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L’immagine che mi son fatto dell’architetto del futuro (quello non invischiato nei recessi di uno studio planetario) è simile al protagonista silente della vecchia serie televisiva Kung Fu, trasmessa dal 1972 al 1975. A quella figura polverosa, ascetica e illuminata, ho poi associato quella del “cacciatore di meteoriti” dell’episodio Jamming With Edward dell’anime Cowboy BeBop, della fine dei ’90: su una superficie terrestre ormai abbandonata (perché tossica e perennemente esposta a impatti con meteoriti) un geografo a bordo di un impolverato fuoristrada attraversa, nomade, il nostro vecchio pianeta per georeferenziare gli impatti e mappare un territorio planetario in continuo mutamento.
Immagini senza città, dunque.
Architetto come pioniere, senza riparo e senza strumenti teorici apodittici, uno straordinario mix tra evangelizzatore e risolutore, votato alla sopravvivenza propria e altrui.
E la città è sempre lì, onnipresente nell’immaginario e nell’immaginazione. Ma viene spesso raffigurata come un residuo, una incrostazione collaterale all’antropizzazione confusa che prende sempre più piede in un mondo che, prima di poter immaginare un progetto per il futuro, trova impossibile addirittura comprendere il fatto che le attività umane (legali e illegali) si fanno sempre più rapide, compulsive, fuori standard.
La città contemporanea assomiglia sempre più ad un rifiuto planetario, almeno nei suoi margini sfrangiati.
A tal proposito, The Guardian ha recentemente pubblicato alcuni dati riguardanti Mumbai (la città dell’ottimo architetto Charles Correa):

(…) Consider these statistics. Rubbish could be its Mount Vesuvius. Some 7,000 metric tonnes of refuse is spewed out each day. Dumping grounds are choked, yet there is no government-mandated separation or recycling.

Around 7.5 million commuters cram themselves into local trains every day and the fledgling metro and monorail are unlikely to make a perceptible difference in the near future.

There are 700,000 cars on the road and the authorities indirectly encourage private vehicle ownership by adding flyovers and expressways, instead of building or speeding up mass rapid transit systems. Private vehicle numbers have grown by 57% in the past eight years, compared with a 23% increase in public buses

 Toxic nitric oxide and nitrogen oxide levels stand at 252 microgrammes per cubic metre (mcg/m3) more than three times the safe limit of 80 mcg/m3. Protests against sound pollution fall on deaf ears.

There’s less than 0.03 acres of open space per 1,000 people. The global norm is four; London has a profligate 12.

(se volete leggere tutto l’articolo lo trovate qui)
Mumbai, secondo un censimento del 2012, ha più di 12,537,095 abitanti. Circa due milioni di essi vivono in slums, e l’accesso alla proprietà privata è proibitivo per il costo esorbitante, maggiore di un attico di Manhattan.
Qual è il limite di separazione tra l’urbanità di Mumbai e quella Europea (la terza area più urbanizzata del pianeta per densità)? La tenuta del welfare che, fino ad ora, ha assicurato un certo equilibrio tra proprietà privata e proprietà pubblica, limitando l’azione dei developers nel loro trasformare i capitali finanziari in capitali immobiliari. Dal punto di vista sociale potremmo dire che l’espressione del welfare occidentale è la garanzia di sopravvivenza di una classe media. Senza classe media nessuno stato nazionale può sopravvivere nella sua versione democratica.
Il rapporto tra habitat e welfare, in ogni città del mondo, si esprime secondo un indice grezzo, realizzandosi in città ricche e città povere. Se indagassimo a fondo cosa spinge il senso comune a vedere una città come ricca o povera, ci accorgeremmo che consideriamo la quantità e qualità degli spazi pubblici come capitale urbano, travalicandone il semplice valore immobiliare e attribuendo ad essi un valore d’uso che corrobora il comfort dell’habitat urbano. Spesso le città in cui le rendite e i redditi sono elevati in valore assoluto non realizzano habitat adeguati per i cittadini. E’ un equilibrio fragilissimo, per nulla pre-determinato.
Le strutture spaziali di Yona Friedman (proposte anche a Parigi, in occasione del concorso per il Plateau Beaubourg) si inseriscono in questa linea:
“(…) La piazza pubblica coperta (dalla basilica romana alle strutture spaziali) è il luogo per eccellenza dove ‘accadono le cose’. Il cuore della città. La città ricca non ha un cuore, perché l’abitante di questa città ha lo spazio di accoglienza (la piazza coperta, semipubblica) a casa propria. Nelle città povere, invece, la piazza pubblica coperta è importante, perché l’abitante non ha abbastanza spazio in casa per ricevere gli amici.” (L’architettura di sopravvivenza, p. 129).
schematizzazione dei primi insediamenti umani, secondo Y.Friedman

Nelle strutture spaziali proposte quasi 40 anni fa da Friedman, il rapporto tra spazio privato e spazio pubblico rimane questione irrisolta, a meno di non uscire dai canoni della proprietà intesa come valore assoluto, che contribuisce a determinare lo status del cittadino/contribuente.
Annotiamo qui una considerazione laterale: senza una revisione seria e operativa di questo principio sarà molto difficile attivare la cittadinanza in modo efficacie. Infatti la sola presenza di tool informatici per il funzionamento a rete della cittadinanza non garantisce il superamento degli ostacoli derivanti dalle rendite posizionali e di censo (che ancora determinano gerarchie e classi nel capitale umano cittadino). La revisione del concetto di proprietà è uno dei cardini basilari di democrazie europee spesso lodate per smartness e welfare, come ad esempio la Danimarca.
Lo stesso Friedman (spingendosi ai limiti della prospettiva che propone) rimanda ad una concezione di proprietà legata all’uso e non alla pura astrazione:

“(…) Per la proprietà, l’uso prevalente nel bidonvillage è simile a quello della maggior parte delle società tribali: consiste nel considerare che una cosa appartiene a chi ce l’ha in mano, o a chi la sa utilizzare; un terreno appartiene, per esempio, a chi riesce a costruirvi una recinzione intorno o a coprirlo con un tetto. (…) Ed ecco che torniamo alla legge ottomana. Anziché la proprietà del suolo, non sembra più logico concedere la proprietà del tetto (o quella dei prodotti coltivati su quel suolo)?” (ibidem, p. 104)
schematizzazione di un futuro insediamento per la città povera, secondo YF.
Nei suoi progetti per Parigi, Friedman propone la Ville Spatiale (1959), come un sistema di piloni che sostengono una copertura abitabile, al di sopra del tessuto storico urbano di Parigi. L’idea di fondo è di ottimizzare la realizzazione della copertura attraverso il suo uso come terreno artificiale aggiuntivo alla città sottostante. Lo spazio a quota zero diviene spazio pubblico coperto.
Ora, l’architettura ha sempre avuto a che fare con la linea terra e la copertura. Le riflessioni sulla facciata (che fecero sorgere per certi versi la questione della composizione in architettura, grazie ai tracciati regolatori di L.B. Alberti) sono relativamente recenti. Le facciate acquisiscono valenza determinante (nel sancire al contempo valore estetico e valore immobiliare degli edifici urbani) con la nascita dell’urbanistica come pratica economica e igienica (dalle trasformazioni urbane di Parigi con Hausmann). Da allora gli edifici furono primariamente involucri piuttosto che coperture, per lo meno nel comune sentire metropolitano.
Eppure ci sembra di scorgere, da qualche anno a questa parte, un ritorno ai vecchi temi radicals che vi abbiamo beceramente riassunto fin qui. Il più eclatante è forse il Metropol Parasol a Siviglia, dell’architetto berlinese J.Mayer H., che rimette platealmente in discussione il predominio della facciata nell’architettura pubblica. E’ sintomatico che questa riflessione provenga da un architetto di Berlino (in cui il carattere urbano delle facciate è premessa tradizionalmente fondante dell’architettura) e sia indirizzata ad una realizzazione in un paese mediterraneo.
foto di Fernando Alda (da http://www.yatzer.com/Metropol-Parasol-The-World-s-Largest-Wooden-Structure-J-MAYER-H-Architects)
Se la facciata sembra essere il grande tema della nostra contemporaneità (con o senza texture o pieghe parametrizzate) credo che anche le più recenti realizzazioni dei principali architetti mondiali stiano evidenziando una progressiva smaterializzazione dell’involucro, mettendo sempre più in evidenza il carattere tettonico dell’architettura contemporanea.
Heydar Aliyev Center, ZHA
Questa è solo una mia intuizione, ma credo che lo sgretolamento del valore immobiliare stia determinando una perdita di interesse nella composizione delle facciate urbane, trasformandole in interfacce/recinto/apparato tecnico, e sottraendole dal campo del carattere architettonico. Le facciate urbane non sono più componenti la scenografia urbana, e questo le sta per certi versi rendendo sterili nella loro capacità di interagire con lo spazio pubblico.
Tuttavia, al contempo, la copertura e il basamento (il rapporto con il terreno degli edifici) sembrano ritrovare un filo rosso che negli ultimi decenni sembrava essere stato dimenticato dall’architettura: quello del rapporto (anche compositivo) con il cielo, con la terra e con l’uomo. Ci sembra che l’architettura (o forse la sua parte più emozionale e indicibile, se ancora ne esiste una briciola) stia rielaborando la sua matrice originaria e primordiale, riflettendo nuovamente sul suo essere principalmente insediativa.
Ed ecco che ci sembra ancora più chiara l’operazione recente di Smiljan Radic alla Serpentine Gallery di Londra (ne ho parlato qui). Il vero gesto architettonico di Radic è in quei pilastri megalitici che sostengono la struttura. Il resto è orpello, in un modo che riduce la copertura a ciò che è sopra la terra e ripara chi sta sotto, violentando secoli di storia e tecniche, che dai greci hanno portato alla New National Gallery di Mies Van Der Rohe a Berlino.
Ma in quella violenza si chiude un cerchio, una rivoluzione, pronto per un nuovo inizio e per una nuova destinazione. Forse.
Noi continuiamo a mappare.