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Mi accade sempre più spesso di attraversare città sconosciute (ovvero quelle in cui il mio sguardo diviene intenzionale, perché non vi si sovrappone alcuna abitudine visiva, come accade nei luoghi che frequento abitualmente) e di soffermarmi sugli anfratti, sui tentativi, sulle fratture e su quelle discontinuità che dimostrano come l’urbanità sia tutt’altro che disponibile a essere messa in forma secondo un’unità di visioni, intenti e strategie.
La città, insomma, somiglia di più ad un raccordo di differenze, che a volte entrano in interferenza reciproca e altre sfiorano l’unità. L’interazione dell’umano con la città (nello spazio e nel tempo, ma non solo) è ciò che definisco come urbanità. Non si tratta dunque di una stratificazione armonizzata dal tempo, ma di una sovrapposizione di tracce lasciate dall’abitare, in tutte le sue forme (transiti, residenze, turismi, pianificazioni). Come accade ad alcuni predatori, anche il nostro sguardo intenzionale è parzialmente cieco di fronte a ciò che reputiamo di scarso interesse o inutile. Così i progettisti e i pianificatori hanno spesso frainteso l’urbanità, ritenendo che potesse essere letta senza tenere in grande considerazione il differenziale umano.
Eppure la complessità (di cui l’urbanità, prima della Rete, è forse la prima e più grande realizzazione) insegna che il difetto predittivo degli algoritmi non risiede nella realtà a cui si applicano, ma nell’algoritmo stesso.
Ecco, noi spesso ce ne siamo dimenticati, tutto qui.

In più: l’urbanità (che è un caso particolare di territorializzazione) spesso mostra i denti e gli artigli. E fenomeni ignorati dalle previsioni algoritmiche emergono (sempre più spesso?) con forza dirompente. Scrive Harvey che ” l’urbano funziona come luogo centrale di azione politica e di rivolta”.

I segnali di rivolta vanno letti con accuratezza, poiché la cultura rimescola continuamente i livelli dell’interazione tra gli attori dell’urbanità. Per cui accade che si intreccino insieme street art, riattivazione di edifici dismessi, orti urbani, scioperi e festival cittadini. E andrebbero letti come emissioni in codice, come messaggi cifrati ben specifici, che, oltre a rimanere parzialmente inascoltati, risultano pure incomprensibili.

Perché nella generale uniformità di linguaggio di una vecchia urbanità (codificata, fissa, amministrativamente affine alle logiche del mercato degli immobili) si è forse persa la capacità di imparare (nuovamente) ad ascoltare le rapidissime contaminazioni che i linguaggi urbani subiscono e generano nella morfogenesi territoriale delle città contemporanee. In parole semplici: l’urbanità simultanea (in cui ci troviamo) parla e pensa in modo istantaneo, intuitivo, e la lentezza dei paradigmi ‘immobili’ (che ritengono i cittadini come puri fruitori delle funzioni urbane) entra sempre più frequentemente in un ‘fuori sincrono’, alla stregua del vecchio Enrico Ghezzi.

Per tali ragioni (e anche per altre, ci mancherebbe!) la narrazione urbana sta acquisendo sempre maggior peso anche tra le strategie di marketing urbano. La città da contemplare in modo silente, all’alba o al tramonto (e dunque al di fuori della quotidianità), cristallizzata e senza cittadini rischia l’afonia nel chiacchiericcio della simultaneità. Ma la soluzione di questa incomunicabilità latente non è certo nel solipsismo del monologo, quanto in una rinnovata capacità di ascolto della totalità dell’urbano.

E ancora: la città sembra essere quell’insieme di luoghi in cui si fanno ‘affari’. In cui l’impresa e la creatività si stanno annusando da tempo, e in alcuni casi addirittura coincidono. Riuscirà la straordinaria vivacità nel mondo delle start-up a tradursi in un paradigma solido? L’establishment (politico ed economico) sta già cannibalizzando il fenomeno, e le major si sono travestite da mecenati new-age. Scrive ancora Harvey: “il dilemma tra la deriva verso una pura commercializzazione che finisca per azzerare i segni distintivi su cui si fondano le rendite di monopolio e la costruzione di segni di distinzione tanto specifici da risultare difficilmente commerciabili resta aperto. (…) Se il capitale non intende arrivare alla totale distruzione dell’unicità che è alla base dell’appropriazione di rendite di monopolio, allora deve sostenere una certa differenziazione e acconsentire a forme di sviluppo culturale divergenti e in una qualche misura incontrollabili”. E l’architettura come entra in questo latente conflitto socio-economico? Potrà servire a corroborare le strategie bottom-up costruendo ripari, adottando progettualmente best-practice, in modo che anche l’amministratore più disattento e ignorante capisca che cosa potrà aiutare il territorio nel medio-lungo periodo?

Quando il problema era l’eccesso di diffusione del costruito (nei primi decenni del secondo dopoguerra), la città venne intesa come una pianta che cresceva in fretta su un territorio estremamente fertile: occorreva rafforzare culturalmente le radici urbane. Ecco allora che la risposta più immediata (in quell’emergenza ipertrofica) fu la costruzione della mitologia del monumento. Anch’essa fu una strategia discorsiva, evidente, affettivamente inclusiva, tuttavia artificiosa. Il mito divenne ben presso letteratura pop, e il monumentale si riprodusse per talea nelle periferie: ecco che la crescita urbana poteva continuare, indisturbata.

Ma nel momento in cui le città persero (dal 2007 in poi, più o meno) il loro rapporto privilegiato con lo sviluppo economico, abbiamo assistito ad un moto centripeto, implosivo, dell’urbanità. Cosa accadrà, quindi, ai monumenti? In molte città hanno già iniziato a demolirli, per fare spazio da rendere disponibile alla gentrification. Dunque ecco gli opposti: da un lato chi vuole ideologicamente cristallizzare l’urbanità nella morfologia urbana, dall’altro chi seduce i cittadini per spingerli ad essere ancora (e solo) consumatori di territorio e di merci.
Dunque potrebbe essere interessante stare nel mezzo, lavorando su progetti semplici e chiari (fortunatamente il mio amico E.J. Pilia me lo ricorda con consuetudine clinica). E si ricominci a raccontare il valore dell’urbanità tutta, a ricostruirne la mitologia, a rinvigorire la necessità urbana dell’ esistenza di monumenti e cittadini. C’è molto lavoro da fare, a quanto pare!
(PS: ringrazio le RSU di Bologna per il recente sciopero dei mezzi pubblici, altrimenti non avrei scattato queste foto!)