Seleziona una pagina

Sidewalk Labs ha proposto un nuovo quartiere per la città di Toronto (potete vedere il progetto a questo indirizzo), rispondendo ad una request for proposal lanciata nel marzo del 2017 da Waterfront Toronto, una partecipata della città canadese, in cui si specificava la ricerca di un partner sia per il progetto che per il finanziamento. Si chiamerà Quayside, occuperà un’area di circa 4,9 ettari, e conterrà un mix funzionale (residenze, negozi, centri di ricerca e scuole) strategicamente progettato da Snøetta e Heatherwick, e dotato di spazi pubblici e infrastrutture (materiali e immateriali) di nuova generazione.

“Iniziando con Quayside, abbiamo intenzione di progettare un nuovo tipo di comunità mixed-use che unirà un urban design di nuova generazione e nuove tecnologie, per creare un quartiere che metta al primo posto le persone e che aiuti a rispondere alle nuove sfide che attendono le città” (Waterfront Toronto – su The Globe And Mail)

Sidewalk Labs è una società privata che promuove soluzioni insediative di alto profilo, dotate anche di specifiche tecnologie per il trattamento dei dati personali, proponendo nello stesso pacchetto anche i capitali per la realizzazione di parte del progetto. Di fatto Sidewalk Labs è uno spin-off di Google-Alphabet, e il suo direttore generale è una nostra vecchia conoscenza: si tratta dell’ex vicesindaco di New York City sotto l’amministrazione Bloomberg, lo stesso Dan Doctoroff che ha sostenuto politicamente il progetto di rigenerazione della High Line, anche quando fu chiaro che il suo piano di realizzare il nuovo stadio olimpico nell’Hudson Yards non era realizzabile. Forse proprio per questo, come sede newyorkese di Sidewalk Labs, Doctoroff ha deciso di prendere in affitto un ampio ufficio al n. 10 di Hudson Yards. Il nuovo insediamento nel West Side, che deve in gran parte la sua fortuna proprio al progetto della High Line, che lo circonda con il suo tratto a U, dovrebbe portare nelle casse del municipio circa $ 30 miliardi nei prossimi 30 anni.

Sidewalk Labs sembra aver cercato di adattare la ricetta usata per realizzare un intervento di rigenerazione urbana “dal basso” (come, per alcuni versi, potrebbe essere stata la High Line) per farne una versione più B2B. Alcuni elementi della comunicazione del progetto richiamano infatti i temi più interessanti per le comunità, quali la presenza di residenze a prezzo accessibile (poche, in realtà, e principalmente per il mercato dell’affitto), un urban design molto attento allo spazio pubblico (probabilmente private owned) e la presenza di infrastrutture di nuova generazione che vengono in qualche modo presentate come catalizzatori della futura comunità residente.

Infine il design estremamente accattivante e sustainability-friendly rende Quayside il piano ideale per una classe creativa di liberal con un reddito adeguato, ma ottima anche per i developer e gli investitori (privati e pubblici).

Il progetto di Quayside per Toronto ci è parso molto interessante per alcuni motivi salienti:

  • capitalizza quanto appreso nel processo della High Line, svuotandolo però del coinvolgimento diretto delle comunità locali
  • usa esplicitamente la sostenibilità (strutture in legno, prefabbricazione avanzata, domotica e centralizzazione degli impianti) per realizzare un design ambivalente (inevitabile quando si mettono Snøetta e Heatherwick nello stesso team di progetto) che racconta due storie diverse, intrecciando aperture ed esclusività degli spazi.

Grazie al materiale pubblicato da Sidewalk Labs (lo potete consultare qui) possiamo poi analizzare cosa intende raccontarci la presentazione del progetto. La strategia di comunicazione utilizzata è forse più interessante del progetto architettonico, poiché riesce ad introdurre senza troppi strappi un fondamentale elemento di novità rispetto al planning consolidato: si tratta del Civic Data Trust per il trattamento dei dati, presentato come parte della famiglia delle tecnologie made in Google e un naturale compendio ad una pianificazione urbana che vede sempre più ibridate le infrastrutture fisiche a quelle digitali.

Dal punto di vista della propria identità commerciale, Sidewalk Labs si propone poi come l’unica compagnia in grado di proporre, nel mercato privato, un set completo di competenze e risorse, quali:

  • un approccio all’innovazione in grado di riunire sia il planning tradizionale che lo sviluppo tecnologico delle infrastrutture digitali
  • capacità di investimento nello sviluppo economico, soprattutto grazie all’impatto catalitico di Google
  • investimenti a lungo termine (patient capital), il cui business è a metà strada tra l’investimento tradizionale (elevato utile nel minor tempo) e la filantropia (nessun utile nel maggior tempo). I patient capital solitamente vengono impiegati nella realizzazione di agenzie private che sostituiscono le istituzioni pubbliche nella gestione dei servizi sanitari, delle infrastrutture urbane (acqua ed energia) o dell’offerta di residenze a prezzo convenzionato (definizione di Jaqueline Novogratz). Vedremo che questa privatizzazione del servizio pubblico interessa anche (e soprattutto) la gestione dei dati di utilizzo degli spazi pubblici e privati del quartiere
  • linee di finanziamento nella realizzazione di infrastrutture innovative.

La generale idea di privatizzare i servizi urbani viene solitamente considerata (soprattutto nella cultura anglosassone) come una normale prassi di efficientamento, poiché, in un mercato caratterizzato da libera concorrenza, come ci insegna la teoria microeconomica classica, la curva della domanda e quella dell’offerta si incroceranno nel prezzo migliore per entrambe. Purtroppo le recenti vicende economiche globali ci stanno mostrando, da tempo e con una certa violenza, come i mercati siano tutt’altro che in libera concorrenza (e forse non lo sono mai stati), ma nella comunicazione dei grandi player la prassi linguistica mantiene ancora quell’apparato semantico del “buon imprenditore” che fa funzionare le cose meglio per tutti.

La dichiarazione di intenti è esplicita: “Sidewalk Labs è intenzionata a colmare il divario tra il settore pubblico e quello privato, che attualmente sono incapaci di colmare da soli, per aiutarli a realizzare una serie di servizi e risultati che incontrino gli obiettivi condivisi da tutti i portatori di interesse”. La formazione di un Istituto per l’Innovazione Urbana grazie alla presenza di Google Jobs a Toronto diventerebbe così alternativa al tradizionale urban center della cultura anglosassone. In fondo, per Sidewalk Labs, si tratta di dar corso, come impresa, ad un filone già molto attivo di laboratori civici urbani solitamente gestiti dalle università (come il Future Cities Laboratory dell’ETH svizzero a Singapore o il Pratt Institute Center for Community and Environmental Development (PICCED) di New York, ma è difficile che la terza mission delle università (l’impegno a diffondere, come partner di impresa, il know-how sviluppato dai dipartimenti di ricerca) sia davvero paragonabile agli interessi del patient capital: la conoscenza e l’utile non sono la stessa cosa, nonostante gli araldi dell’economia della conoscenza vogliano farci intendere che nel mondo contemporaneo sono oramai inscindibili.

In realtà Sidewalk Labs, attraverso il progetto per Toronto, dichiara apertamente di porsi “all’intersezione tra pianificazione urbana, tecnologia e politiche”, con un sottile trucco linguistico che pone i tre temi sullo stesso piano. In questo modo sottile, la tecnologia (che è il core business di Google) viene descritta come ambito di pari livello e importanza rispetto alla pianificazione e alle politiche: Sidewalk Labs cerca così di far entrare nella pianificazione tradizionale alcuni elementi digitali, incluse tecnologie per il controllo dei dati e specifiche infrastrutture per la gestione del quartiere e degli edifici.

Un’altra strategia della comunicazione del progetto per Toronto è quella di ammantare il programma urbanistico con i temi cari alle tradizionali opposizioni liberal. Così la proposta di realizzare i nuovi edifici completamente in legno e con strategie climate positive (nel trattamento dell’energia, dell’acqua e dei rifiuti) si accompagna a quella di realizzare anche una discreta percentuale di case a prezzi accessibili (purtroppo principalmente destinate all’affitto).

In questo modo l’innovazione, la sostenibilità e l’equità divengono strategie commerciali che nascondono il vero core business del programma proposto da Sidewalk Labs: la proposta di un nuovo standard urbano nel trattamento dei dati e della privacy. Vale la pena di riportare qui in traduzione la proposta:

I dati giocano un ruolo particolare nel migliorare le condizioni quotidiane del vicinato, rendendolo un luogo in cui vivere più sostenibile, più accessibile e più responsabile. Sidewalk Labs non riceverà nessun trattamento di favore e non rivenderà informazioni personali né le userà a fini commerciali.

  1. CIVIC DATA TRUST: si propone di realizzare un istituto indipendente per controllare, gestire e dare pubblico accesso a tutti i dati che potranno così essere considerati come un bene pubblico, incluse alcune regole che verranno applicate a tutti gli operatori di Quayside, incluso Sidewalk Labs
  2. ACCERTAMENTO DELL’USO RESPONSABILE DEI DATI: verrà effettuato pubblicamente per tutti i servizi digitali pubblici e privati prima che i dati vengano raccolti e usati
  3. STANDARD IN FORMATO APERTO: Sidewalk Labs adotterà solamente standard in formato aperto per le proprie tecnologie, rendendo semplice per terze parti la realizzazione e la connessione di nuovi servizi, offrendo così alternative competitive e guidando l’innovazione
  4. LINEE GUIDA PER L’USO RESPONSABILE DEI DATI: verranno applicate a tutte le parti operative a Quayside, non solo a Sidewalk Labs, per mettere la privacy personale e il bene pubblico al primo posto nello sviluppare innovazione.

Un nuovo standard globale per l’uso dei dati urbani: l’approccio proposto da Sidewalk Labs a Quayside per la governance digitale dimostrerà a Toronto, al Canada e al resto del mondo che le città non devono necessariamente sacrificare i propri valori di inclusione e privacy per accedere alle opportunità dell’età digitale.

Il Civic Data Trust messo in campo da Sidewalk Labs, spesso citato da Doctoroff a garanzia della privacy personale (come se una sua gestione privata non fosse già di per sé un controsenso clamoroso) non sembra però convincere le associazioni locali. L’accordo con Google era stato siglato dal premier canadese Justin Trudeau e l’ex-ceo di Google Eric Schmidt, e, come spesso accade anche in occasione delle aperture dei nuovi HQ di Amazon, le istituzioni pubbliche si sono immediatamente appuntate sul petto la coccarda della ‘grande occasione per la città’. Il parallelo con Amazon non si ferma qui, però, viste le varie forme di resistenza urbana messe in campo dalle comunità locali, le stesse che dovrebbero essere (nella comunicazione del progetto) le principali destinatarie dei benefici di questa rigenerazione “corporate”.

La giornalista di Repubblica, Anna Lombardi, in un articolo del 19 maggio scorso col titolo “E Toronto si ribella a Google City”, ci racconta che le comunità locali hanno iniziato a chiamare Quayside la “rats-city” (la città delle cavie), alludendo al fatto che la domotica degli spazi (pubblici e privati) dovrà necessariamente raccogliere costantemente dati da parte dei residenti, con buona pace della tutela della privacy. Ne sono consapevoli anche alla Canadian Civil Liberties Association, dove, a quanto scrive la Lombardi, citando la presidente dell’associazione Brenda McPhail, sorgono preoccupazioni non solo in merito all’uso commerciale dei dati raccolti, ma anche sul loro impiego nell’emergente settore dell’influenza del voto politico.

L’ingresso dei giganti del web nel settore dell’urban design dovrebbe dunque spingerci a porci domande adeguate. Quali possono essere gli interessi e le finalità espresse da un piano elaborato da un player privato con un’enorme riserva di capitali e di tecnologia e con una presenza pressoché globale? Come dovrebbe evolvere la pianificazione urbana pubblica di fronte a queste ingerenze da parte del settore privato? Come risolvere il fuori sincrono tra i tempi del privato-globale e quelli del pubblico-locale?

Le città, ci racconta un vecchio marxista come David Harvey, sono il mercato più redditizio per i capitali globali: lo sviluppo urbano permette grossi investimenti, molto remunerativi e in tempi relativamente brevi. Era dunque solo una questione di tempo prima che uno dei GAFA (acronimo per Google, Amazon, Facebook e Apple) entrasse nel mercato dello sviluppo urbano. E il solo strumento che sembra poter riequilibrare la dirompente forza di questi quattro colossi globali sembra essere una pianificazione di nuova generazione, che imponga regole e funzioni capaci di contrapporre ai capitali globali la forza del capitale umano e sociale.

 

POSTILLA: L’AUTONOMIA POLITICA DEL MEDIUM.

L’assunzione di un ex-politico come Dan Doctoroff alla direzione di Sidewalk Labs non è un caso isolato. Recentemente Nick Clegg, già parlamentare inglese e ex vice-primo ministro, è stato assunto da Facebook in qualità di vice-presidente per la comunicazione globale. In una recente intervista con Andrea Iannuzzi, Clegg ha ribadito l’impegno di Facebook per evitare che la piattaforma venga utilizzata (ancora) per influenzare le tornate elettorali (attraverso fake news e raccolta di dati sensibili come nel caso di Cambridge Analityca), grazie all’utilizzo di filtri guidati da Intelligenze Artificiali e standard aziendali trasparenti e in continuo aggiornamento. Afferma poi Clegg “spero che nei prossimi anni la gente si accorga che Facebook si è spostato dall’essere riluttante nel partecipare al dibattito sulle regole di internet ad esserne uno dei promotori. Zuckerberg ha chiaro in testa che dopo 15 anni di crescita e sviluppo di prodotti siamo entrati in un nuovo capitolo nel quale i governi, le autorità, i politici, i media e le aziende tecnologiche devono lavorare insieme”. Si tratta di un terreno scivoloso, poiché la collaborazione di cui parla Clegg potrebbe essere sempre scambiata per un’ingerenza in campo politico e istituzionale. La presenza di Clegg in Facebook testimonia quantomeno uno scambio osmotico tra gli interessi comunicativi di una politica che mira a trasformare gli elettori in follower e gli interessi politici di quelle multinazionali che stanno scoprendo che le proprie dimensioni aziendali implicano un cambio radicale di prospettiva nel proprio business. Certo, non è detto che lo scambio osmotico diventi un sodalizio, basti vedere le restrizioni legislative e le multe imposte dall’UE ai giganti del web, o le indagini anti-trust che gli Stati Uniti intendono aprire nei confronti di Google, Amazon e Facebook. Tuttavia il rischio di un’autonomia politica dei media globali non va sottovalutato, considerati anche i loro fatturati miliardari, superiori a più della metà dei paesi europei.