Si comprende molto dell’architettura dalle opere realizzate. Come per l’arte anche l’architettura esistente emana una propria aura significativa. Quest’aura differenzia (prima ancora delle qualità estetiche) l’architettura dalla pura costruzione edile. Nel capolavoro l’aura tende a divenire universalmente riconoscibile.

Quando mi sono recato a Rotterdam nel 2002 ero ospite di giovani architetti, e tutti concordavano nel riconoscere il Padiglione di Barcellona di Mies van Der Rohe come un indiscutibile capolavoro, nonostante (allora) in Olanda si praticasse l’iconoclastia del moderno a favore dei blob che (allora) erano definiti transarchitettura e ora vengono fatti rientrare nella categoria compositiva/costruttiva del parametricismo (a chi interessasse una sua lettura rimando al breve saggio pubblicato in un apposito post). Lo stile era indifferente (e quello del Padiglione, seppur non sia l’originale degli anni ’20 ma una quasi-copia, è estremamente rarefatto), i miei colleghi parlavano di altro: dell’esattezza, della completezza, dell’universalità…

Per queste ragioni l’aura che la Kunsthall emana non è ideale ma logica (paranoicamente logica). Il fronte principale cita la famosissima Neue National Galerie di Berlino di Mies, ma gioca postmodernamente con i pilastri misiani e con il basamento (che invece di esser pieno è in grigliato d’acciaio).
Il lato verso il parco è invece di carattere portoghese, mediterraneo.
All’interno della Kunsthall Koolhaas mostra la propria passione (e competenza) per la promenade e il rapporto tra la distribuzione e la gerarchia degli spazi. Questa molteplicità (di caratteri, di tipi, di materiali) rende la Kunsthall ferocemente umana, paradigmaticamente anti monumentale, contrariamente all’aspirazione diffusa in gran parte della postmodernità.
Un edificio da vedere, sicuramente.







