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Mi sono convinto, da un paio d’anni a questa parte, che la città sia il luogo privilegiato dell’insorgere di micronarrazioni. In alcuni casi la micronarrazione diviene pure l’unità di intervento minimo per un’azione urbanistica a costo zero, o quasi. Noi non percepiamo usualmente queste micronarrazioni, più che altro per il loro intrinseco carattere effimero, tuttavia, nel rapporto costo/beneficio, si misura la loro efficacia. Servono esempi di cosa intendo, a questo punto: penso al renewal bottom up che è in atto a Detroit (che la crisi economica ha letteralmente svuotato), penso agli interventi di fixing da parte di studi d’architettura come City Repair (che non propongono grandi metanarrazioni nascoste sotto l’egida della sostenibilità ambientale, ma interventi che mescolano arte e sociologia sotto la grande coperta dell’architettura), penso pure al parcour come modo fisico di leggere la città calata dall’alto… Le micronarrazioni costituiscono il principio basilare di interventi più cospicui, come la creazione di cultural quarters legati alle università o ai musei, pezzi di città rinnovata in cui il costo degli alloggi (o il loro affitto) è convenzionato (dunque più conveniente) per favorire l’ingresso di nuovo capitale umano (solitamente giovane) sia stabile che in transito. In questo senso la città va intesa come sistema in grado di ri-generare senso al proprio interno, sempre che l’attenzione si sposti dal mercato immobiliare alle potenzialità umane dei residenti.