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da http://cepidanse.canalblog.com/

L’architettura racconta, sulla pelle planetaria, storie di un rapporto conflittuale con il potere e i suoi strumenti. Non fidatevi delle storie dell’architettura che non parlino soprattutto di sconfitte e disequilibri, di sudditanze e sconti alle ideologie di turno.

Fino a qualche anno fa da queste battaglie (spesso fratricide) sorgevano, eroicamente, opere di architettura ammaccate ma vive, pronte ad affrontare il sempre meno circoscritto circo mediatico-critico con una sola arma: la sfrontatezza della MATERIA.
Era un equilibrio dinamico, in cui c’era spazio per tutti: progettisti, critici, accademici, colti cittadini-turisti, città in cui la globalizzazione era entrata dalla porta di servizio, come un paradigma tra gli altri.
In sintesi: la produzione dell’architettura era un’arena in cui si combatteva ad armi pari, con equilibri dinamici.
Dovessi dire quale fosse la mission di questo sistema conflittuale mi spingerei fino ad affermare: il forzare l’incontro tra il senso comune e la poetica del singolo.
L’architettura era l’interfaccia tra il particolare e l’universale.

Nel 2009 un giovane (allora?) architetto, Bjarke Ingels, fondatore di Bjarke Ingels Group (o BIG, se preferite) affermò:

La storia dell’architettura è da sempre dominata da due opposte tendenze: da un lato un’avanguardia di idee folli, spesso così lontane dalla realtà da rimanere eccentriche curiosità; dall’altro, la ferrea organizzazione di studi associati che costruiscono noiosi e prevedibili blocchi squadrati di ottima qualità. L’architettura sembra schierarsi su due fronti ugualmente sterili: l’uno ingenuamente utopistico, l’altro rigidamente pragmatico. Anzichè scegliere tra l’uno e l’altro, BIG opera nella fertile intersezione tra i due: un’architettura pragmatico-utopistica che ha per obiettivo la creazione di luoghi perfetti dal punto di vista sociale, economico e ambientale.

Può risultare supponente, borioso, arrogante, ma Mr BIG aveva intuito (dalla modernissima Danimarca) che il (suo) mondo era tecnicamente già nel futuro.
Ecco, noi, dall’Italia, guardiamo alla Danimarca come la nostra utopia civile, urbana e imprenditoriale. Ma in Danimarca devono aver avuto un grosso problema civile: se già vivi in una società altamente smart, come ricostruire un orizzonte possibile per immaginare il futuro?

Ecco quindi che BIG rappresenta un nuovo tipo di avanguardia totalmente priva di finalità politiche. Il mondo, secondo BIG, va già bene così com’è. Tutti possono diventare come la Danimarca, le ricette sono disponibili per tutti, in modo universale. L’architettura può dunque occuparsi di altro, può occupare totalmente l’immaginario, senza mostrare il possibile, ma divenendo puro atto di volontà formale, in cui alle tensioni etiche si sostituisce un sostrato di invenzione pop, una narrazione puntuale e locale che si aggiunge (ininfluente) alle grandi narrazioni planetarie.
Ecco il risultato del felice ossimoro REALISMO UTOPICO. Mentre le avanguardie basa(va)no sulla rottura col passato prossimo il fondamento della propria ragione d’essere, il realismo utopico si spinge anche oltre il cinismo degli OMA (naturale padre putativo di BIG).

BIG lascia che gli opposti continuino la loro lotta idealtipica, occupando il centro dell’arena di cui parlavamo più sopra. OMA, al contrario, ha sempre gravitato attorno a quel centro, mantenendo una costante tensione critica tra le componenti dell’architettura (i quattrini, le strutture, la materia, le forme, le funzioni).
Il centro dell’arena (nella nostra metafora) è una sorta di analogo della Zona nel film Stalker: lì non esistono regole e si realizzano tutti i desideri, ma è quasi impossibile uscirne. Senza entrare in una retorica faustiana, riteniamo che quel centro rappresenti il necessario vuoto che deve essere presente in ogni opera d’architettura. E’ quella parte che lascia aperte le porte alla soggettivazione dell’opera, quella disponibilità critica all’utente comune.
OMA, dietro ai noti ‘no money, no detail’ e ‘¥€$’, nascondeva una composizione architettonica che drammatizzava gli aspetti irrisolti della globalizzazione, rasentando pure l’osceno e l’inestetico. E quando l’opera d’architettura mostrava poi un po’ di morbidezza in mezzo a tutta questa violenta concretezza, ne nasceva un sublime puntuale, che non aveva né la forza né la pretesa di diventare regola.
Cosa significa allora occupare quel centro? Scrive R. Kaplan, in merito all’ossessione dei Maya per la fine del tempo e per l’elisione dello Zero,

Quando l’analogia diventa identità – quando ‘A come B’ diventa ‘A è B’, l’immaginazione s’indurisce negli eccessi della dimostrazione fantastica, la presa sulla scatola che imprigiona i demoni si allenta, e lascia uscire l’inferno.

Quando BIG trasforma il simbolo in occasione di forma, senza passare per l’analogia, depotenzia di fatto entrambi (simbolo e forma), consumandone l’efficienza processuale e creativa nella produzione dell’icona. Un tempo gli edifici divenivano icone (la Tour Eiffel e le piramidi hanno spopolato a ovest e ad est), con BIG le icone divengono edifici. Ma non siamo certi che questa biunivocità sia così indolore per la cultura architettonica. In effetti il realismo utopico e la progettazione parametrica costituiscono molto probabilmente la trasposizione delle tensioni compositive in un un futuro che si presenta come un eterno presente.

Perché, in fondo, siamo convinti che il grande successo planetario di BIG sia lo specchio di una società globalizzata che ha incamerato le differenze e le lotte idealtipiche in un sistema di controllo planetario. Se la storia rappresenta la faccia concreta del progresso, possiamo intuire che presto avremo bisogno di trovare altre strategie per riattivare l’idea stessa di futuro. E forse ripartirà da logiche assolutamente non pragmatiche, non eco-centriche, e non tecnologiche. Dovremo imparare a commettere nuovamente errori, come i maker ci dicono già da qualche tempo…