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Si comprende molto dell’architettura dalle opere realizzate. Come per l’arte anche l’architettura esistente emana una propria aura significativa. Quest’aura differenzia (prima ancora delle qualità estetiche) l’architettura dalla pura costruzione edile. Nel capolavoro l’aura tende a divenire universalmente riconoscibile.

foto di Enrico Lain

Quando mi sono recato a Rotterdam nel 2002 ero ospite di giovani architetti, e tutti concordavano nel riconoscere il Padiglione di Barcellona di Mies van Der Rohe come un indiscutibile capolavoro, nonostante (allora) in Olanda si praticasse l’iconoclastia del moderno a favore dei blob che (allora) erano definiti transarchitettura e ora vengono fatti rientrare nella  categoria compositiva/costruttiva del parametricismo (a chi interessasse una sua lettura rimando al breve saggio pubblicato in un apposito post). Lo stile era indifferente (e quello del Padiglione, seppur non sia l’originale degli anni ’20 ma una quasi-copia, è estremamente rarefatto), i miei colleghi parlavano di altro: dell’esattezza, della completezza, dell’universalità…

Bene, la Kunsthall a Rotterdam di OMA/Rem Koolhaas è esattamente l’opposto di quell’ideale universale che ispirò il lavoro di Mies. Koolhaas è uno straordinario lettore dell’architettura (in generale) e dell’opera di Mies (e pure di Le Corbusier, a mio avviso), ma preferisce la giustapposizione piuttosto che la composizione, i disequilibri alla
completezza assoluta, la particolarità all’universalità.
La Kunsthall potrebbe essere definita un montaggio di rimandi alla storia dell’architettura, alle sue articolazioni nazionali, un oggetto estremamente variabile come un piano sequenza pubblicitario.La Kunsthall è un’anomalia che pubblicizza il proprio contenuto (l’arte da galleria) senza sostituirsi ad esso (come invece accade nel pur straordinario Guggenheim di Ghery a Bilbao). E’ una delle strategie possibili: il moderno si rendeva anonimo nel gioco di volumi bianchi, il postmoderno raggiunge l’anonimato attraverso il molteplice, il post-postmoderno tenta la strada del sublime. Koolhaas ha sempre avuto dalla sua parte la consapevolezza della condizione dell’architettura (e della città) nel proprio tempo (dalla fine degli anni ’70 ad oggi). E questo lo ha portato a non sottovalutare la potenzialità paradigmatica di ogni progetto: ogni sua opera aspira a fondare il proprio paradigma, ad essere autoreferenziale e critica (o specchio) della condizione storica a cui appartiene.

foto di Enrico Lain

Per queste ragioni l’aura che la Kunsthall emana non è ideale ma logica (paranoicamente logica). Il fronte principale cita la famosissima Neue National Galerie di Berlino di Mies, ma gioca postmodernamente con i pilastri misiani e con il basamento (che invece di esser pieno è in grigliato d’acciaio).

Il lato su cui si affaccia l’auditorium interno è invece un rimando a Le Corbusier e ai solai inclinati in facciata tipici dell’architettura olandese degli anni 60/70.

Il lato verso il parco è invece di carattere portoghese, mediterraneo.

 

All’interno della Kunsthall Koolhaas mostra la propria passione (e competenza) per la promenade e il rapporto tra la distribuzione e la gerarchia degli spazi. Questa molteplicità (di caratteri, di tipi, di materiali) rende la Kunsthall ferocemente umana, paradigmaticamente anti monumentale, contrariamente all’aspirazione diffusa in gran parte della postmodernità.

Un edificio da vedere, sicuramente.

foto di Enrico Lain