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Da qualche anno subisco una certa attrazione da parte delle pubblicazioni che in questi ultimi tempi si sono occupate degli spazi pubblici e delle persone che li usano in modo attivo e progettuale.
Il primo di questi testi è un libro di cui ho già parlato, ovvero Urban Code, su SoHo.
Altro testo di cui credo di aver già riferito è Street Fight, di Janette Sadik-Khan, assessore alla mobilità sotto Bloomberg, sempre a New York.

Le due novità editoriali sono edizioni più particolari e con una distribuzione più limitata, per quanto di ottima fattura editoriale e dai contenuti preziosissimi: il primo è Re-Act – tools for urban Re-Activation (edito da Deleyva e New Generation, a guida degli ottimi Emmanuele J. Pilia e Giampiero Venturini), il secondo è Civic Practices, una raccolta di migliori pratiche emergenti nelle periferie globali dal network CivicWise (ideato da un altro italiano, l’instancabile Domenico Di Siena, già attivo con lo studio madrileno Ecosistema Urbano nel progetto Dreamhamar, di cui ho scritto un breve testo qui).
L’idea di spazio pubblico che emerge da questi testi è intrigante, poiché è strettamente legata alle strategie (vecchie e nuove) di insediamento su territori urbani, intesi come frammenti in disuso di un palinsesto urbano che vorremmo considerare come compatto e funzionante, spesso contro ogni evidenza.
Un altro libro, più datato (1992) e molto più teorico, Il perturbante dell’architettura, di Anthony Vidler aveva già approfondito la condizione borghese e moderna di generale sradicamento e inadeguatezza rispetto alla città del XIX e XX secolo. Secondo Vidler la borghesia urbana non può uscire da questa condizione, essendo in certa misura tutta la modernità la storia di uno sradicamento funzionale al dominio. Peccato che il libro di Vidler abbia avuto meno fama del suo contemporaneo Nonluoghi di Augèe, avremmo forse sviluppato strumenti di valutazione dei residui urbani un po’ più raffinati e specifici, senza abbandonarci a giudizi (e pregiudizi) di scarso interesse progettuale.
Ecco allora che, sostenendo pratiche di ri-colonizzazione dello spazio urbano, rivolte alla ricostruzione di un senso dell’abitare, potremmo forse sovvertire quel senso perturbante di non appartenenza e sradicamento. E’ possibile? Come possiamo procedere?
Il primo ostacolo è probabilmente il tipo di lettura che diamo allo spazio urbano, sia pubblico che privato ad uso pubblico. Solitamente lo consideriamo come una risultante, ovvero quanto resta dopo che i recinti hanno privato il territorio urbano di spazio. Gli spazi privati hanno così acquisito valore, essendo disponibili agli scambi commerciali, mentre gli spazi pubblici sono diventati via via invisibili, come un fondale memoriale e/o funzionale all’insediamento umano, garantendo un sostrato ai servizi pubblici, al verde, alla mobilità.
Ma la caratteristica più caratterizzante lo spazio pubblico, e spesso decostruita da decenni di zonizzazioni funzionali e lacune grossolane nelle strategie di pianificazione urbana, è la sua dimensione politica. Per noi questo significa sinteticamente che è nello spazio pubblico che può esprimersi il massimo della dimensione progettuale urbana, collettivando prassi amministrative, tecniche, civili. Lo spazio privato non è disponibile a tutto questo, esso è vincolato progettualmente al solo mercato e ai suoi attori, mentre lo spazio pubblico (adeguatamente inteso) è potenzialmente reattivo ad un collettivo più ampio.
Inoltre lo spazio pubblico è quello in cui la città, più o meno consapevolmente, esprime le sue migliori strategie, adotta le sue migliori tecnologie: lo spazio pubblico è una macchina complessa, e questa affermazione è tutt’altro che metaforica!
Uno degli spazi pubblici più conosciuti e appartenenti all’immaginario collettivo planetario, Central Park, è un compendio di tecnologie impiantistiche, mirate a garantire il funzionamento di quell’ecosistema artificiale nel centro di Manhattan. Come ci ricorda Jannette Sadik-Khan “Frederick Law Olmsted vide Central Park come un luogo in cui le persone di ogni livello sociale potevano incontrarsi come eguali. Un secolo e mezzo dopo, quell’idea è ancora rilevante”.
Ma anche in esempi più recenti, come il parco urbano Superkilen a Copenaghen, il Millennium Park a Chicago o il Metropol Parasol a Siviglia, sono compendi di sperimentazione tecnologica e tipologica.
Per questo le selezioni di migliori pratiche proposte in Re-Act e Civic Practices acquistano un significato specifico: lo spazio pubblico è il luogo in cui, oggi, è attuabile la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione dell’innovazione urbana. Infatti ogni innovazione dello spazio pubblico non può sottrarsi dall’obbligo di alimentare, oltre al dato estetico del realizzato, anche un apparato cognitivo sussidiario in grado di innescare processi di alfabetizzazione e apprendimento presso i principali portatori di interesse (opinion leaders e policy makers), attori determinanti per ogni trasformazione urbana di medie dimensioni.
In altre parole lo spazio pubblico è il luogo in cui avviene uno scambio tra proposte progettuali e costruzione di politiche urbane, grazie alle quali è possibile attuare una prima codifica dei nuovi valori d’uso urbani, seguita poi dal consolidamento e dalla diffusione al di fuori della città degli esiti della sperimentazione.