Seleziona una pagina

Mi è parso divertente invertire il vecchio neologismo glocal in loco-glob, a indicare un fenomeno (anche in chiave imprenditoriale) che mira, seppur secondariamente, a sostituire il principio di controllo oligarchico e transnazionale con quello di ordine locale emergente.
Il loco-glob ha certamente genitori illustri, come il Transition Network, o TerraMadre. Ma sembra che abbia trovato la sua dimensione nella simultaneità grazie all’ausilio del crowdfunding (piattaforma di condivisione degli obbiettivi tra molteplici microfinanziatori a progetto). Illuminante esempio di applicazione delle potenzialità simultanee della Rete nell’intervento urbano è il fenomeno TRIBEWANTED, di Filippo Bozotti e Ben Keen. Si tratta di un progetto di crowdfunding per la creazione di villaggi sostenibili (ovvero strutturalmente basati su quel generale off-grid economico, energetico e sociale che comunità analoghe propongono).
Traggo spunto dall’articolo edito su La Stampa (cartaceo) del 31 marzo 2013, in cui Bozotti racconta che “siamo nati come una community on-line. Poi, sul modello crowdfunding, abbiamo dato vita a comunità reali”. Il giornalista E. Caporale aggiunge che ‘ogni iscritto al sito web versa 10 sterline al mese per un anno. Il credito acquisito potrà essere utilizzato come acconto per soggiornare nelle comunità sostenibili. Mille iscritti significano un nuovo villaggio’.

La home di www.tribewanted.com

L’aspetto che mi pare assolutamente interessante di Tribewanted è che dimostra come il layer dei flussi virtuali-attuali che interagiscono in Rete possa ormai giungere a prender corpo nella realtà, per ora generando comunità quasi-istantanee, che propongono un progetto di collettivizzazione partecipata della dimensione urbana, spostandone l’ambito semantico sul villaggio.

Il loco-glob si basa su un principio fondante, ovvero quello della condivisione. La sua ‘moneta di scambio’ è un mix di energia personale, volontà e giusta remunerazione, a dimostrazione che il principio universalizzante della moneta (divenuto principale meccanismo simbolico e traduttore globale di valore) sta rientrando nei propri confini naturali, dopo aver dominato alla fine del XX secolo.

La moneta aveva anche funzione di rappresentazione, laddove mostrava, con il proprio potere di acquisto e di codifica economica dei beni mondiali, la foza mercantile degli stati. In questo paradigma glocale si è mostrato con evidenza il fatto che attraverso il controllo del mercato finanziario è possibile indirizzare e forzare la rappresentazione e le prospettive future degli stati, manipolando le identità nazionali in modo sovranazionale.

Ora, dopo che i social network, hanno contribuito alla traduzione delle identità dei soggetti nei profili soggettivi e account, accogliendo non solo una nuvola di storytelling più o meno molecolare, ma anche immagini e le più svariate forme di autorappresentazione, la nuova massa mediatica (a identità multipla) è giunta ad un livello di fiducia condivisa tale da poter generare ricadute nella realtà.
E qui si dimostra come il meccanismo simbolico della moneta abbia avuto la necessità strutturale (ma taciuta) di operare un appiattimento dei principi di valore (o una loro disintegrazione) e di negare la fiducia come connettivo strutturale (preferendo, in alcuni casi, tradurla in termini di indicatori economici, come lo spread).
Ricostituire la fiducia come conditio sine qua non del legame sociale futuro è un ottimo punto di partenza per tentare l’esperimento di creare comunità in realtà aumentata, ovvero comunità nelle quali il layer reale e quello della community senza distinzione territoriale entrano in contatto, ibridandosi reciprocamente.
La rivoluzione è evidente, poiché anche l’insediamento umano (e urbano) diviene potenzialmente un device della Rete, cioè un elemento strutturale alla manifestazione fisica della Rete.
Va da sé che la città (sia essa smart o un villaggio loco-glob) verrà riletta come una unità complessa, al pari di un grande elettrodomestico dotato di funzioni e applicazioni, da sottoporre a manutenzione (se necessario) e da riparare in toto (e non per parti). La prospettiva è dunque ribaltata: la Rete impone la propria manifestazione urbana, non si attesta più ad esserne ancella e dispositivo per la semplice comunicazione.
In fin dei conti questo è un po’ l’orizzonte della I.o.T. (Internet delle Cose), realtà aumentata (dunque reale e virtuale insieme) per la quale all’utente verrà richiesto un certo investimento emotivo e conoscitivo maggiore, pena l’esclusione dai processi partecipativi (dunque, in una battuta, col rischio di essere assunti dalla propria auto come lavavetri…).