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Ho potuto leggere il libro dell’Atelier Marko Brajovic (edito nel 2016), quando il mio compagno di studi a Venezia mi chiese di presentare il testo allo IUAV, l’università dove ci eravamo conosciuti alla fine degli anni ’90. A pensarci, riconosco a Marko la capacità di continuare a trasmettermi, a distanza negli anni e nei pochi momenti condivisibili (io sono in Italia, lui in Brasile), passione, curiosità e punti di vista da sempre inusuali (è stato Marko Brajovic a farmi conoscere Lebbeus Woods e la sua Anarchitecture, già questo basterebbe). L’architetto Brajovic è, poi, un progettista con un curriculum straordinario (tra le altre cose ha curato l’allestimento del padiglione del Brasile all’EXPO di Milano e ha esposto la sua NSDC alla Biennale di Architettura di Venezia del 2018).

Nel 2017, come dicevo, ho avuto l’occasione di incontrarlo nuovamente di persona, dopo poco meno di vent’anni, organizzando per lui la presentazione di In Nature We Trust a Venezia, grazie al sostegno della scuola di dottorato dello IUAV. La prefazione del libro  In Nature We Trust (progettato e curato da Federica Sandretti dello Studiostore di Barcellona) descrive così la propria struttura e il target a cui si rivolge: il libro è diviso in tre macro temi: il Manifesto, l’archivio delle Strategie Chiave e la Selezione dei Lavori del decennio 2006-2016. (…) il formato del libro è rivolto ad architetti, designer, progettisti di allestimenti e artisti, così come a società e istituzioni che intendano imparare di più in merito alla biomimetica e alle strategie di progetto. Questo libro non intende esaurire paradigmi concettuali o scientifici, o riferirsi a specifici temi di sostenibilità. Esso aspira a introdurre strumenti sperimentali per un’innovazione creativa ispirata dalla natura. Un’architettura basata su una gerarchia piramidale riflette ancora il paradigma meccanicista della nostra società attuale. Nell’imminente era post-industriale la struttura sociale si evolverà verso un sistema più organico. Io credo che oggi stia già emergendo una società sinergica e non centralizzata e che una nuova architettura mostrerà questa evoluzione.

Come prodotto editoriale In Nature We Trust è davvero eccellente, con un ottimo equilibrio tra la parte didascalica e quella fotografica. Ridotta ai minimi termini la sezione teorica e critica, il libro è qualcosa in più di un manuale di best practice di un singolo studio e qualcosa di diverso da una monografia autocelebrativa. Ho deciso quindi di dedicare questo post alle riflessioni che mi hanno chiarito cosa è il libro dell’Atelier Marko Brajovic. L’opinione che mi sono fatto è che si tratti di un compendio di composizioni possibili in un mondo di ibridi. Li possiamo definire così, nel modo più ampio possibile: sono ibridi perché travalicano le categorie produttive, perché sono al contempo non-prodotti (la biomimesi li porta lontano dal riduzionismo funzionale dell’industrial design) e non-autogenerati (il lavoro necessario a produrre gli ibridi è pensato in modo da affiancare la crescita e i processi naturali, ma tanto basta a renderli parzialmente artificiali). Uso il termine composizione slegandolo dall’estetica, tentando di descrivere una composizione a cui non interessa la forma come risultato. In questo contesto specifico intendo quindi la composizione come l’insieme dei processi, delle analisi e dell’apprendimento che permettono l’accesso ad un design aperto, non selettivo, per il quale l’esperienza è sinestetica e non limitatamente estetica, che connette istanze dalla provenienza spuria (la storia, la biologia, l’economia, la filosofia, la tecnica, la sociologia, l’arte…).

Per capire più a fondo questo tipo di composizione, dobbiamo tornare alla lecture che Marko ha dato allo IUAV, il 6 aprile 2017, e che ha preso l’abbrivio dal suo peculiare percorso formativo e di ricerca, tra la Croazia, l’Italia, il Costarica, la Spagna e, infine, il Brasile. Ripensandoci ora, a più di tre anni di distanza, ritengo che l’atteggiamento di Brajovic sia molto simile a quello del giardiniere planetario di Clément, secondo cui osservare e agire non sono mai atti distinti, e l’imprevedibilità fa parte della ricchezza del progetto. E’ più facile però immaginare questa imprevedibilità in azione nel garden design del paesaggista francese, dove essa è la sommatoria della crescita delle piante e della loro inevitabile lotta per la colonizzazione dello spazio disponibile. Mentre è più difficile invece capire come l’imprevedibilità possa divenire un elemento del progetto dell’ibrido, sia esso un prodotto di design, un allestimento o un’opera di architettura.

In questo, il lavoro di ricerca dell’Atelier Marko Brajovic (AMB) si è concentrato principalmente sulla traduzione in algoritmi formali dei processi di crescita e delle dinamiche “naturali” (lo metto tra virgolette per sottolineare il fatto che dovremo rielaborare il concetto di Natura, come vedremo più avanti). Ma questa traduzione delle ragioni della forma “naturale”, effettuata anche grazie a Grasshopper e ad un percorso di ricerca sugli algoritmi genetici, non è certo l’unico elemento di produzione delle forme preso in considerazione da AMB. Altro fattore determinante è lo studio sul campo di quelle soluzioni strutturali e formali che vengono adottate da altri esseri viventi (animali e vegetali) per modificare la propria porzione di mondo. La biomimetica di AMB sembra essere quindi differente dalla semplice copia delle morfologie, perché l’analisi va più in profondità, cercando di ricostruire, in sintesi, il punto di vista degli altri esseri viventi nell’affrontare le necessità basilari della vita (nascere, crescere, cercare riparo, riprodursi) producendo modifiche nell’ambiente.

Ecco quindi come interpreto la disposizione di Marko Brajovic nei confronti del “naturale”: un approccio locale, ecologico ma non ambientalista, quasi certamente anti-sistemico. Non avrebbe infatti senso riconoscere le strategie di design degli esseri viventi senza concedere loro anche la libertà di seguire il proprio stato di necessità, senza doverlo poi ricondurre ad un quadro ordinativo generale, fin troppo umano. Detto in altri termini, Brajovic riconosce e dà dignità ad altre agency oltre a quella umana. E’ questo approccio anti-sistemico che comporta l’introduzione dell’imprevedibilità: il moltiplicarsi delle agency comporta anche il moltiplicarsi delle finalità, e il progetto deve essere in grado di gestire tale complessità.

Esiste dunque un termine specifico che riassume l’idea di mondo sottesa dal design di AMB: Antropocene.

Secondo una lettura antropologica (che trovate nella Quarta Lecture – l’Antropocene e la distruzione (dell’immagine) del Globo, all’interno del libro Facing Gaia di Bruno Latour del 2017), il termine Antropocene, coniato nel 2012 a conclusione del 34mo Congresso Internazionale di Geologia, sottintende alcuni punti chiave:

  • coniare una nuova era significa metter fine a quella precedente: non siamo più nell’Olocene, periodo di circa 11.000 anni nei quali l’umanità è stata capace di sviluppare civiltà, su di un pianeta stabile, rimasto come “sfondo” della narrazione. Di conseguenza Antropocene indica un periodo di instabilità;
  • l’instabilità dipende dal fatto che l’intero pianeta non è più lo sfondo, ma il protagonista della narrazione, essendosi dimostrato sensibile alle nostre azioni. Di qui, per estensione, deriva il fatto che l’umanità viene considerata, in parte, come forza geologica;
  • conseguentemente il tempo dell’uomo (che ha caratterizzato e distinto anche le funzioni urbane) ha guadagnato una scala planetaria, alla pari delle altre forze geologiche. La storia e la geostoria (e le loro scale temporali e spaziali) divengono indistinguibili;
  • per queste ragioni andrebbe compreso che Antropocene e antropocentrismo descrivono due punti di vista opposti;
  • l’agency dell’uomo, così univoca ed esclusiva per l’antropocentrismo, viene rimescolata a quella degli altri soggetti che abitano il pianeta assieme a noi: nell’Antropocene tutti i soggetti (umani e non umani) determinano la storia del pianeta;
  • l’Antropocene porta con sé la disaggregazione delle gerarchie (nemmeno l’uomo può più garantirsi un posto d’onore) e l’emergere dell’importanza delle connessioni tra gli agenti, importanza maggiore rispetto alla nostra necessità di ricostruire una loro unità, o di dare loro dei recinti concettuali o disciplinari: nell’Antropocene l’autonomia disciplinare è un costrutto inattuale, tanto quanto invocare delle leggi di Natura dopo aver scoperto che il mondo naturale è tutt’altro che universale e invariabile.

Per queste ragioni ho sottotitolato questo post per un design nell’Antropocene. L’Atelier Marko Brajovic ci fornisce il primo schizzo di una mappa che dovremo costruire insieme, e con una certa urgenza, di fronte al cambio di prospettiva che l’Antropocene ci impone. Sul tavolo di lavoro di noi designer potrebbe esserci anche il rispetto di un’etica del prodotto (più sostenibile, con la minore impronta ecologica), ma credo che molto prima dell’etica dovremo affrontare il fatto che gli stessi processi progettuali andranno modificati radicalmente. Si tratta di una mappa collettiva, da costruire in un mondo estremamente mutevole e instabile.