Seleziona una pagina

Questo è un post inevitabilmente polemico. Chiarisco subito la mia posizione: i makers vanno rispettati, ascoltati e tutelati da leggi nazionali specifiche. Tutto il resto (ideologia, promesse, slogan, ottimismo artificioso) è sostanzialmente inutile, anche se ci aiuta a dormire il sonno del giusto. La rivoluzione (ovviamente pacifica, se ci sarà) nascerà anche da una consapevolezza civile, non solo da capacità innovative e creative. Oltre a fare, connettere, collaborare è necessario che il mondo dei makers abbia una sua adeguata rappresentanza politica-amministrativa. E per questo occorre imparare strategie vecchie per costruirne di nuove (e subito).

Innanzitutto dovremmo parlare di Quarta Rivoluzione industriale, non di Terza (ma l’infosfera è spesso imprecisa). Citando Wikipedia:

La rivoluzione industriale è un processo di evoluzione economica o industrializzazione della società che da sistema agricolo-artigianale-commerciale conduce ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili), il tutto favorito da una forte componente di innovazione tecnologica e accompagnato da fenomeni di crescita, sviluppo economico e profonde modificazioni socio-culturali.

Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale. La prima riguarda prevalentemente il settore tessile-metallurgico con l’introduzione della spoletta volante e della macchina a vapore nell’arco cronologico solitamente compreso tra il 1780 e il 1830. La seconda rivoluzione industriale viene fatta convenzionalmente partire dal 1870 con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Talvolta ci si riferisce agli effetti dell’introduzione massiccia dell’elettronica, delle telecomunicazioni e dell’informatica nell’industria come alla terza rivoluzione industriale, che viene fatta partire dal 1970.


Ecco il punto: la Terza Rivoluzione industriale poteva esser fatta in Italia in molte occasioni.
Le italiane Olivetti e FIAT (da oggi FIA) mostrano, con la loro storia aziendale, come la capacità di segnare nuove direzioni imprenditoriali non appartenga a soggetti di grandi dimensioni, a meno di non scendere a patti scellerati con una classe politica (quella italiana) che ha l’innata capacità di rimasticare il già detto e il già fatto per non correre alcun rischio. L’Olivetti è un caso tutto italiano di sconfitta dell’ideologia imprenditoriale, quando (qualche decennio fa) il suo consiglio di amministrazione ritenne che il personal computer non era il futuro e che il team di ‘cervelli’ che se ne stava occupando (in anticipo planetario su tutti) andava dirottato su business più ragionevoli e competitivi.

Ecco: grazie, a nome di tutti.

In una cosa non siamo secondi a nessuno: ripetiamo pedissequamente gli stessi errori.
Ritenere che l’industria automobilistica sia ancora il secondo ‘motore’ del PIL italiano (e nazionale, generalmente in cordata con l’edilizia), anche se il mercato ciclistico ha superato (come quantità) quello delle quattro ruote, significa accettare ancora le strategie di quel patto segreto che Ford e la General Motors siglarono con le amministrazioni USA per garantire la carrabilità delle metropoli americane e l’accettazione della disumanizzazione del lavoro nella catena di montaggio. Se non ne siete convinti potete guardarvi il trailer To New Horizons su Futurama (non il cartone simpsoniano, ma la fiera mondiale di New York del 1939, sponsorizzata dalla G.M.), o il noto film di Chaplin Modern Times. A chi ha visto pure Minority Report e la sua rappresentazione del futuro prossimo non sarà sfuggito come Spielberg abbia rappresentato ancora un’urbanità automobilistica, nel rispetto di questo patto di vecchia data.
Fortunatamente il noto Massimo Banzi (che lavorava in Olivetti, prima di sviluppare Arduino, il primo hardware open-source che contribuì a sdoganare i geek a livello planetario per farli diventare maker) ha rappresentato uno dei primi singulti nazionali all’indigestione di incapacità amministrativa e gestionale della nostra classe dirigente. Se non sapete chi è Banzi (e non avete mai sentito nominare Arduino) non è un problema. La rete vi dirà tutto (qui, ad esempio), ma voi dovrete capire che cosa rappresentano (unitamente a best practice nostrane che continuano a pensare che aspettare, oggi, è peggio di credere in una salvezza calata dall’alto della piramide amministrativa.
E poi Arduino e i makers possono pure garantire un discreto successo nelle chiacchiere da aperitivo, meglio senz’altro del calcio e delle macchine sportive. Anche perché i makers non si distinguono per età, sesso o credo, dunque potrebbe accadervi di scoprire che l’argomento gode pure di un interesse diffuso!
Tuttavia la diffusione e la consapevolezza del fenomeno generale non potrà garantire alla suddetta Terza Rivoluzione Industriale di affermarsi in quanto tale. E’ una condizione senz’altro necessaria, ma non è certamente sufficiente.

Cito ancora la medesima voce di Wikipedia, al paragrafo successivo:
La rivoluzione industriale comporta una profonda ed irreversibile trasformazione che parte dal sistema produttivo fino a coinvolgere il sistema economico nel suo insieme e l’intero sistema sociale. L’apparizione della fabbrica e della macchina modifica i rapporti fra gli attori produttivi. Nasce così la classe operaia che riceve, in cambio del proprio lavoro e del tempo messo a disposizione per il lavoro in fabbrica, un salario. Sorge anche il capitalista industriale,imprenditore proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione, che mira a incrementare il profitto della propria attività.
Esistono vari ordini di problemi da risolvere, e ne intuisco solo alcuni, come sempre in ordine sparso:
– le strategie che emergono dal basso (bottom-up) sono di dimostrata efficacia solo in contesti localizzati. Questo non significa che siano inefficaci in sè, ma che la loro adozione su scala più ampia deve essere sostenuta e perseguita da una classe dirigente, non è sufficiente il numero di like o di retweet ottenuti sui social network;
– la classe dirigente dimostra di avere anticorpi feroci nei confronti dell’innovazione: si chiama potere oligarchico, e solitamente paga per le campagne elettorali (e dunque si aspetta che i propri eletti mantengano lo status quo nella ripartizione di potere e quattrini). La classe dirigente resisterà anche ai collassi nazionali peggiori (ricordate chi si salva nel film 2012?);
– le precedenti rivoluzioni industriali (il telaio meccanico, il petrolio e l’elettricità, l’informatica e l’elettronica) avevano trasformato in modo prorompente gli assetti sociali, al punto che anche la classe dirigente era stata costretta a dare rappresentanza alle nuove figure sociali (operaio e imprenditore su tutti). La divisione del lavoro e la disparità sociale avevano squilibrato la società, al punto che le innovazioni sociali vennero applicate come welfare necessario per evitare che nelle città esplodesse la guerra civile;
– il peso della tecnica nelle rivoluzioni industriali è un dato essenziale: più la tecnologia è ingombrante, rumorosa, o clamorosamente sublime da entrare in una Esposizione Internazionale, tanto più sarà semplice imporre un cambiamento sociale nel nome di un progresso evidente e popolare. Il miraggio di un futuro (capace di far dimenticare tutte le inefficienze sociali che la medesima tecnologia potrebbe causare) è un’arma straordinaria nelle mani dei leader più attenti. Chissà cosa sarebbe diventato Steve Jobs se non fosse morto? Leader democratico o repubblicano?

A ben vedere la pretestuosa Terza Rivoluzione (diciamo quella del do it yourself o dei makers, o dell’apertura dei sistemi informativi, o della rete di oggetti intelligenti, o….?), se paragonata i paradigmi e alle trasformazioni che rendono identificabili le rivoluzioni precedenti, dimostra quanto segue:
– non si basa più sull’ideologia del progresso (dunque non è più moderna), semplicemente lo propone in modo pratico e fattuale (dunque in modo ideologicamente depotenziato)
– è regressiva sia socialmente che urbanisticamente, ovvero non spinge all’inurbamento o alla creazione di nuove classi sociali. Anzi sponsorizza una contaminazione tra generi, saperi, classi sociali, il che preclude alla possibilità di creare una massa politicamente critica che ponga il vecchio sistema in crisi
– è autolimitante e autoreferenziale, poiché tendenzialmente non ha la necessità di avere un appoggio concreto da parte della classe dirigente esistente per poter esistere. La classe dirigente sta infatti mostrandosi attenta a sfruttare l’efficacia e l’ottimismo della ‘cultura makers’ per rinverdire vecchie strategie con un belletto giovanilistico
– opera e si sviluppa grazie a una massa di lavoro non retribuito, perché ‘la speranza è l’ultima a morire’. Questo pone una questione sociale non di poco conto, poiché è saltata (nella prassi, per lo meno) la già fragile corrispondenza (ed equità) tra lavoro e retribuzione. Inoltre il tipo di lavoro non è ancora stato codificato (si tratta di design, di arte, di meccanica, di consulenza, o di cosa?) e non si capisce ancora esattamente quanto debba essere retribuito
– come in Matrix accade poi che i talenti (inventori, creativi, geek, autoformati, autopromossi, senza essere dunque un costo sociale) vengano mantenuti in stand-by in un clima di perenne classe emergente attraverso il controllo di incubatori (!), acceleratori d’impresa, coworking e simili, senza che la legge nazionale (o i regolamenti amministrativi locali) traccino l’equità di questo allevamento. E’ accaduta la stessa cosa con il Terzo Settore e il volontariato (che vent’anni fa rappresentava il medesimo grado di innovazione sociale degli attuali makers), per il quale si è preferito non redigere una specifica regolamentazione nazionale per non ledere il sotterraneo transito di beni e servizi (pagati dalla collettività ma spesso gestiti in modo personalistico e finalizzato a sostenere sotterraneamente, ancora, la classe politica nazionale). Il terzo settore (almeno qui in Veneto) è un pezzo importante del welfare e del mondo delle imprese sociali, ma ancora spreca molta energia per l’assenza di una normativa adeguata.
Aggiungo infine il fatto che crearsi lavoro (alla stregua di inventarsene uno) è una necessità derivante da un’incapacità del vertice della gerarchia politica e amministrativa. Non è certo una sconfitta sociale essere costretti a credere nelle proprie capacità per tentare di cambiare il proprio presente, ma il rischio è che questo si traduca in uno stand-by generazionale (al pari della laurea universitaria) che potrebbe consumare anche l’ultimo respiro del morente (l’Italia).
La marcia deve essere innestata, altrimenti la frizione si brucerà e le ruote non gireranno più.
Smettiamo di essere solo ottimisti, cominciamo ad essere anche consapevoli.
Ghiande rosse per tutti!