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Il tema della sostenibilità continua purtroppo a riguardare solamente soluzioni architettoniche e tecniche, senza che l’aspetto urbanistico (e soprattutto normativo) abbiano raggiunto altrettanta forza nel costituire l’immaginario del 21° secolo. Eppure, poiché la sostenibilità non sembra essere praticabile senza una differente visione del mondo condivisa dalla collettività, lo sforzo da parte della cultura progettuale mondiale dovrebbe mirare a questo obiettivo.
Era stato molto più semplice costruire tale immaginario nei decenni precedenti, quando la visione del futuro poteva essere ancora disgiunta dalla possibilità stessa dell’esistenza di un futuro. Fino a quando non si è messo in chiaro che è in gioco la possibilità stessa di vita su questo pianeta, il futuro continuava ad essere assicurato, per quanto imprevedibile.
La perdita dell’immaginario, a ben vedere, è dovuta anche alla sua polverizzazione nel transito dalla collettività alla moltitudine. Se prima l’immaginario era in qualche misura legato ad un luogo (esteso) e ad un tempo, oggi esso è diffuso e condiviso in modo esterno ai soggetti. La sua potenza in quanto ensemble di simbologie è svanita nel momento in cui si è tramutato in accumulo di visioni.
In architettura assistiamo da qualche anno a questa parte ad uno sforzo immane per costruire elaborate forme antropo-computerizzate, in cui il gigantismo e lo sforzo economico elevato minano in partenza la realizzabilità dell’intervento. Complesse arcologie intraurbane colonizzano le città come anomalie spazio-temporali garantendo, nel proprio programma funzionale, le premesse di una rinascita della collettività e del senso di urbanità.
La dimensione dei progetti proposti soprattutto in area orientale (Cina, Indonesia, Taiwan, Corea) è tale da spingerci a ritenere che essi siano rappresentazioni di una specifica strategia topica di rigenerazione economica e sociale: invece di lasciare che i luoghi vengano definiti dai loro abitanti (come vorrebbero la geografia e la sociologia urbana) si impone un nuovo paradigma inverso, ovvero creare l’abitante grazie alla creazione artificiale del simulacro di un luogo.


Torri Mangrovia, di Agung Mahaputra, Andika Priya Utama, Arief Aditya Putra, Dely Hamzah, Nidia Safiana, and Rahadi Utomo, (Indonesia)

La strategia non è certo nuova, l’avevamo vista in Olanda a cavallo tra il XX e il XXI secolo. In entrambi i casi l’occupazione del suolo e l’occupazione dell’immaginario vengono intesi come due binari legati da reciprocità.
Perché investire ricerca e capitali su tale occupazione dell’immaginario? Perché spingere l’architettura ad essere quasi irrealizzabile o realizzabile a costi impraticabili? Non abbiamo ancora superato il modus operandi dell’immaginario capitalista, a quanto pare. La crescita è vista, da sola, come garanzia di futuro. Purtroppo tale crescita è intesa come dato puramente quantitativo e non qualitativo (crescita delle relazioni umane, della cultura, delle strategie di rifunzionalizzazione dell’urbanità, ecc…).
L’immaginario collettivo, di conseguenza, non può crescere per densità ma solo per sostituzione e stratificazione.
La crescita ha nella tecnica una fedele alleata. Grazie alla tecnica l’occupazione dell’immaginario acquista un certo grado di plausibilità, giungendo in alcuni casi all’ineluttabilità. Si propongo dunque soluzioni funzionanti ma sottilmente irragionevoli per costo, praticabilità e convenienza.

M. Joachim, Treehouse

Design Crew for Architecture, torri per la desalinizzazione dell’acqua salata.


Design Crew for Architecture, torri per la desalinizzazione dell’acqua salata.

Non sosteniamo certo che tali accelerazioni siano inutili, ma lo sforzo di ricostruire un immaginario collettivo dovrebbe prender spunto da considerazioni non tecniche.

Alcuni anni fa mi sono innamorato del lavoro di Lebbeus Woods, della sua anarchitecture e delle sue ricerche rigorosamente distopiche a dimostrazione che la civiltà mondiale aveva diritto a rappresentarsi in un tipo di architettura virale, sporca, colonizzante e agonizzante, ad un passo dall’autocostruzione. L’immaginario proposto da Woods era (ed è) privo di architetti, a garanzia di un ritorno al rapporto diretto tra abitanti e città, senza un ‘clero laico’ così effimero e privo di valori (per come interpretiamo noi la visione distopica di Woods, ovviamente) da essere inadatto alla realizzazione del mondo. La forma viene vista, in Woods, come il vincolo perfetto per sedurre e ingannare gli abitanti del mondo, e per fissare e garantire il dominio dei designer sul mondo. Frammentare la forma significa ridare libertà e diritto di autorappresentazione al mondo.
Lebbeus Woods per Berlino.
E nella frammentarietà delle sue proposte si ritrova un immaginario non edulcorato, estremamente reale per un pianeta che deve primariamente confrontarsi con residui, rifiuti, scorie.
Deposito di libri scolastici a Detroit (foto di James D. Griffioen)
Il caso di Detroit, una delle città americane più depresse dalla crisi mondiale in corso, è rappresentativo delle falle nell’occupazione dell’immaginario. La rifunzionalizzazione di Detroit infatti non è possibile grazie a nuovi edifici ma solo grazie a nuove strategie. Invece di prodotti sono necessarie nuove idee

E soprattutto libertà alle micronarrazioni e microattività dei cittadini che ancora investono energie nell’impedire che Detroit divenga una città fantasma.
Una di queste strategie (solo una, tra centinaia) è il parking day, ovvero l’occupazione temporanea di un’area a parcheggio mediante l’inserimento di nuove funzioni (principalmente a micro parco pubblico controllato e recintato dal vicino traffico su gomma).

Questa strategia propone un’anomalia mirata a rinsaldare il senso dello spazio pubblico come spazio a servizio dell’abitare, determinante per ricostruire il senso di collettività nelle grandi città, spesso cannibalizzate dalle azioni del mercato immobiliare.

Questa micro-azione sottolinea in modo ludico il fatto che è fondamentale mantenere in vita non tanto la rendita immobiliare (mai come oggi sottoposta ad una tempesta inimmaginabile) quanto la fiducia del capitale umano nei confronti dell’ambiente cittadino. E non può che essere temporanea e fluida, come la società a cui si rivolge, garantendo quella libertà (pur temporanea) che può condurre ad un rinnovato senso di urbanità. Questi ed altri interventi di riparazione della città (fixing) costituiscono segnali verso i veri portatori di interesse dell’urbanità, gli abitanti e non i mercati.