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Leggo oggi su SetteGreen del Corriere un articolo (a firma S. Gandolfi) con questo incipit:

“Non ha senso costruire case ecologiche, in classe A o persino a consumi «quasi zero», se il quartiere, la città, l’ambiente circostante rimangono inquinati, trafficati, cementificati e brutti. Insomma, il futuro green non si può costruire individualmente, ognuno per conto suo.”

L’articolo è interessante, così come sono illuminanti alcuni commenti in calce, tipo il seguente:

“Perché andare a Porta Nuova zeppa di lavori, traffico e con pochi mezzi (il passante è nato obsoleto, la linea 2 fatica a reggere, tram ne passa solo uno e di vecchio modello quindi con capienza bassa) quando in periferia ho condizioni migliori e a miglior prezzo? La smart city è un errore costruirla in un centro”

Come spesso accade i paradigmi si contaminano, e il risultato è la mancanza di comprensione. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.
1. SOSTENIBILITA’
il tema della sostenibilità era molto in voga prima che la smart city scalzasse il posto nella hit delle chiavi di ricerca. Il senso comune ha ridotto la sostenibilità di un edificio alla sua sola classe energetica, ma è un errore.
Infatti la classe energetica di un edificio misura solamente, e in modo quantitativo, il suo rendimento e i suoi consumi. Il rendimento è l’efficienza (ovvero come usa l’energia), mentre i consumi riguardano quanta energia è necessaria per garantire un comfort fissato. La sostenibilità, invece, è un paradigma qualitativo che intende valutare ogni costruzione in termini di bilancio, per misurarne l’impatto ambientale (o impronta ecologica) su tutto il periodo di esistenza dell’edificio, dalla sua costruzione alla sua demolizione e smaltimento. In tutto questo la classe energetica rappresenta (forse) il solo dato valutabile quantitativamente. Poco si può dire in merito all’energia spesa per la produzione dei materiali edili, per la loro messa in opera e per il loro recupero al momento della demolizione. Ma non è una ragione sufficiente a smettere di ragionarci su.
Un tempo la sostenibilità veniva declinata anche per gli insediamenti, come sostenibilità urbana. E quella era, a mio giudizio ancora più utile e comprensibile per descrivere un paradigma inclusivo che dovrebbe incidere molto di più nella progettazione. Se ogni processo di antropizzazione nel territorio comporta input di energia e servizi e output di rifiuti e impronta ecologica, allora l’incremento dell’efficienza del processo si potrà fare solo con la partecipazione dei cittadini residenti.
2. DECADIMENTO DELLA RENDITA URBANA
il terreno edificabile e gli edifici costruiti godono di un principio di attribuzione di valore secondo estimi catastali. Considerare tale valore come costante e assoluto (ovvero indipendente dal contesto territoriale) è un artificio che può essere adottato solo dallo Stato per il calcolo della tassazione sugli immobili. In realtà il valore effettivo degli immobili è deciso dal mercato immobiliare, molto sensibile al contesto territoriale. In estrema sintesi ogni immobile riceve valore (positivo o negativo) dal proprio contesto, e dunque dagli altri immobili. Senza azioni di rinnovo urbano, il patrimonio immobiliare è destinato all’obsolescenza (almeno di classe energetica) e al decadimento di valore. La rendita urbana, alla fine, recepirà tale decadimento, con una generale contrazione del valore del patrimonio immobiliare. E’ vero dunque che i terreni di periferia costano inizialmente di meno, e che con l’aumentare della densità edilizia e dei servizi di vicinato il loro valore solitamente aumenta, ma se analizziamo il dato complessivo (ovvero i costi subiti dalla collettività) relativo a tale aumento di densità e servizi (fognature, illuminazione, strade, servizi pubblici, opere di urbanizzazione secondaria, consumo di terreno) scopriremo che l’aumento di valore del singolo immobile è a carico (anche) di una spesa collettiva. E senza un radicamento territoriale dei residenti (che assicuri durevolezza al valore complessivo dell’insediamento urbano) non potrà che esserci quel lento decadimento di valore già descritto.

3. FARE CENTRO
Abbiamo assistito ad una secolare perdita di significato della parola centro. Non entro nel merito delle questioni antropologiche o urbanistiche. Ma pragmaticamente è indubitabile che l’impatto ecologico di un insediamento ad alta densità sia inferiore ad uno a bassa densità (ma ad ampia estensione territoriale). Certo, la valutazione andrebbe fatta in funzione di come si abita (uso dell’auto, distribuzione dei servizi, consumi energetici, trattamento dei rifiuti, utilizzo di energie rinnovabili), ma per un buon senso comune è accettabile. 
Se togliessimo gran parte della tecnologia dalla città (e tornassimo ad un ipotetico centro urbano del Cinquecento italiano) scopriremmo che:
– lo spazio esterno (e pubblico) ha un valore aggregativo che si riflette sulla cooperatività, sul problem solving, sulla governance, sull’economia
– l’accostamento degli edifici (pur riducendo la superficie aeroilluminante disponibile) riduce le dispersioni e i costi di costruzione
– il verde pubblico può essere risorsa produttiva (come ricordato dai paradigmi CPUL)
– la disponibilità delle risorse (energetiche e alimentari) va gestita in modo strutturale (e al di fuori del libero mercato)
– i problemi urbani vanno affrontati in modo collegiale attraverso la collettivizzazione delle decisioni (previa pubblicizzazione degli elementi critici)
Se poi aggiungessimo nuovamente il layer della tecnologia potremmo scoprire che:
– localizzare centrali per la produzione di energia green in vicinanza dei centri urbani è una strategia utile all’indipendenza energetica 
– municipalizzare la sua distribuzione permette di ridurne i costi
– ridurre i tempi per il decision making grazie a strumenti social e alla comunicazione su Rete riduce al contempo i costi sociali (ma è una logica bottom up che ha soglie limite di applicabilità)
4. ABITARE
in definitiva la questione del futuro delle nostre città non va affrontata né in termini puramente economici (poiché, come abbiamo visto, una redistribuzione asimmetrica di valore conduce ad una spirale di decadimento del valore stesso), né secondo principi solamente energetici (una casa che consuma poco aumenta solo la disponibilità di energia per le case che consumano molto).
Primariamente dovremmo cambiare il modo di abitare le nostre città, ad esempio riducendo i livelli di comfort abitativo privato in cambio di servizi pubblici ad alta accessibilità e efficienza. In questo senso l’impulso all’inclusione sociale è efficacie: riduce gli sprechi singoli per aumentare i servizi pubblici.
Il cambiamento, come vediamo in questi tragici giorni italici, può avvenire solo in modo collettivo, e grazie ad una guida consapevole mirata alla transizione. Perché gli inurbati continuano ad abitare la città, ne sono parte fondamentale, e cambiare una senza gli altri è impossibile. A meno di non distruggere un fragile tessuto costituitosi in secoli….