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Vorrei cominciare con questo post una piccola ricerca sulla simultaneità, tentando di darne una definizione operativa e trasversale, come fece (e continua a fare) J. Maeda in merito alla semplicità.
La tesi principale è che il mondo reale e la sua percezione siano oggi divenuti duali l’uno all’altro (ovvero interconnessi al punto che non si può comprendere uno dei termini senza l’altro). La percezione del mondo subisce la sovrapposizione di una realtà aumentata alimentata (anche e non solo) dall’iperproduzione e diffusione capillare della creatività. Dunque è una percezione creativa che distorce il costrutto filosofico di realtà assoluta (quindi sappiamo sempre meno come sia il mondo in sè, ovvero ipotizzando di poterlo vedere e percepire in modo non antropico).
Questa condizione è ancora tutta da delineare, ma certamente coinvolge le prassi che elaborano l’immaginario collettivo, arte e architettura incluse.

un vecchio diagramma bergsoniano, leggermente rivisto

Il primo contributo è sull’importanza (e sul ruolo centrale) del corpo (l’avevo già scritto altrove) attribuita da Henri Bergson nel delineare il suo approccio filosofico-fisico alla questione della verità della percezione. Rileggendo il suo Materia e Memoria del 1959 si scopre come il contributo alla filosofia percettiva di Bergson sia incredibilmente attuale (termine totalmente bergsoniano, oltretutto). “Posto tra la materia che influisce su di esso e la materia su cui esso influisce, il mio corpo è un centro di azione, il luogo in cui le impressioni ricevute scelgono intelligentemente la loro via per trasformarsi in movimenti compiuti; esso rappresenta proprio, dunque, lo stato attuale del mio divenire, ciò che, nella mia durata, è in via di formazione” (p. 118 dell’ed. it.). Bergson nega al mondo materiale una spiritualità, ma sfugge al puro determinismo introducendo il concetto di durata nel rapporto tra uomo e mondo. In altre parole (più semplici?) il mondo non è di materia inerte, poiché agisce sull’uomo; d’altro canto l’uomo non è percezione pura, poiché dialoga con la materia per definire le proprie azioni (e su questi atti si fonda il concetto di attualità, che dunque non è una categoria storica ma la descrizione di una modalità dello stare nel mondo).
L’interazione tra uomo e materia non è rigidamente causale (del tipo botta-risposta), poiché essa avviene in un presente dilatato, nel quale, simultaneamente, l’uomo percepisce il mondo e richiama dal proprio passato virtuale i propri ricordi esperienziali e percettivi.
Poiché questa simultaneità bergsoniana è in qualche modo ricorsiva e priva di concetti filosofici assoluti (come verità, tempo, spazio, e così via), le occorre un centro di gravità, un punto in cui far raddensare le durate: questo fulcro è, appunto, il corpo.
Deleuze indagherà a fondo la questione del corpo bergsoniano, traducendolo nel proprio corpo senza organi, ma questa sarà un’altra indagine…