema sempre più dinamicamente turbolento. La rassomiglianza è pure algoritmica: anche per gli automi cellulari valgono le semplici regole di vivere, mangiare e riprodursi, e su queste semplici premesse (ma in un elevato numero di interazioni) essi costruiscono (a volte) un ordine stabile.
Volete sapere qual è il primo nemico di una cellula di un automa cellulare? L’altra cellula. Perché entrambe agiscono in un ecosistema limitato, in cui lo spazio rappresenta la principale conquista e il primo alimento per crescere.
E così, di metafora in metafora, mi ritrovo a pensare alla situazione paradossale in cui ci troviamo: da un lato le rendite di posizione sono asimmetriche, ma garantiscono in un certo senso la tenuta dell’ecosistema, impedendo, con i loro monopoli, la proliferazione (incontrollata?) di innumerevoli cellule antagoniste; dall’altro lato senza differenze di potenziale (come la creatività e l’innovazione) le stesse rendite di posizione stanno comprendendo che la loro stessa esistenza ne verrebbe compromessa.
Ed ecco il quid ultimo della questione: le rendite di posizione sono utili per la loro capacità di mantenere intatta nel tempo la struttura del reale, ma solo in una quantità necessaria a questo fine specifico. La stessa cosa si può dire delle cellule (dinamiche, aggreganti e ricombinanti) che alimentano l’ecosistema dell’innovazione: esiste anche per esse un limite quantitativo.
Sono i due numeri di Reynolds del nostro attuale sistema globale, quelli che sanciscono il passaggio da un moto stratificato e gerarchizzato ad uno di tipo turbolento e imprevedibile. Se (per fare un esempio concreto) si superassero un numero x di acceleratori di impresa, probabilmente si innescherebbe tra loro una necessaria rivalità, che limiterebbe la loro stessa efficacia. Anche per innovatori e startupper si potrebbe dire lo stesso! Ecco che prima o poi sarebbe necessaria una stabilità lavorativa per togliere dall’arena molta parte di ex-innovatori, ormai stabilizzati e in grado di contribuire (nonostante eventuali differenze ideologiche) alla stabilità gerarchica dei bordi dell’arena stessa.
(Oppure una guerra, di vario tipo e genere. O una migrazione planetaria. O….)
E’ un bel limite, non vi pare?
Io e Alessio avremmo dovuto finire quella bottiglia.