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L’architettura è una disciplina sopravvissuta per migliaia di anni, l’urbanistica è relativamente molto più recente. Mi ricorderò a lungo di quello che considero l’ultimo ‘testamento spirituale e disciplinare’ di Bernardo Secchi, ovvero
“l’urbanistica ha forti, precise responsabilità nell’aggravarsi delle disuguaglianze. Siamo di fronte auna nuova questione urbana che è causa non secondaria della crisi che oggi attraversano le principali economie del pianeta” (Secchi, 2013). 
Le forme che la città ha avuto nel tempo sono state sempre il risultato di dinamiche complesse, spesso debitrici di organizzazione sociale, organizzazione del lavoro, applicazione di tecnologie.
Spesso accade che si preferisca riconoscere specifiche forme di organizzazione urbana (principalmente nell’ambito dell’uso e della proprietà dei suoli) piuttosto che concentrarsi sulle dinamiche interne. Nessuno ha coscientemente imposto questa dualità, probabilmente è stata una conseguenza dei flosofemi greco-classici (che hanno preferito in certa misura la separatezza tra forma e contenuto), ma anche di una generale difficoltà occidentale di fronte al pensiero dell’unità.
Eppure la città (per quanto complessa) è ancora un concetto unitario, indipendentemente dalla sua reale estensione territoriale, o morfologia insediativa o differenze funzionali interne: la pensiamo come unità. E spesso facciamo di questa unità un uso fuorviante, non riconoscendo la sua funzionalità e sussidiarietà per le analisi urbane. In altre parole pensare la città come unità permette di semplificare alcune prassi operative.
Questa sintesi (che non è solo morfologica, ma anche sociologica) è uno dei principali problemi da affrontare (e non solo dal punto di vista disciplinare): a chi spetta?

Un riedito Diritto alla città di H. Lefebvre affida questa sintesi ai soli cittadini, dubitando di ogni lettura legata a semiologie e a estetiche, poiché “spesso capita che uomini di talento credano di progredire nella conoscenza e nell’esperienza mentre in realtà restano confinati all’interno di un sistema di grafismi, di proiezioni sulla carta, di visualizzazioni”.
Ecco che, per un rinnovato sguardo sulla città, Lefebvre raccoglie alcune indicazioni critiche e operative. Eccone qui alcune:
1- “Il sistema è di moda, tanto nel pensiero quanto nelle terminologie e nel linguaggio. Ma ogni sistema tende a bloccare la riflessione, a chiudere l’orizzonte. (…) A una riflessione che tende al formalismo, si oppone un pensiero che tende all’apertura.”
2- “La città e la realtà urbana dipendono dal valore d’uso. Il valore di scambio e la generalizzazione della merce prodotta dall’industrializzazione tendono a distruggere, subordinandole a sé, la città e la realtà urbana (…)”
3- “Nella teoria, il concetto di città (di realtà urbana) si compone di fatti, di valori e immagini mutuate dalla città antica (preindustriale, precapitalista) ma in corso di trasformazione e rielaborazione. Nella pratica, il nucleo urbano (parte fondamentale dell’immagine e del concetto di città) scricchiola ma resiste (…)”
4- “Con la ‘periferizzazione’ inizia un processo di decentramento della città. Allontanato dalla città, il proletariato finirà col perdere il SENSO DELL’OPERA. Allontanato dai luoghi della produzione e costretto a muoversi dal luogo di residenza per raggiungere i centri produttivi sparsi sul territorio, il proletariato lascerà assopire nella propria coscienza la CAPACITA’ CREATIVA. La coscienza urbana scompare.”
5- “Per la ragione dialettica, i contenuti trascendono la forma e la forma dà accesso ai contenuti. Così la forma conduce ad una doppia esistenza: E’ e NON E’; è reale solo nei contenuti e tuttavia se ne libera. Ha un’esistenza mentale e un’esistenza sociale. (…) Socialmente, la forma regola innumerevoli situazioni e attività, conferendo loro una struttura, sostenendole e persino valorizzandole, in quanto implica una valutazione e produce un ‘consenso’. (…) La forma (soprattutto quella urbana) permette dunque di mostrare un contenuto, o meglio, i contenuti”.

Se la città che conosciamo (e a noi simultanea) è il risultato dell’interazione (mai armonica, sempre conflittuale) tra layer che divengono simultanei grazie al grande device urbano, allora un solo mutamento sistemico (come ad esempio l’introduzione di nuovi sistemi di mobilità driverless) è in grado di attivare nuove configurazioni morfologiche. Perché la città sta divenendo molto più reattiva di quanto noi possiamo immaginarla o descriverla.
Probabilmente il momento della lettura e quello del progetto dovranno instaurare rapporti sempre più stretti e interdipendenti (come già accade nelle prassi di ricerca azione partecipata), così come si richiede sempre più urgentemente lo sforzo immaginativo da parte dei creativi urbani, per proporre visioni in grado di generare un futuro urbano.
“Che l’immaginazione si manifesti; non la fantasia che alimenta la fuga e l’evasione, che veicola le ideologie, ma quella che si impegna nell’appropriazione (del tempo, dello spazio, della vita fisiologica, del desiderio). (…) Ogni audacia è concessa. Perché limitare le proposte alla sola morfologia dello spazio e del tempo? Non è escluso che alcune di esse riguardino lo stile di vita, il modo di vivere la città, lo sviluppo dell’urbano in relazione a tali dimensioni.” (H.L., 1970)