Seleziona una pagina

E’ stata pubblicata in questi giorni su FB una pagina dal titolo “Atlante dei possibili Santa Chiara”, dedicata ad improponibili progetti alternativi per il nuovo (e, pare, contestatissimo) ampliamento dell’Hotel Santa Chiara a Venezia.
Se non siete informati sul fatto vi serviranno non più di due minuti su Google, visto che la ‘rete’ ha trovato nel ‘cubo bianco’ (svelato in questi giorni) il target di un mix simultaneo di rivalse estetiche, di letture storiche e di fotomontaggi ironico-creativi.
A questo punto mi preme farci alcune domande, a noi che stiamo sempre a metà strada tra innovazione e contestualità, tra estetiche filosofiche e filosofie estetiche.

1. Perché il Cubo di Santa Chiara non piace? E’ in pietra come richiesto (pare) dalla Soprintendenza, è bianco come richiede il più diffuso senso estetico del modernismo pop attuale, non ha decorazione, né cornici. Al più presenta qualche simmetria di troppo, derivata probabilmente da più convenienti e redditizie distribuzioni interne (è un piccolo ampliamento, non c’era spazio da perdere). E quindi?E’ stata pubblicata in questi giorni su FB una pagina dal titolo “Atlante dei possibili Santa Chiara”, dedicata ad improponibili progetti alternativi per il nuovo (e, pare, contestatissimo) ampliamento dell’Hotel Santa Chiara a Venezia.
Se non siete informati sul fatto vi serviranno non più di due minuti su Google, visto che la ‘rete’ ha trovato nel ‘cubo bianco’ (svelato in questi giorni) il target di un mix simultaneo di rivalse estetiche, di letture storiche e di fotomontaggi ironico-creativi.
A questo punto mi preme farci alcune domande, a noi che stiamo sempre a metà strada tra innovazione e contestualità, tra estetiche filosofiche e filosofie estetiche.

2. Perché ci fa gridare allo scandalo, all’inciucio, alla ‘morte di Venezia’ e (forse) della stessa ‘venezianità’? Eppure negli ultimi trent’anni abbiamo visto tanti (troppi?) cloni tipologici, compositivi, linguistici, copie di copie di copie che adornano le città e le campagne venete: capannoni palladiani, discoteche decostruttiviste, ospedali con timpani e colonnati. Perché il Cubo di Santa Chiara riesce a superare questa coltre di esperimenti post-moderni che ci intasano la vista ogni giorno, facendoci (forse) vedere quanto può essere inviso un banale cubo bianco messo proprio ?

3. Perché alcuni sollevano ancora la questione della ‘porta della città’ e di una fantomatica ‘unità estetica’ di Piazzale Roma? Eppure, tolta l’imperitura magia dell’acqua, Piazzale Roma è già un luogo di confine, dove convivono autobus, macchine e pedoni, in cui l’autosilo è addirittura divenuto accettabile col suo rigore futurista, in cui convivono il Tribunale (nero) e il Cubo di Santa Chiara (bianco), con un ponte di grande slancio moderno purtroppo corrotto proprio dalla ‘venezianità’ (dal suo salso, dalle sue burocrazie, dalle sue difese virali nei confronti di tutto ciò che è NON-veneziano).

L’ultima domanda, che tenta di raccoglierle tutte, è: cosa è “architettura” oggi? Forse ci è sfuggito qualcosa…

 

Se per un istante riuscissimo a sospendere tutti gli ‘abbrivi’ e ‘derive’ disciplinari (o post-disciplinari o trans-disciplinari) e ci fermassimo per un istante a riflettere, l’unica risposta possibile sarebbe “non lo sappiamo”. Forse ‘non lo sappiamo più’, o forse ‘non lo sappiamo ancora’. Ma certamente, in alcuni momenti, siamo stati convinti di saperlo, e bene,

Il Cubo di Santa Chiara è un gesto estetico che finge di essere inconfutabile per il solo fatto che non esprime alcuna posizione (soffre la sindrome di Bartleby, lo scrivano di Melville, col suo I would prefer not to…). Obbedisce ai processi amministrativi che regolano la concretizzazione degli interessi economici nelle città attraverso la costruzione (di edifici o di quartieri), obbedisce ai canoni estetici imposti (dalle Soprintendenze, dalle storie dell’architettura, dai ‘trend’ estetici più diffusi), rinuncia ad essere parte attiva nelle dinamiche confuse e conflittuali che Venezia vive ed alimenta nel suo rapporto con il tempo.

Chi si ostina a cercare un “colpevole” lo fa perché il groviglio storico-estetico-amministrativo-funzionale-sociale di Venezia è da sempre più forte di tutto e tutti, e atteggiarsi a detective (o incorruttibile esteta) è più semplice che non sbrogliare il groviglio. Per questi si tratta di un “caso”, per me, invece, si tratta di un sintomo di qualcosa di più.
E poi la storia racconta di un Frank Lloyd Wright che riuscì a ‘violare’ la griglia di Manhattan ma non la sedimentazione tipologica-morfologica di Venezia; lo stesso accadde a Le Corbusier e a Koolhaas, mentre Calatrava (più del suo ponte sul Canal Grande, a un passo dal Cubo di Santa Chiara) è stato oggetto di una gogna mediatico-amministrativa che non meritava.
Diamo quindi merito agli architetti del Cubo di Santa Chiara, che hanno costruito a Venezia, come l’architetto Andrea Palladio. Onore al merito per essere usciti vivi da processi amministrativi bizantini e da cinque anni di cantiere in una delle zone più frequentate di Venezia. Non scherzo, credetemi. Il nostro è un mestiere faticoso, indipendentemente dai contatti e dalle conoscenze che si possono avere…

E allora torniamo a chiederci cosa è “architettura”? E Venezia può ancora insegnarcelo? Non parlo della sua università di architettura, ma dell’intera città: cosa può insegnarci (ancora)? A Venezia l’architettura fa la città, e viceversa. Combattono da secoli una battaglia silenziosa in nome del vessillo dell’identità veneziana, mietendo vittime tra i cittadini (in costante fuga dalla città). Eppure, per molti, Venezia è lì, chiara, compresa, palese, immobile. Una identità fatta di stucco, pietra d’Istria e mattoni, tenuta insieme da un testo storico-critico-significante che mescola continuamente il passato con il presente, rendendo (qui più che altrove) la contemplazione l’unica alternativa alla durata (che per ragioni ambientali a Venezia non sembra avere chances). La circolarità veneziana andrebbe studiata per capire perché è divenuta così inattaccabile e chiusa, perché si cercano colpevoli tra i progettisti e le loro opere, alimentando così quella sacralità estetica della città lagunare (così apparentemente cristallina e incorruttibile) che Adolf Loos riconosceva solo al monumento funebre. Credo quindi ci sia molto di più, di invisibile ma attivo, di reticolare, tutto da studiare, ma con altro atteggiamento. Non credo si possa più sollevare una questione ontologica sull’architettura: le sue ragioni d’essere non sono né solo fondamento né solo esito finale di quello che accade nelle città. L’architettura sta nel mezzo (soprattutto a Venezia), e per questo deve essere consapevole di essere parte attiva dei processi urbani. Dunque, al contempo, causa ed effetto. Non l’unica causa (o l’unico effetto), ma nemmeno oggetto assoluto, autonomo. In una detective story l’architettura sarebbe il perfetto capro espiatorio, avendo movente, opportunità e mezzi per uccidere (ogni volta) la venezianità. Anzi, ad ogni pretestuoso omicidio segue la “prova provata” che Venezia è ancora viva, come una profezia che si auto avvera: declamarne l’omicidio è l’azione più semplice per dire che il corpus veneziano era ancora vivo prima del colpo mortale. Ma siamo certi che l’architettura ‘migliore’ sia quella che si sforza di non apparire colpevole? Oppure dovremmo rileggere l’intero come una straordinaria rete di concause che spiazza da sempre le pretestuose dualità del moderno (a Venezia non ha molto senso separare natura e artificio, forma e funzione, struttura e decorazione, tecnica ed estetica, significante e significato). Sono convinto che Venezia sia uno straordinario laboratorio vivente da indagare con ulteriori strumenti metodologici, che potrebbero portare ad una nuova urbanologia. 

Ecco (alcune) ragioni per cui, immagino, il Cubo di Santa Chiara ci spinge alla reazione di rigetto (a volte scomposto, spesso luddista, a volte ironico oppure apodittico): è un’opera afona e senza volto urbano. E in questo non c’è giudizio estetico (molte delle architetture degli anni ’30 sono state al pari volutamente silenti), ma c’è l’intuizione che non basti la costruzione (e il prender corpo) per esistere a pieno titolo nel contesto urbano.
Il Cubo di Santa Chiara sembra un attore (potenziale) che, messo su un palcoscenico, ha dimenticato la battuta, perché nessuno gliel’ha scritta. E’ forse uno stratagemma (vecchio e astuto) per riuscire a sopravvivere all’inevitabile gogna veneziana? Non lo sappiamo, ma non ha, in fondo, alcuna importanza. Da quel palco continuiamo a volere uno spettacolo che non arriva, che forse nemmeno esiste. Tutto sta cambiando, anche a Venezia.