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Il 9 maggio si è tenuta la conferenza dell’architetto paesaggista Joao Nunes al San Gaetano di Padova. Persona splendida, disponibile e capace, dotata di straordinaria forza comunicativa, Nunes ha raccontato la sua poetica progettuale nei confronti del paesaggio, descrivendolo come l’immagine di un processo continuativo piuttosto che come veduta prospettica dal carattere rinascimentale.

In questo senso è ragionevole parlare di persistenza del paesaggio, laddove essa indica il risultato continuativo di un processo (o di un insieme di processi) di fondo, in corso o compiuto. La parola chiave è processo, comune alle riflessioni sulla smart city come modello di città futura: esso descrive l’insieme delle modalità per cui le variabili e le forze in gioco interagiscono tra loro determinando, senza soluzione di continuità, risultati tangibili, concreti. C’è dunque nella persistenza una tensione pragmatica verso la realizzazione delle idee progettuali attraverso un’attenzione rinnovata alla corporeità (dimenticata dai flussi intangibili dell’informazione e della virtualità che sembrano governare e rappresentare in modo completo il mondo).
La persistenza è differente dalla pura esistenza, poiché sottolinea l’atto piuttosto che la potenza, la realizzazione di un principio piuttosto che il principio assoluto. E per Nunes, paesaggista appassionato, la persistenza raccoglie l’efficacia dei propri progetti, la loro capacità di ridisegnare non tanto la forma di un luogo quanto il suo utilizzo, la sua disponibilità a fungere da articolazione tra le differenti temporalità che lo attraversano (il quotidiano, l’universale, il ciclico, il tempo narrativo, l’istantaneo).
In questo senso Nunes propone il vuoto come possibilità, poiché nel paesaggio si recupera il senso dell’orizzonte (temporale e spaziale) e la centralità di un punto di vista interno, nel quale la fisicità e la corporeità hanno la possibilità di sublimare poeticamente nella partecipazione alla città. I parchi dovrebbero servire a questo, a ritrovare una distanza critica (ma partecipativa) dalla città, senza per questo doverla negare. E il paesaggio (che accoglie ed unisce il dato naturale e quello antropico) dovrebbe mostrare questa possibilità.
La persistenza, infine, propone, a mio avviso, un tipo di archeologia poetica, mirata a recuperare (per proporne un’attualizzazione) le tracce del passato per condurle al presente senza doverle circoscrivere in una cornice edulcorata e museale.
Un progetto recentemente proposto da Herzog&De Meuron per la Serpentine Gallery di Londra mostra un atteggiamento progettuale votato a fare della persistenza un principio compositivo e critico (dunque con un potenziale ridotto rispetto a quanto finora descritto), traducendo le tracce nascoste dei padiglioni effimeri proposti annualmente nel parco londinese in diagramma compositivo. Il progetto di H&DeM dunque è pura trasposizione costruita di una sovrapposizione (casuale ma reale) delle piante dimenticate dei precedenti padiglioni, uno scarto concettuale che fa della negazione dell’effimero l’unico atto compositivo. Ancora una volta gli architetti svizzeri hanno adottato strategie artistiche all’architettura, mostrando in questo pensiero laterale le forze e le debolezze di entrambe. Riporto qui di seguito alcune immagini pubblicate nel blog atcasa curato dal Corriere.

Herzog&De Meuron, progetto per il nuovo padiglione alla Serpentine Gallery di Londra
Herzog&De Meuron, progetto per il nuovo padiglione alla Serpentine Gallery di Londra 

Herzog&De Meuron, progetto per il nuovo padiglione alla Serpentine Gallery di Londra  (render)