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Aggiungo questo ulteriore post alla questione della progettazione tramite networking, in cui si ipotizza che il ruolo del progettista possa diventare un ruolo-guida di un’azione progettuale aperta, fondata sul co-working. Questa ipotesi ci ricorda molto quella di Friedman, quando proponeva i suoi manuali per l’autoprogettazione, e relegava idealisticamente il progettista al ruolo di consulente.
Naturalmente questa prospettiva è affascinante proprio per l’imprevedibilità dei suoi risultati, e trasforma le ipotesi di Turner (si veda il suo L’Abitare Autogestito) nell’occasione di estendere un ordine emergente dal deficit urbanistico (nelle favelas e similari, in cui il sistema di controllo non è all’altezza del proprio compito) a modello di deregulation per rendere l’intera città dinamicamente sensibile alle pulsioni bottom-up.
Come ho sottolineato altrove, seppure questo atteggiamento sia affascinante e comporti certamente dei benefici nei termini di suitability del progetto condiviso, esso va gestito considerando al contempo l’identità (territoriale, locale e personale) come una finalità prima, poiché essa fortifica la faccia local del glocale.
Il capitolo Uniti nella differenza nel libro La Società Individualizzata (Baumann, 2001) descrive quali sono le fragilità di un sistema di progetto sociale fondato esclusivamente sulla filosofia bottom-up, in cui la condivisione spinta comporta un necessario appiattimento democratico delle competenze specifiche. La deregulation (così come il rafforzamento della rappresentazione al di là della realtà) è al contempo il propulsore del lato fluido del pensiero progettante e la negazione di una sorta di diritto urbanistico-territoriale (ma anche economico). In altri termini l’apertura rischia di pagare un conto salato nella tutela delle fragilità non certo per i risultati ma per particolare configurazione del paradigma culturale adottato.
Scrive Bauman: “(…) le altre reti di sicurezza, quelle di tipo autocostruito e autoalimentato – le seconde linee di trincea che un tempo erano il vicinato o la famiglia, dove ci si poteva rifugiare per guarire dalle ferite inferte dalle scaramucce del mercato – si sono disintegrate o enormemente indebolite. In parte la colpa è della nuova pragmatica delle relazioni interpersonali (…): per quanto possa essere efficacie in altri ambiti, questa nuova pragmatica non è in grado di generare legami durevoli (…). I legami da essa generati incorporano il principio del ‘fino a nuovo avviso’ e del ‘disimpegno discrezionale’ (…). Un’altra parte di colpa va al lento ma inarrestabile processo di dissipazione e oblio delle competenze sociali. Ciò che un tempo soleva essere riunito e tenuto insieme dalle competenze individuali e dall’impiego di risorse locali tende ad essere mediato da strumenti tecnologici acquistabili sul mercato. Quand’anche riescono a formarsi, alleanze e gruppi si disintegrano in assenza di tali strumenti”. (Bauman, op. cit., pp. 114-115)
Per certi versi, continuo a pensare che nel paradigma della simultaneità che stiamo cercando di delineare per il progetto del mondo debba fare i conti con il principio dell’identità per poter configurare una rappresentazione del futuro. Altrimenti la simultaneità (che incorpora innumerevoli aspetti social del progettare e del fare impresa oggi) rischia di essere fondamentalmente un acquitrino senza futuro.
Scrive poi ancora Bauman “(…) come tutte le cose, le identità umane – le immagini di sè – si frantumano in gallerie di istantanee ognuna delle quali deve evocare, veicolare ed esprimere il proprio significato (…). Invece di costruire gradualmente e pazientemente la propria identità alla maniera in cui si costruisce una casa (…) si sperimenta una serie di ‘nuovi inizi’, forme assemblate sull’istante e tuttavia facilmente smantellate, dipinte l’una sull’altra: un’autentica identità palinsesto“.
Se Bachelard poteva parlare di poetica dello spazio in relazione soprattutto ad uno spazio domestico, addomesticato, memoriale e per certi versi speculare al soggetto (al punto che il soggetto vedeva in esso una rappresentazione riconoscibile della propria identità), oggi l’appiattimento delle gerarchie significa equivalenza dei soggetti di fronte ad un sistema de-soggettivizzato. I soggetti sono interscambiabili (nei social network così come nel luogo di lavoro), e la creatività partecipata sembra nascondere in realtà questa equivalenza.
Se affrontiamo la questione dell’identificazione dal lato dell’oggetto (anche architettonico) ci ritroviamo, soprattutto grazie al Parametricismo, di fronte ad una sorta di imprevedibilità algoritmica. Affidiamo all’elaborazione digitale ed informatica il conio delle forme, ma senza sfruttarne la carica immaginaria e identificante. Siamo espulsi dal processo in qualità di consumatori di forme, partecipi al processo di formalizzazione come comparse, o soggetti rinchiusi in una potenzialità infinita senza atto.

Progetto di Zaha Hadid Architects per Soho, oggetto di probabile violazione del copyright.

Se le forme servono all’identità attraverso l’identificazione (come accade per l’unicità del volto, che permette di riconoscere il soggetto) allora il Parametricismo sta già mostrando il suo lato oscuro. Infatti, di recente, si è aperta una polemica fondata sulla ‘copia’ di un’opera di Zaha Hadid da parte di uno studio cinese. Due edifici, un unico algoritmo formale. La polemica si fonda sulla questione del copyright, un aspetto che un tempo era legato all’industrial design e al suo rapporto con la riproducibilità tecnica dell’oggetto. Parlarne per l’architettura (che fonda il proprio valore sulla soluzione unica del rapporto tra forma e costruzione) significherebbe aver ridotto la questione della creazione (come rapporto tra poetica e materia) alla pura creatività, in cui il baricentro non è più la realizzazione ma la novità.

Brand Identity per il revamp di ZHA, a cura di P. Schumacker.

Credo che ridurre il futuro al possibile conduca in realtà ad un eterno presente amnesico, e che la progettazione rimanga un processo unico nel suo genere, poiché costringe in primis alla creazione di una temporalità che altrimenti non verrebbe più rappresentata.