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Credo sia chiaro a molti come ciò che ci ostiniamo a chiamare genericamente ‘città’ sia divenuto (dal secondo dopoguerra ad oggi) anche un sintomatico teatro di strategie di guerriglia urbana.
Impossibile qui elencarle tutte, ma quanto emerge dal dato storico è che occorrerà presto aggiornare il panorama di strategie belliche (che da Clausewitz al terrorismo globale, passando per l’evoluzione delle armi intercontinentali e le cyberguerre, ha mostrato come la tecnologia si evolva storicamente a partire dall’innovazione nei deterrenti bellici). La guerra, in occidente, è da tempo entrata in città.

Già il lungimirante saggio “Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione” di Qiao Liang e Wang Xiangsui (2001) anticipava il crollo di ogni possibile distinzione spaziale (e nelle prassi) tra momenti di guerra e momenti di pace.
Tuttavia, 15 anni fa, le discipline non erano ancora state coinvolte in questa liquida situazione di conflitto perenne.

In altre parole oggi sembra essere impossibile non solo distinguere i luoghi del conflitto bellico, ma anche quando il ‘conflitto’ sia a tutti gli effetti ‘bellico’.
Quello che mi preme di sottolineare, qui, non è la (sciagurata) banalità dell’affermazione ‘la globalizzazione è un conflitto perenne, sociale, economico, tecnologico e politico’, quanto il fatto che il conflitto comincia ad utilizzare prassi disciplinari (mutuate anche da arte, architettura e urbanistica) come deterrenti politici e bellici ‘preventivi’. Se questo è vero, allora vale la pena di chiedersi (come architetti e urbanisti, in primis) se e come sia possibile accettare questa ulteriore sudditanza delle nostre discipline. Era già evidente come esse fossero (forse da sempre) debitrici al capitalismo urbano (economico, culturale e politico) e al suo essere motore primo delle grandi trasformazioni (di sviluppo o gentrificazione), tuttavia il fatto che esse siano divenute esplicitamente strumenti di offesa nelle politiche territoriali internazionali ci dovrebbe spingere a riflessioni (appunto) politiche prima ancora che estetiche.
Oggi l’Huffington Post ha pubblicato un articolo in merito al lancio di un nuovo appalto per la costruzione di 450 nuove abitazioni nelle colonie in Cisgiordania (trovate l’articolo qui).

“Gli appalti riguardano gli insediamenti cisgiordani di Kiryat Araba (102 alloggi), Adam (114), Elkana (156), Alfei Menashe (78). Includono anche Maaleh Adumim ed Emmanuel, dove saranno costruiti un albergo e uffici vari. Separatamente, aggiunge Peace Now, nel rione ebraico di Ghilo (Gerusalemme est) sono inoltre in fase iniziale di progettazione altri 93 alloggi.”

Nelle vicinanze (tra la Giordania e il Kwait), qualche giorno prima, era apparsa la notizia di un progetto di un nuovo muro di confine (l’ennesimo, dopo il crollo del Muro di Berlino quasi 30 anni fa) tra Arabia Saudita e Iraq. Si tratterebbe di una misura cautelativa nei confronti del sanguinario vicino ISIS, di lunghezza pari a circa 600 miglia (se volete approfondire ecco qui il link).

Queste due notizie (riportate anche nelle timeline di chi, come il sottoscritto, legge solitamente notizie di architettura e urbanistica, non certo di politica o conflitti bellici) sono la minima parte di un insieme di azioni urbano-belliche che caratterizzano da lunghissimo tempo le strategie politiche negli equilibri mondiali. Perché mi preme sottolineare, quindi, la questione come novità?

Primo punto: architettura e urbanistica dovrebbero smettere di considerare l’utopia (o il bello) come fine reale dei propri ambiti disciplinari. Questa finzione poteva valere in ambito accademico, quando le università rappresentavano ancora un baluardo contro una paventata barbarie civile e culturale, ma la cruda realtà (che il compianto Lebbeus Woods aveva bene inteso) è che l’urbanità sarà sempre il luogo in cui lo scontro bellico mostrerà la sua spaventosa potenza ed efficacia culturale. Architettura e urbanistica dovrebbero smettere di ignorare disciplinarmente il nervo scoperto delle asimmetrie globali di cui sono (non unico, per carità) strumento.

Secondo punto: se il conflitto è il lascito della modernità, allora la condivisione (e la collaborazione) dovranno essere lo spunto per il post. Anche qui architettura e urbanistica potranno trovare la loro nuova prospettiva, rielaborando (come discipline) la progettazione come strumento di evoluzione territoriale condivisa. Uso ‘progettazione’ intendendo la capacità di sviluppare nuovi processi, inclusa l’attività di visioning (che ritengo il vero ineguagliabile core di architettura e urbanistica, la loro dote non trasmissibile).

Terzo punto: architettura e urbanistica, grazie alla loro capacità di vedere opportunità laddove in molti vedono solo degrado e abbandono, sono gli unici strumenti (se portati ad una versione 3.0, come in molti ci aspettiamo) in grado di aiutare i cittadini a non subire l’urbanità a venire.

Quarto (e ultimo) punto: parlando di crowdfunding coll’amico e collega Alessio Barollo abbiamo condiviso una riflessione sul sostrato tecnologico che permea le nostre vite. Internet (per dirla con Castells) è una sociotecnologia, e nulla vieta che anche architettura e urbanistica possano (definitivamente) esserlo.