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continuo/discontinuo – diagramma di E. Lain (maggio 2014)

Siamo arrivati al 100° post di questo blog dedicato alle micronarrazioni e alle storie trasversali tra architettura, città, critica e società.

Sono convinto infatti che non esista più un ordine sistemico generale (e forse non è nemmeno mai esistito), ma che emergano, di contro, numerosi indizi interconnessi in modo debole, tramite i quali alcuni di noi possono ricostruire frammenti sistemici simultanei (ovvero con una valenza simile ad un’istantanea nel campo della rappresentazione), come se alla luce di un flash si potesse intuire qualcosa in più del mondo che ci circonda.
Un mondo in cui siamo sempre meno abitanti e sempre più users. Questa è una considerazione priva di sottintesi ideologici, certifica solo uno scollamento (diffuso e generalmente accettato) tra una cittadinanza autoreferenziata e un territorio-mondo a cui viene chiesto di fornire input specifici alle nostre esistenze (dati, informazioni, residenza, cibo, connettività, turismo).

Recentemente mi hanno chiesto di riflettere sulla smartizzazione (non sulla smart city, ma sui processi che la sottendono), e non ho potuto evitare il maelstrom di un pensiero fisso, quello del rapporto tra continuo e discontinuo.
Tutta la nostra storia (intendo tutta, sia delle scienze, che delle filosofie, ma anche quella legata ai rapporti di potere e al consolidamento dei confini nazionali) è dominata da un filo rosso che abbiamo definito modernità.
La modernità crea discontinuità.
La discontinuità permette gerarchie artificiali che si sostituiscono ai rapporti naturali tra gli elementi. Ad essere più specifici prima della modernità non esistevano elementi, ma sistemi ed ecosistemi…
Alcuni hanno ricondotto la modernità al linguaggio: da quando abbiamo iniziato a parlare, scrivere e descrivere il mondo abbiamo iniziato a ridurlo ad elementi. Attraverso la scala abbiamo codificato sempre di più il micro e il macro. Questo in sé non è stato negativo, ci ha permesso di costruire strumenti e di replicare processi.
Gli insediamenti umani nascono con un profondo senso archetipico di questa discontinuità. La condizione urbana, fin dalle sue origini, è dunque discontinua. Per molto tempo si considerò questa condizione in modo oppositivo  (la città era opposta alla campagna, come l’artificiale era opposto al naturale).
Allo stesso modo anche i rapporti di potere e territoriali (tra città, prima, e tra stati nazionali, poi) si codificarono secondo opposizione: la geopolitica ha mostrato come ogni identità nazionale sia fondata in opposizione ad un altro, che spesso è pure nemico.

Il controllo dei rapporti oppositivi è divenuto poi un mercato prolifico, oligarchico, assai specifico. Al punto che i sistemi di controllo sono divenuti molto più importanti degli elementi territoriali da sottoporre a controllo.
Il meccanismo che regola l’emergere dei sistemi di controllo globali si potrebbe genericamente definire come deterritorializzazione. In essa Deleuze vedeva la possibilità (per quella che definiva macchina da guerra nomade) di assumere il controllo della discontinuità. Ma Deleuze non aveva ancora assistito allo sviluppo e al radicamento della globalizzazione, reputava pertanto che la fissità del sistema derivasse da un sistema di poteri territoriali (gli stati nazionali).
Oggi, al contrario, i regimi linguistici deleuziani si sono moltiplicati esponenzialmente, si sono addirittura nidificati e hanno superato i vecchi confini nazionali.
Oggi le logiche oppositive non riguardano pertanto gli stati nazionali, le città o le economie. Non esistono schieramenti individuabili, i rapporti di forza sono fluidi, e così le alleanze. In uno scontro globale non è più possibile ricondurre le dinamiche alla semplice opposizione. Occorre pertanto alzare lo sguardo al livello superiore: la discontinuità moderna è definitivamente tramontata come prassi diffusa; le emergenze dimostrano come ad essa si cerca di sostituire la prassi della continuità.

Il mio diagramma tenta di raccontare questo rapporto di conflittualità debole tra la discontinuità delle città (e degli stati-nazione) e la continuità dei territori. Nel mezzo l’architettura continua a colmare vuoti sistemici, riferendosi ad un sistema di continuità fittizia, ovvero il sistema globale.
Ora, rispondendo alla domanda in cosa consiste la smartizzazione?, potremmo affermare che essa raccoglie e sistematizza localmente le prassi che conducono a ridurre i gradi di discontinuità dell’urbanità, con una tendenza sistemica alla continuità e una tendenza scalare di tipo territoriale.
Non tutte le prassi sono utili o efficienti.
Non tutte le città presentano la medesima discontinuità.
Molto dipende dalla codifica del modello di transito (discontinuo->continuo).

L’Herald Press fornisce un link ad una ripresa del cantiere dei Google Barges (http://www.pressherald.com/news/Barges_bear_high-tech_clues_about_mystery_structures_.html)

Nel frattempo accade che circolino rumors attorno ai Google Stores dedicati alla prossima vendita di Google Glasses. Quotidiani locali e stranieri mostrano grandi chiatte su cui stanno sorgendo edifici-prototipo realizzati con container (dunque blindati alle frequenze elettromagnetiche). Alcuni sostengono che questi edifici-isola saranno dedicati alla vendita dei glasses offrendo la garanzia di un’esperienza di realtà aumentata che non sarebbe possibile in luoghi territoriali. Altri (più paranoici) sostengono che siano in realtà dei caveau galleggianti per dati. Bruce Sterling (nel suo vecchio Isole nella Rete) li chiamava covi-dati, in cui pirati-di-dati depositavano il frutto delle loro intrusioni nelle banche-dati planetarie.
Ma si tratta ovviamente solo di rumors….

Sta di fatto, per noi sistemisti del simultaneo, che il mantenimento della discontinuità è divenuto meccanismo stesso di pianificazione: si realizzano isole artificiali e semoventi in un triplo salto mortale idealtipico, che unisce la fantascienza, il virtuale e il reale, da Atlantide, passando per il Nautilus, l’isola di Morel, la vecchia portaerei di R. Hubbard, il più recente Snow Crash e il recentissimo Lost.

Il potere economico sta forzando la mano, realizzando sogni futuribili (dalle megacittà cinesi ai paradisi artificiali nei deserti medio orientali) che indeboliranno sempre più l’immaginario e la nostra capacità di progettare il futuro.
E questa privatizzazione dell’immaginario collettivo dimostra che davvero siamo anni luce oltre la modernità. Siamo di fatto senza paradigmi ideal-tipici (come capitalismo, marxismo, fordismo, evoluzionismo, ecc…) e forse proprio nel momento in cui ne abbiamo più urgentemente bisogno….