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Martin Sheen in Apocalypse Now.

Ancora simultaneità e istantaneità, ancora la questione della rappresentazione nella cultura contemporanea. Riflettendo sul cinema e sul ruolo dell’attore nella rappresentazione mi è parso di scorgere un anfratto nascosto in cui la corporeità mostra ancora tutta la sua forza, nonostante i tentativi fatti per rimuoverne il nucleo eversivo dalla rappresentazione. Innanzitutto chiariamo perché il corpo ha questo potenziale eversivo: esso può essere imprigionato, torturato, minacciato, sedotto, adescato, ridotto alla fame e pilotato grazie ai bisogni che palesa nella società. Senza corporeità mancherebbe quindi il fondamento biologico delle convenzioni della società civile, poiché il bene collettivo è, in ultima analisi, fondato sulla condivisione dei bisogni basilari alla sopravvivenza. Il gioco di prestigio è la rimozione della corporeità dalla cultura di massa per mostrare una libertà narcotica in base alla quale evitare ribellioni del corpo sociale. Riappropriarsi culturalmente della corporeità è sempre stata la premessa idealtipica di ogni azione rivoluzionaria (lo sa bene il movimento Femen, ma è una lezione reiterata nel tempo, esposta soprattutto dai movimenti estetici legati alla body art e all’azionismo).
Poiché qui ci interessa il lato culturale e critico e non quello specificatamente politico della questione, possiamo affermare, per sintesi, che sul corpo si gioca tutta la partita della rappresentazione. Il caso dell’attore (nel cinema, poiché nel teatro Artaud ha già detto e scritto molto) è sintomatico di questa mia riflessione generale. Mi son ricordato di alcuni casi della cinematografia in cui il recitato ha guadagnato densità espressiva dal contesto del set. Due su tutti: Martin Sheen in Apocalypse Now e Shelley Duval in Shining.
Il giovane Sheen, al cospetto di Marlon Brando, è terrorizzato, stanco, sudato. Nei suoi occhi si legge la fatica nel tradurre razionalmente l’orrore caotico in cui il suo corpo si trova immerso (la foresta, i cadaveri, la puzza, la penombra). L’interpretazione è magistrale, acuita dalla fotografia da oscar, ma il suo spessore e la sua densità (ma anche la reiterata attualità espressiva) sono raggiunte dal fatto che il corpo dell’attore è immerso in un contesto realmente inospitale, in cui il sudore è reale. Il corpo dell’attore assorbe l’invisibile del set e ne trae amplificazione per il proprio recitato.
Analogamente la Duval, vessata dai continui e feroci commenti di Kubrick e Nicolson sulla sua inadeguatezza, deve essersi sentita così fragile e insicura da raggiungere, nel recitato, una quasi completa identificazione con il proprio personaggio.
Nulla di nuovo, evidentemente, rispetto a quanto possano dirci all’Actor Studio. Ma qui mi serve per saltare nuovamente a Bergson, quando scrive che il soggetto è immagine tra le immagini, e che vive quindi in uno stato di continuo transito e immersione in una realtà che produce continuamente rappresentazione. La sua capacità cognitiva e metalinguistica non sono sufficienti a fornire al soggetto un ruolo predominante nella rappresentazione, come invece le teorie della comunicazione ipostatizzano. Il soggetto non è il destinatario privilegiato della rappresentazione, esso stesso è monade rappresentativa. Bergson ribalta quindi il vecchio pensiero di Leibnitz (secondo cui la monade è una ‘casa senza porte e finestre’), riaprendo il soggetto al mondo (anzi, a tutti i mondi passati e futuri).

monade e soggetto, diagrammi

Perché ci sembra importante filosofeggiare su questo punto? E’ nozione comune che il soggetto e il suo intelletto siano i principali lettori del mondo. La supremazia del soggetto è quindi volutamente astratta e interpretativa. Per tale ragione è risultato necessario fornire al soggetto un piano di interpretazione specifico, in cui annotare le sue osservazioni: lo spazio e il tempo. La scienza ha scardinato da tempo l’universalità di queste due categorie, ma la cultura comune continua a immaginare e accumulare la propria esperienza sulla scorta di queste due coordinate. E sulla scia di questo sentire comune ci si è spinti fino a rendere inconsistente l’idea stessa di corpo.
Eppure il corpo (l’unico ad essere realmente esistente) resiste a questa rimozione collettiva. Esso, aggiungo, diviene determinante nello scontro culturale tra la contemporaneità (in cui il soggetto era in posizione privilegiata) e la simultaneità (in cui il soggetto, ancora bergsonianamente, è in stato di immersione e partecipazione al gioco della rappresentazione continua).

Nota: nel piccolo saggio che ho scritto qui (rif. post HYPERHUMAN) sull’artista giapponese (d’adozione) Eric Siu ho cercato di approfondire ulteriormente la questione della percezione corporea del reale nella sua ricerca artistica.