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Una buona critica dell’architettura ha quasi sempre la pretesa di ricostruire le regole disciplinari che dovrebbero mostrarsi attraverso l’esecuzione dell’opera. Ogni disciplina ha infatti delle proprie regole interne, che fondano la struttura stessa della disciplina. Se l’architettura fosse come la matematica, per intenderci, dovremmo poter riconoscere gli insiemi dei numeri, i loro campi di esistenza, le regole per ordinarli e poi le formule per utilizzarli. L’obbiettivo (della matematica) rimane quello di descrivere il mondo, sia in termini reali (e allora la matematica sarà di supporto alla geometria e alla fisica sperimentale) che in termini speculativi, ovvero senza alcuna finalità pratica sul breve periodo, ma estremamente utile sul medio e lungo periodo. Il lato speculativo è un analogo dell’aspetto progettuale dell’architettura, poiché mira a stimolare l’immaginazione nei confronti del mondo e alla  possibilità di una sua modifica.
L’architettura, purtroppo, non ha confini disciplinari certi, essendo, per la sua stessa natura costruttiva, estremamente sensibile alle contingenze, ovvero a quanto accade al di fuori di essa (economia, società, gusto, costruibilità), ma ha al contempo affinato e sviluppato il proprio lato speculativo/progettuale con un crescendo che l’ha svincolata dalla tradizione per veicolarla verso la novità. In altri termini l’architettura ha intrapreso, dal primo Novecento ad oggi, un percorso di avvicinamento alle prassi più flessibili e sensibili agli umori contingenti, come la moda, il design, la grafica e la fotografia.
Tuttavia l’architettura non può certo ignorare che, pur nell’incertezza dei propri confini disciplinari e pur operando spesso in modo sperimentale, il proprio genoma costruttivo le fornisce quella struttura interna che è inesorabilmente più solida di qualsiasi altra disciplina non costruttiva: un’opera di architettura, per quanto opinabile dal punto di vista compositivo ed estetico, ha l’obbligo civile di non crollare!
Possiamo così descrivere l’architettura come un mostro bifronte (mostro in quanto anomalia non naturale, intendiamoci!), che da un lato ha il volto duro del costruito e dall’altro la spensieratezza del voyeur. Tra le due facce trova luogo lo scontro continuo tra l’oggettività e la soggettività, tra la ricerca della verità e l’affermazione di un punto di vista.
Pur essendo una disciplina molto rozza l’architettura ha però di buono che spesso magnifica alcune questioni in gioco, anche distorcendole, ma certamente operando sempre in modo interpretativo sul mondo che ci circonda. E’ una disciplina arrogante, vecchia e lenta, ma a volte riesce a raggiungere vette sublimi.
Per queste ragioni una buona critica dell’architettura non può che indagare sugli strumenti dell’interpretazione, della lettura e della scrittura del mondo. Per queste ragioni la Postmodernità (che ha rimescolato tra loro interpretazione, lettura e scrittura contaminandole tra loro) ha prodotto, in architettura, esempi eclatanti di quello che stava accadendo nella cultura occidentale. Per queste ragioni, infine, il sottoscritto si sofferma spesso e volentieri sulla filosofia del linguaggio.