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Nel 2004 Valeria Fabris (ed io) scrivemmo che ‘(…) il soggetto, separatosi da un mondo tradotto in oggetto, cercherà una sorta di ricongiunzione con il mondo stesso. Chiameremo questa condizione simultaneità.”
Ho già scritto altrove sulle metamorfosi che gli oggetti stanno subendo in questi anni. Non solo stanno organizzandosi in una rete oggettuale grazie agli spime (rendendo la realtà aumentata non più rappresentazione, ma effettivo plus-valore del mondo reale), ma stanno acquisendo caratteristiche e autonomia tipiche del soggetto. Ho descritto altrove questo status variabile come shifting funzionale e ermeneutico (in altri termini questa sovrapposizione duale permette a soggetto e oggetto di scambiarsi i ruoli, generando nuovi valori e significati per il mondo e per il mercato, che ne miete creatività), ma il concetto era stato ideato prima della profusione della nuova connettività social che ha trasformato, di fatto, un gioco a due (soggetto/oggetto) in un gioco a molti.
La simultaneità, così come l’abbiamo immaginata Valeria ed io, ha le sue basi in una relazione continuativa tra soggetto e oggetto attraverso lo strumento della rappresentazione. Per come la vedevamo noi (e già il pensiero è vecchio) il video (caratteristico della sur-modernità, poiché accelera e densifica lo spazio e il tempo) era lo strumento di connessione visuale principale. Ci interessava questo aspetto visuale proprio perché riconoscevamo ancora a corpi e visi la forza di proporre/emettere nuovi significati al pianeta. Purtroppo non potevamo tener conto di quello che sarebbe accaduto immediatamente dopo: il linguaggio e la rappresentazione (con le loro cosmogonie semantiche e simboli) si sarebbero tradotti in connessioni pure, senza necessariamente un contenuto interno. Parlo di link, stringhe di codice che servono a ad attraversare il web istantaneamente, una fitta rete virtuale che si sovrappone al mondo fisico con livelli di nidificazione difficilmente quantificabili.
Il risultato è evidente. Il primo strumento simbolico in grado di non portare con sé il proprio valore (ma di alluderlo senza possibili equivoci) è stato il denaro. Accordi tra nazioni permettono di utilizzarlo, anche in forma virtuale, ma il suo valore (per quanto astratto) è ancora codificato. Ora ai link non compete nemmeno questo rinviare ad accordi o a convenzioni (se non tecno-semantiche per poter operare nel web), essi rinviano i giudizi e i valori, assomigliando sempre più a connessioni neurali, piuttosto che a pensieri.
Potrei dire (in modo un po’ lezioso) che dalla simultaneità siamo giunti alla istantaneità, ma solo per dare un po’ di ovvietà ad un pensiero che rischia di essere fin troppo barocco.
Quello che però mi urge dire è che in questa condizione (che pur stimola le sinapsi – umane o elettroniche che siano – ed è la premessa per una memoria di massa di dimensioni ragguardevoli, seppur fragilissima) la creatività mostra una regola interna ben precisa: il tempo dedicato ad un progetto non può essere nullo. E l’istantaneità (ingigantendo gli stimoli e glissando sulle fatiche del fare) sembra imporre sul mondo un grande inganno: che la creatività si concluda nell’intuizione, e che tutti gli strumenti che ci permettono di archiviare, inviare e condividere le intuizioni siano i nostri soli strumenti.
Di certo riconosco alla mente collettiva la straordinaria forza di raccogliere e ridistribuire gli stimoli (che spesso hanno il gusto territoriale di altre culture, di altri luoghi, che solo il web può connettere a costo zero), ma nel mio lavoro (e nella mia disciplina) l’istantaneità si scontra (pesantemente) con il mondo (fisico, antropologico ed economico). Trasformare la materia implica tempo, pensare tale trasformazione implica una durata che l’istantaneità evita per postulato.
Nel vecchio saggio di Heidegger Costruire, abitare, pensare molti architetti hanno trovato riparo, una sorta di patto col mondo: ogni trasformazione, se fatta con cura, ha una sua ragione d’essere. Su quel saggio si è fissata una tregua che i classici non conobbero mai nel loro rapporto/sfida con la Natura e le sue divinità, e grazie a quel saggio (con la premessa filosofica che l’essere è assente dal mondo) il mondo è stato posto nelle mani dei suoi artefici. Ora, però, non dovremmo dimenticare che quel patto implica responsabilità, non certo morale, ma logico/filosofica, poetica, tendenzialmente estetica (ovvero legata ad una unione tra sensibilità corporea e capacità di vedere l’armonia del mondo).
Per questo credo che l’istantaneità sia un’utile premessa a qualcosa che deve ancora arrivare. Essa ha finalmente messo fine agli obsoleti concetti ermeneutici dello spazio e del tempo, permettendoci di superare le vecchie e polverose questioni sulla modernità, ma adesso sta a noi capire cosa diventeremo.