Seleziona una pagina

Partiamo dalla fine.
La necropoli (a detta di Mumford) sarà un anti-luogo, ovvero uno spazio privo di valori condivisibili (in cui libri e monumenti avranno perso qualsiasi significato).
Non sembra essere (oggi) una grande disgrazia per un genere umano che ha come prospettiva il collasso ecologico mondiale. Alcuni si battono per un sostegno ai valori dello status quo (che raccoglie, indifferentemente valori pubblici e valori privati), ponendo in essere una pretesa cristallizzazione anche dei processi auto-evolutivi: le prassi consolidano i valori esistenti, ma rischiano continuamente di impedire l’emergere di nuovi valori.
Altra fine, quella di Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città:

L’eccedenza di ricchezza, la produttività, la contemporanea presenza di facoltà umane così variamente assortite, tutti questi caratteri che permettono alla società di compiere progressi come quelli ricordati, sono essi stessi prodotti dell’organizzarsi di uomini in città, e specialmente in grandi città densamente popolate.
Cercare rimedio ai mali della società nei pigri ambienti rurali o tra i candidi e sani provinciali (ammesso che ve ne siano) può essere romantico, ma è un puro perditempo. C’è forse qualcuno convinto che la soluzione di uno qualsiasi dei grandi problemi che oggi (1989) ci angustano possa essere fornita, nella vita reale, da un tipo d’insediamento non differenziato?
E’ vero che le città grige e inerti hanno in sé, insieme a ben poco d’altro, i germi della propria distruzione; ma le città vive, diversificate e intense hanno in sé i germi della propria rigenerazione, insieme con energie sufficienti per affrontare anche problemi ed esigenze al di fuori del proprio ambito.

Credo sia questa compresenza la vera ragione per la quale siamo portati a considerare le città come simulacri viventi. Alla stregua di corpi biologici esse sono al contempo in balia di processi di rigenerazione e invecchiamento, con il dato certo (cosa recentissima) che purtroppo anche la loro pretesa immortalità artificiale viene essere messa in discussione. Dunque anche le città muoiono, e non accade solo per le città dei passati imperi sudamericani o mesopotamici.

Ora passiamo da LA FINE a IL FINE: qual è lo scopo che intendiamo prefiggerci, come progettisti, urban designers, sociologi urbani, amministratori, ecc…?
La nostra Costituzione ha ben sancito quanto siano da tutelare (in quanto patrimonio pubblico, nazionale e mondiale) i monumenti, per lo più raccolti all’interno dei centri urbani italiani. Sono gli stessi monumenti che hanno protetto (nonostante la diffusa crisi edile italiana) le rendite immobiliari interne ai centri storici, garanzia pubblica di beni privati. Ecco perché la gentrification (il recupero continuativo dei centri storici, con un mercato immobiliare particolarissimo) avrà sempre maggiori garanzie di stabilità economica, annullando (compravendita dopo compravendita) il principio di relazione tra capitale immobiliare e contesto proprio nei luoghi in cui la città vorrebbe avere le proprie radici civiche e sociali.
In altre parole nei centri storici troveremo sempre più capitali immobiliari e sempre meno abitazioni. Non intendo sostenere il principio ideologico del diritto all’urbanità, quanto evidenziare il fatto che il libero mercato crea monopoli, isole e recinti privati che frammentano (e rinsecchiscono) i germi della rigenerazione.
Quali sono poi gli agenti della possibile rigenerazione delle città?
Risposta banale: a mio avviso possono essere di tre categorie, ovvero 1) nuovi monopolisti, 2) classi/soggetti in cerca di un generale riscatto sociale o economico, 3) le istituzioni.
Naturalmente tra le tre categorie sono previste tutte le contaminazioni e ibridazioni possibili, ma di fatto dovranno tener conto che ogni cristallizzazione di rendita conduce inesorabilmente al conflitto o all’omologazione. In altri termini essa porta (sul medio-lungo periodo) alla scomparsa dei germi della rigenerazione. Fortunatamente per chi abbraccia la gentrification come autoregolamentazione del centro storico la città ha generalmente una vita più lunga di quella della media dei suoi abitanti. D’altro canto l’architettura (da qualche decennio) sta utilizzando però tecniche sempre meno durevoli (e spesso con canoni estetici fin troppo effimeri), il che accorcia ulteriormente la vita media delle città e tende ad allinearla a quella umana.
Dunque, se davvero ci interessa rigenerare, non possiamo considerare la strategia socio-economica della gentrification come realmente efficace (e non solo in termini economici).

Il mantenimento dello status quo ha dunque queste esternalità negative. Il centro storico (il cuore della città novecentesca) è tuttavia già dato per dimenticato nella sua rappresentazione monumentale, è fuori discussione. L’attenzione è tutta per le periferie, oggi. E questa attenzione tradisce (appunto) un paradigma ancora novecentesco: il centro storico funziona  perché storicamente consolidato (ha sempre funzionato e sempre funzionerà), se c’è un problema allora è nelle periferie!

Ma in che cosa  hanno mancato i progettisti che hanno pianificato le periferie? Erano molto più colti e preparati, c’era spazio, c’erano pensieri utopici nell’aria, c’erano molti più soldi…
La mia risposta è ancora fin troppo semplic(istica): hanno considerato la città come un disegno sincronico e i cittadini come soggetti immutabili. L’identità, la forma urbana e il monumentale si sono così accordati con gli investimenti immobiliari immaginando di poter creare valore in modo assoluto. Invece stavano creando plusvalore temporaneo, non valore strutturante e per il lungo periodo. Un abbaglio, certamente in buona fede. L’architettura poteva illudersi di passare dalla creatività alla creazione.
Ed ecco che le nostre periferie sono sorte poco resilienti (direi strutturalmente incapaci di rigenerarsi nel tempo). Sono copie paradigmatiche dei centri storici: entrambi votati al mantenimento di uno status quo. Per questo nelle periferie sono sorti altri centri, erano caselle mancanti di un disegno che parafrasava i centri storici. Straordinaria inversione confondere la fine con l’inizio: il valore dei centri storici è il risultato di un processo di centinaia di anni di mutamenti, e così anche la sua forma stabile deriva da un processo (più o meno) collettivo; imporre alle periferie la stessa stabilità morfologica come punto di partenza significò destinare interi insediamenti alla morte precoce.

La periferia è fatta di altra materia che non il centro storico. In essa il cambiamento è non solo possibile, ma dovrebbe essere paradigmatico (Clement potrebbe dire che esse fanno parte sempre più del Terzo Paesaggio, luoghi di estrema bio-diversità urbana emersa per autorganizzazione e sopravvivenza, ma anche per degenerazione delle fissità funzionali imposte dai processi di pianificazione). Quindi, in estrema sintesi, occorrerebbe scucire le periferie, più che rammendarle. Occorrerebbe sottoporle a processi di deregulation controllata (è un ossimoro, lo so!) che inneschi, come un humus, l’emergere dei germi della rigenerazione. Chiediamo alle periferie cosa vogliono essere, invece di pensarle come figlie povere di un centro storico ricco.

Il rammendo, in fondo, era la strategia di Cenerentola per andare al ballo di corte con un habitus accettabile, ma potrebbe essere riletto anche come primo caso di do it yourself creativo nella letteratura di genere. Voi come la pensate?