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Ho visto di recente alcune proposte del gruppo abacO, interessante ensemble di giovani architetti (A. Braggion, A. Carabini, A. Barollo, L. Comerlati e L. Miotti) con sede a Parigi. Ho incontrato alcuni di loro di persona, scambiando idee ed energie, e il loro tratto emergente è senz’altro un atteggiamento pro-positivo nei confronti del futuro. La contemporanea condivisione di idee secondo un mirato potenziamento dell’open source e delle iniziative a supporto delle proposte emergenti (start-up, concorsi di idee, ecc…) misura, in Rete, la ricchezza delle visioni in attesa dell’execution. In altri termini la tecnologia è tornata a sostenere (come negli anni Sessanta) la possibilità dell’immaginario, superando l’empasse in cui, per certi versi, la postmodernità aveva recluso il pensiero creativo.
Non è un caso che il gruppo abacO nasca all’interno di VOD, un contenitore-ombrello voluto dal prof. Giuseppe Longhi (dello IUAV di Venezia), il cui acronimo deriva da Value Of Difference. Se la postmodernità aveva di fatto appiattito ogni possibile differenziazione nel ricircolo dei codici e del valore, allora si doveva ‘ripartire’ dalla messa a sistema del valore stesso come motore di futuro.

La tecnologia, va detto, non era certo scomparsa durante la postmodernità. Le principali innovazioni nella comunicazione che caratterizzano questo inizio XXI secolo nascono proprio grazie agli sviluppi massivi delle telecomunicazioni (televisione e World Wide Web in primis, ma anche sistemi di compressione e condivisione di immagini, video e musica). La Rete è stata costruita e sviluppata nel secolo scorso, ma lo sviluppo e diffusione dell’accesso è cosa recentissima. Lo stesso Rifkin, nel suo noto Era dell’Accesso, aveva mostrato come la democratizzazione dell’accesso fosse il vero ‘tappo’ per il futuro, una strettoia il cui controllo è stato sfruttato dalla New Economy per un breve periodo.
Oggi, attorno all’open source, si gioca una battaglia mondiale che ha come posta il futuro. Augé, nel suo Futuro, auspica che l’innovazione assuma il medesimo principio non-ideologico e di falsificazione continua che caratterizza la ricerca scientifica. La premessa fondamentale è semplice: la scienza ritiene di essere sempre in errore, consapevole del fatto che il conosciuto è ancora una minima parte dello sconosciuto; e così dev’essere anche la civiltà (sociale, economica e politica) di questa nostra epoca che ha assistito alla dissoluzione di ogni legame strutturale con il passato (e non solo dal punto di vista tecnologico).
Scrive Augé: ‘(…) La modernità è ancora da conquistare e siamo nel bel mezzo di una crisi di cui sbaglieremmo a trascurare la dimensione ideologica. In compenso, anche se siamo costretti a prendere atto di un indebolimento o, addirittura, di una scomparsa delle proiezioni politiche di ampio respiro, non tutto è negativo, perché forse, in fin dei conti, l’assenza di rappresentazioni del futuro precostituite ci offre un’effettiva possibilità di concepire dei cambiamenti alimentati dall’esperienza storica concreta. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a convertirci a una sorta di esistenzialismo politico e pratico. Le innovazioni tecnologiche che hanno sconvolto i rapporti tra i sessi e i sistemi di comunicazione (…) non sono nati dall’utopia, ma dalla scienza e dalle sue ricadute tecnologiche, eppure hanno trasformato il nostro rapporto con il mondo. Bisogna rivolgerci al futuro senza proiettarvi le nostre illusioni, dar vita a ipotesi per testarne la validità, imparare a spostare progressivamente e prudentemente le frontiere dell’ignoto: è questo che ci insegna la scienza, è questo che ogni programma educativo dovrebbe promuovere e che dovrebbe ispirare qualsiasi riflessione politica.’ (pagg. 105 -106 ed. it.).
Dunque vale la pena di considerare con estrema attenzione tutte le ipotesi che riguardano l’immaginazione attiva del futuro, poiché mai come ora abbiamo bisogno di essere rieducati a questo ruolo attivo. E’ come se fossimo stati per troppo tempo inattivi, coccolati in un matrix di qualche tipo in cui lo status quo era, candidamente, il più bello dei mondi possibili. E come accadde negli anni Sessanta (in cui la crisi era principalmente culturale e civile, non economica come oggi) oggi noi ci troviamo di fronte alla palese e scientifica falsificazione dei fondamentali della nostra civiltà.
L’individualismo è superato, la crescita capitalistica è ferma, le forme di controllo politico collassano di fronte alle nuove complessità dei sistemi antagonisti, è stata infranta la logica del segreto di stato, le guerre si sono sublimate nell’ambito dell’informazione e dell’economia
Ora la domanda esplicita è: che si fa adesso?

“The Century is Over” – Evolutionary Tree of Twentieth-Century Architecture with its attractor basins,
by Charles Jencks, Architectural Review, July 2000, p. 77

L’errore da non commettere è quello di ipotizzare e attendere che possa emergere un nuovo ordine dalla sola disponibilità e diffusione degli strumenti di comunicazione e dell’accesso al WWW. Il mondo ha bisogno di proposte e, al contempo, ha la necessità di ricostruire una nuova classe dirigente che assuma la responsabilità attiva di produrre visioni del futuro. Non si tratta nemmeno di proporre la pura applicazione di soluzioni tecnologiche in risposta a necessità ecosistemiche. Ritenere, ancora una volta, che la risposta risieda in una tecnica salvifica senza alcun tipo di redistribuzione delle responsabilità, delle risorse e dei carichi ambientali significherebbe, banalmente, alimentare asimmetrie mondiali grazie a sbilanciamenti nella disponibilità di risorse (in altri termini, se i sottoscrittori dei protocolli di Kyoto raggiungeranno, da soli, gli obbiettivi di riduzione nell’emissione di gas serra non comporterà necessariamente nessun cambiamento sostanziale di prospettive a scala mondiale, poiché gli altri potranno continuare nel loro attuale trend di consumo di risorse globali).

Come dicevo la situazione è per alcuni versi analoga a quella in cui operò, negli anni Sessanta, il gruppo giapponese dei Metabolist, contemporaneo ai Radicali europei e italiani e del Gruppo Archigram inglese. Si trattava, allora, di sottolineare alcune ‘nuove’ tendenze, oppositive a quelle dominanti, ovvero (in ordine casuale):
– sposare l’istantaneità locale rispetto alla pianificazione temporale nazionale
– mostrare la tecnologia in qualità di estetica pura (dunque eludendo le storiografie e l’eclettismo)
adottare logiche compositive elementali rifiutando l’estetica della forma monumentale
aumentare la sensibilità delle cose e della città alle necessità degli abitanti (è quello che i Metabolisti chiamavano responsive environment, ed è quello che attualmente si studia al SENSEable City Lab del MIT, diretto dall’italiano Carlo Ratti)
tradurre l’abitare stanziale in un nuovo modello sociale di abitare nomade
– spingere all’utilizzo di nuovi materiali e nuove tecniche costruttive rispetto a quanto imposto dalla tradizione e dal mercato dominante
– sottolineare il fatto che abbracciare il futuro è eroicamente più affascinante del mantenimento dell’idea di passato.

A. Isozaky – City in the Sky (1968)

In merito all’ultimo punto va detto che la lotta culturale dei Metabolisti è stata, a mio avviso, diretta al rendere evidenti le mistificazioni restaurative operate dalla cultura architettonica dominante in quegli anni (ovvero dopo il secondo dopoguerra). Infatti, con variazioni di intensità e grado, i rappresentanti dei Congressi Internazionali di Architettura Moderna avevano sottolineato come la ricostruzione postbellica dovesse essere indirizzata ad una nuova monumentalità in grado di ricostruire l’identità e il senso di appartenenza ai luoghi. Si sottolineava il fatto che i nuovi monumenti dovessero precedere la ricostruzione della città, come fossero radici necessarie per rinsaldare il rapporto tra abitanti e territorio urbano. Dunque si trattava di logiche top down, dati gli ingenti capitali e la lunga programmazione necessari per portare a termine i progetti. L’identità urbana veniva così interpretata e descritta in modo universale e statico, e nel suo nome si stabiliva l’imposizione di una pianificazione a grande scala, relegando i cittadini ad essere puri occupanti di spazi.
Non si capirebbe il significato di deriva psicogeografica e la possibilità di perdersi nella città (proposte situazioniste) senza aver compreso questa imposizione strutturale nella pianificazione urbana di allora.

Perché allora parlare di una sorta di New Metabolism, oggi? Non solo per le analogie riscontrate e descritte, ovviamente, altrimenti non si comprenderebbe appieno la portata di quel New. Infatti il ‘vecchio’ Metabolism palesava, abbastanza inconsapevolmente, la necessità di dare rappresentazione alle istanze emergenti (ovvero quel collettivismo radical chic e nomade di una classe sociale emergente di nuovi intellettuali di lotta, né operai, né borghesi), operando anche mistificazioni compositive di un certo rilievo (simulando un’architettura futuribile, ad esempio).
Oggi, al contrario, non si tratta né di classe emergente né della sua rappresentazione. Alla collettivizzazione di classe è subentrata la networking society e il suo open-sourcing, poiché, ancor più banalmente, oggi la diffusione degli strumenti (sia di rappresentazione che di realizzazione) è giunta ad un livello che cinquant’anni fa non era nemmeno immaginabile. Inoltre ci si è resi conto che il peso della sommatoria di innumerevoli micro-azioni sulla città è maggiore rispetto alla singola azione top down.
Infine (e qui il prefisso new acquisisce tutta la sua valenza) si sta finalmente comprendendo che ancor prima della collettivizzazione dei risultati è necessaria la condivisione delle finalità, una big picture globale a cui rivolgere le micro-azioni territoriali e locali.
Dunque ben vengano le incursioni nel futuro e anche la radicale e trasparente freschezza delle ipotesi New Metabolist, postate, ritrasmesse, condivise e clickate nell’immaginazione collettiva del pianeta.