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Ricordo che circa 12 anni fa, in una Berlino vivacemente trasformata nel più grande cantiere europeo, mi trovavo vicino ad Alexander Platz con un amico e collega a discutere dell’architettura ‘nuova’ in una città così caratterizzata, riconoscibile non solo per i propri monumenti o per i fronti dei propri blocchi residenziali, ma anche per l’impianto urbanistico (che, per inciso, ha rispecchiato un tipo di organizzazione sociale che per molti versi anticipava di qualche secolo quello auspicato dal modello della Smart City).
La guerra, il Muro e il suo crollo avevano inciso sulla morfologia urbana in modo sostanziale, e i vuoti erano stati colmati da uno straordinario carnet di progettisti e opere: Libeskind, Nouvel, Johnson, Hadid, Koolhaas, Eisenman, Foster, Ghery, Rossi, Valle, Piano, i più noti. Ma il tessuto urbano era già ricco di opere precedenti, come accade per una grande metropoli: Scharoun, Mies, Le Corbusier, Botta.
Nelle nostre chiacchiere serali, lì ad Alexander Platz, si rifletteva appunto sul rapporto tra queste nuove opere e la ‘vecchia’ città, dando alla ‘bellezza’ l’onere di essere il fulcro del nostro ragionamento. Alcuni edifici erano certamente più belli di altri (io preferivo Nouvel a Rossi, ad esempio, o Libeskind a Foster), ma tutti si erano confrontati (accettandolo o negandolo) l’impianto morfologico di Berlino, la sua regolarità democratica mista all’assialità di regime. Non ci era possibile valutare i singoli progetti secondo i requisiti funzionali o i programmi interni (ovvero cosa accadeva nei singoli spazi e nelle loro relazioni), ci basavamo solo sul loro aspetto esterno, il più delle volte ridotto a 2 sole facciate, poiché erano addossati ad edifici esistenti.
Non lo sapevo ancora, ma stavamo ragionando del loro carattere tipologico, ovvero quel magico bilanciamento tra il genotipo dell’edificio (pubblico, privato, residenziale, produttivo, centro commerciale, atelier, ecc…) e il suo fenotipo rivolto alla città e ai suoi abitanti, cioè il suo aspetto pubblico. Il carattere tipologico articola e bilancia questi due aspetti, che non possono essere ridotti semplicemente al rapporto tra l’interno e l’esterno, poiché è nell’equilibrio (o nello squilibrio) tra carattere e tipo edilizio che un’opera può divenire un masterpiece o meno. Personalmente avevo sempre ritenuto che la bellezza fosse riconducibile alla sola composizione degli elementi (i pieni e i vuoti, le aperture e le chiusure, il gioco dei volumi), e nella mia testa quegli elementi non potevano che essere astratti, come in una composizione neo plasticista di Mondrian. Ma lì, a Berlino, mi rendevo conto che la composizione non poteva, da sola, essere sufficientemente comunicativa o emozionante. Occorreva un dato materico, con il suo calore, con una maggiore ampiezza di banda nel trasmettere informazioni corporee (dal corpo di pietra ai corpi di carne, ad esempio).
Al carattere tipologico servirà poi un terzo elemento per raggiungere la stabilità propria del progetto costruibile, ovvero (come detto in precedenza) il programma funzionale, l’obiettivo dell’edificio. Il programma funzionale può essere anche aperto o incompleto, tuttavia assicura che l’edificio non sia in rapporto solo con il proprio contesto ma anche con la rete di flussi che attraversano la città.
Bene, ogni architettura consapevole articola questa triade (carattere, tipo e programma) attraverso scelte di campo, decidendo se cercare un equilibrio o se accentuare solo parte di essa. Koolhaas, ad esempio, progetta scegliendo di volta in volta solo uno dei tre elementi.

Biblioteca di Seattle, R. Koolhaas (OMA 2004)

La biblioteca di Seattle è puro programma funzionale (così come l’Hyper Building e la CCTV a Pechino), mentre nei progetti più contenuti (come la Kunsthall) Koolhaas lavora  sulla giustapposizione dei caratteri.

Blocco residenziale a Berlino, Aldo Rossi (1998)

Nel blocco residenziale di Aldo Rossi a Berlino, al contrario, il carattere è unitario, anche se non fa riferimento alla sola tradizione costruttiva berlinese ma anche a quella francese. Naturalmente questa scelta progettuale porta anche a rompere la nota triade vitruviana (è noioso, ma vi ricordo che si tratta di utilità, solidità, bellezza) in nome di un obiettivo più alto, ovvero sottolineare come sia possibile ricucire un rapporto con la città.