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Mi è venuto in mente che nel 2001 avevo scritto un piccolo pezzo cyberpunk, in omaggio alla transarchitettura e ai suoi tentativi (estremi per quanto inutili) di ricordare all’intelligenza che esiste anche l’istinto.

Quella non era stata una bella giornata. Dopo aver percorso centinaia di chilometri col nostro Be-Bop sulle autostrade malandate della Repubblica Ceca ci eravamo ritrovati in mezzo al nulla delle colline del nord, mentre pesanti mezzi per la manutenzione stradale ricoprivano di un puzzolente, ma politicamente corretto, manto di asfalto nerissimo le pieghe delle lastre di cemento di cui era ricoperta la statale. Tremavamo all’unisono con le sospensioni del nostro malandato camper, mentre mi chiedevo chi o cosa mi aveva costretto a gettarmi in quell’assurdo viaggio col mio amico Bob.

Una dimenticata melodia di Bijork accompagnava il pesante rumore di fondo del mondo che ci scorreva lentamente attorno. La sera calava da un pezzo e ormai il sole era alle nostre spalle, davanti a noi solo l’enorme ombra scatolare del mezzo a gasolio che ci conduceva sempre più in là. Avevo la particolare sensazione che tutta quella pesante e obsoleta tecnologia (le trasmissioni meccaniche, i giunti cardanici, le betoniere, i trattori nella campagna) mi stesse come infettando. Era una sensazione sgradevole, non si trattava di ibridazione ma di violenza carnale. Tetsuo, vecchio bastardo…

Avevamo fumato troppo. I nostri riflessi erano ritardati, una strana anestesia, più che torpore. I nostri occhi erano saturi di paesaggi che alternavano l’aspetto tardo romantico dei laghi al confine con l’Austria alle solitarie torri per le telecomunicazioni cellulari. Un deposito di vecchi Mig russi era stata l’unica traccia evidente di un passato rosso. Io mi sentivo sempre più infetto. Non mi era mai successo, nemmeno a Barcellona, in mezzo a puttane, spacciatori e scarafaggi. Ricordo ancora quella che aveva tentato di adescare Naho prendendolo per le palle. Eravamo ubriachi, niente da fare.

Mi girai verso Bob. Stava valutando attentamente che colonna sonora avrebbe usato per le riprese.
– Quanto mancherà ?-, chiesi.
– Una cinquantina -, disse.

Tornai a tremare aggrappato al volante del mio mezzo senza servosterzo. Bassa tecnologia. Afferrai il mio cellulare, per sentire le sue forme morbide e farmi attraversare la mano dalle microonde. Cinquanta chilometri sono troppi quando ne hai già fatti più di novecento…

Un cartello mi sveglia finalmente dal torpore. La nostra meta: Ostrava, cuore siderurgico del blocco orientale. La Santa Chiesa Metropolitana della costruzione tecnocratica del metallo pesante. Ghisa e non silicio. Produzione a tonnellate e sporcizia contro la raffinatezza e la purezza necessarie per l’infinitesimale. Avevamo partecipato ad un concorso internazionale per la città di Ostrava, immaginando pesanti distese di cemento armato sopraelevate su un terreno contaminato. Quello era il motivo per cui mi ero messo in viaggio, finalmente lo ricordavo. Anch’io ero preso dalla voluttuosità della visione. Volevo sapere quanto avevo osato, ma quello che percepivo con una straordinaria precognizione era al di là delle mie aspettative. Era il momento dell’eroismo contro il torpore del cittadino di provincia.

All’improvviso, in un avvallamento tra le colline, ecco spuntare le prime pallide luci nella penombra del tramonto. All is full of love riempiva il nostro Be-Bop, ma sarebbe stato meglio il tema di Stursky e Hutch. Metropoli.

Entrammo in città attraverso il cuore siderurgico di Vitkovice, e rimanemmo senza fiato, percorrendo una strada a quattro corsie deserta tra enormi tubazioni arrugginite sospese a una decina di metri sulle nostre teste, condotte che collegavano grandi baccelli in metallo brunito in un delirio visivo degno di Riven. Bijork ci piantò in asso proprio in quel momento e il silenzio della sera nella città industriale ci fece quasi affogare nella nostra isteria di architetti alla ricerca di terribili visioni.

Era una grande e mostruoso meccanismo immobile, innocuo e penoso quanto la fine di tutte le narrazioni della modernità. Ostrava non potrebbe essere una città. E’ profondamente sbagliata, inquinata, deserta, fuori scala, eppure è ancora una città. La sua storia è troppo pesante e ingombrante per essere dimenticata o nascosta, non esiste redenzione. Tutto quel metallo, che serviva per produrre altro metallo, macchine da guerra per l’esercito sovietico, è intriso di memoria, di idealismo, di sofferenza umana. Il vecchio heavy metal è l’ultimo grande monumento della città, le sue miniere per estrarre carbone sono le sue radici inorganiche che affondano nella terra per stuprarla senza remora. E noi, nel nostro pagano eroismo, eravamo i turisti che l’avrebbero visitata con la stessa leggerezza con cui ieri e oggi assistiamo ai bombardamenti in diretta alla CNN. Ero sinceramente fiero di questo cinismo.

– Bob -, dissi.
– Sì? –
– Siamo arrivati -. Gli sorrisi.

Mangiammo a Vitkovice, trovando non so come un localaccio di cui eravamo gli unici avventori. Era nuovamente giorno. Ci rinchiusero nella zona fumatori. Le pareti e il pavimento erano rivestiti di legno e moquette marrone, non c’erano finestre, solo una piccola luce al neon sospesa sul nostro tavolino. La signora ci accese il juke-box per farci ascoltare una Macarena in ceco e qualche altro successo anni ’80. A volte alla radio trasmettevano anche i Ricchi e Poveri e folk ceco. L’esistenzialismo ci prese e ci abbandonammo a pensieri lugubri mentre intingevamo la carne del nostro gulasch nella sua salsa rossastra troppo speziata. Non parlammo molto, ansiosi com’eravamo di uscire da lì. Ripensavo ai gasometri e alle tessiture di metallo rivettato, li immaginavo come grandi graffiti dedicati ad un perduto culto della memoria. Il metallo dura più della carne.

Avevamo fatto molte foto, mentre il potente fascino della decadenza nutriva la nostra egoità. Tutti sappiamo che esiste un limite di esistenza oltre il quale qualsiasi cosa (organica e inorganica) è destinata alla memoria o all’oblio, senza avere più alcuna utilità. E’ il limite per ogni progettualità, l’accettare le cose come sono. Stavo male perché lì non era possibile nessun futuro, nessun progetto, non per i miei occhi, a meno di non accettare straordinarie visioni degne di un architetto cieco, dedito solo alla propria immaginazione assoluta, non corrotta dallo sguardo.

Lebbeus Woods aveva fatto la sua scelta vedendo le macerie della guerra, immaginando zone interstiziali in cui la forma non regola più alcunchè. Ripensai anche a quel racconto di Sterling, The shores of Bohemia, in cui invece è proprio l’enorme forma di una cupola (l’enantiodromo) a mantenere un briciolo di umanità nella solitaria cittadina di Paysage, isolata in un mondo in cui la natura e le nanotecnologie si sono fuse in un unico sistema evolutivo, quello convenzionale.

La forma, mi ripeto, è sempre portatrice di memoria.
Ricordatelo.

Alla fine di quella giornata uggiosa ci ritrovammo nel Be-Bop, infreddoliti, mentre il parcheggio deserto veniva spazzato da un violento acquazzone. Ci preparammo un tè, ascoltando sempre la cara vecchia radio ceca. Country muzik. L’indomani saremmo ripartiti. Ripensavo a Veronica, con cui avevo scambiato due chiacchiere di fronte alla Town Hall di Ostrava. Piccola, mora, dai lunghi capelli ricci. Bob mi lasciava fantasticare mentre verificava il materiale che avevamo raccolto.
Posai la tazza sul piccolo tavolo
– Allora – chiesi, – come è andata ?-.
Bob fece una delle sue pause ponderate.
– Non male, direi. Abbiamo delle buone foto, credo.
– Bene. Tutto questo metallo mi sta ossessionando.
– Perché? Non ti affascina?
Fissai dentro la tazza il tè fumante, liquido, senza forma. Ripensai al padiglione dell’acqua dei NOX e di Kaas Oosterhuis, fluido e cristallo che si fronteggiavano a testimoniare la dimensione del divenire nel cambiamento di stato. Emergenze dei sistemi adattativi, dei fluidi.
– Preferisco immaginarmi pareti di metallo fluido a memoria di forma, qualcosa che possa anche cambiare nel tempo senza doverlo necessariamente scandire con la propria decadenza.
Bob mi fissò. Eravamo stanchi di Ostrava. Ma sapevamo dove saremmo andati l’indomani.
– Vienna, allora? – fece.
– Andiamo alla Gasometer City? – chiesi io.
– Anche sì.

E il tempo riprese magicamente a fluire.