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Per gli appassionati del rapporto tra la creazione e il pensiero il libro Milleplateaux (G. Deleuze e F. Guattari) rappresenta una lettura difficile ma entusiasmante. Credo abbia quasi 30 anni, ma per molti versi è attualissimo, soprattutto nel descrivere il lavoro del filosofo come quello di investigatore: la ragione delle cose va ricercata e indagata nelle cose stesse, non in preconcetti assolutistici.
Il tema generale del libro è la descrizione di una teoria (frammentaria) del molteplice, riflessioni che tengono conto delle numerose rotture (di differenti gradi di intensità, dalla disarticolazione alla frattura) avvenute nelle ideologie e nell’idea di mondo (come insieme ordinato) tra gli anni ’60 e gli anni ’70. In quegli stessi anni l’architettura e il design (prima ancora, forse, della letteratura e del cinema) subivano accelerazioni e distorsioni (e le prime contaminazioni) che perdurano ancora oggi.

Nell’introdurre il monumentale Milleplateaux G. Deleuze e F. Guattari mettevano in chiaro che il loro concetto di molteplice era da intendersi come (n-1), ovvero il tutto tranne l’unità. La sfida era mettere in campo un’indagine filosofica che prendesse l’abbrivio dalle frammentazioni e rotture del maggio del ’68 (parigino) per determinare un orizzonte più ampio in termini di riarticolazioni (vecchie e nuove) sul tema dei significati del mondo. D. e G. sono stati etichettati post-strutturalisti per questa ragione: tanto quanto (prima di loro) lo Strutturalismo aveva inteso operare come un sistema formale e logico completo (per il quale ogni cosa del mondo, reale o virtuale che fosse, poteva essere detta e descritta dal linguaggio), così per loro il mondo (e il molteplice che deriva dalle sue continue spinte centrifughe) era molto di più dei linguaggi che tendevano a imporre prigioni di significato (sulle cose e sugli uomini).
Ora, dopo più di quarant’anni e dopo la lunga stagione del popolarissimo remix della postmodernità (una versione ludica e piatta del molteplice auspicato e promosso da D. e G.), ci ritroviamo (per ragioni non filosofiche, ma con un’infarinatura di ideologia di ritorno) di fronte al tema dell’unità: il mondo è 1, noi dovremo essere 1, la natura deve essere riconnessa all’artificiale. Lo stiamo imparando dagli effetti della globalizzazione, dai default incrociati e dalle urgenze sottolineate dalla green economy.
Il tema emergente non sembra però essere legato né all’economia né alla politica, ma ancora una volta alla filosofia e (parola difficile) alla teleologia (ovvero alla capacità di immaginare progetti per il futuro). Infatti l’unico paradigma che per secoli è risultato vincente (in termini di costi/benefici, semplicità/efficacia, versatilità e durata) è quello della modernità (è sembrato pertanto accettabile parlare di post-moderno, poiché non è ancora stato definito un nuovo paradigma).
La modernità ha un paradigma semplice: divide et impera. Il soggetto impera sugli oggetti (e sul mondo) grazie alla tecnica, che funge al contempo da medium e da strumento di controllo: il soggetto controlla il mondo perché non se ne sente parte, e la natura è a disposizione dell’azione del soggetto. Per questo l’economia di matrice capitalistica (egemone nel pianeta) ha avuto buon gioco.
Oggi però le premesse per l’applicazione del paradigma moderno sono traballanti: il soggetto non è più identificabile, la natura si è rivelata fragile, non è possibile rintracciare connessioni lineari tra gli effetti e le cause. In altri termini quella separatezza tra il soggetto e l’oggetto che era la premessa di tutta la modernità è divenuta labile. Non esiste un altrove dove il soggetto sia separato dall’oggetto. E spesso il soggetto diviene a sua volta oggetto. La sostenibilità estesa (non quella particolare per la quale il goal è costruire un edificio che consumi meno di 15w/mq anno) sottolinea questa impellente interconnessione tra i soggetti (dunque non più soggetto astratto, ma soggetti reali, abitanti sul pianeta), e pone basi filosofiche e culturali non lineari ma cicliche: non è più possibile percorrere una strada su un bolide verso il futuro, è necessario fermarsi, interconnettersi e immaginare un futuro possibile. I soggetti e gli oggetti convivono, si scambiano ruoli e informazioni, l’orizzontalità comincia a contare più della verticalità, e l’opinione pubblica guadagna sempre più peso rispetto ai nuclei di potere politico ed economico. Il rischio di questa situazione è che non si riesca a reinventare una governance del territorio (che dovrebbe invece essere dotata di plug-in più efficienti e capillari) in grado di fungere da condensatore (anche culturale) delle spinte emergenti a diverse scale (intraurbana, locale, territoriale, nazionale e globale), ma la sfida è ancora in corso.